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MONTI PISANI FERITI

È uno dei polmoni verdi più belli della Toscana, per secoli terra prediletta anche dai monaci  di diversi ordini religiosi: nei giorni scorsi uno spaventoso incendio ha distrutto oltre duecento ettari di pineta e oliveti.  Il sindaco: «Una ferita che sarà difficile rimarginare»

MONTI PISANI FERITI

di Andrea Bernardini

È  uno dei polmoni verdi più belli della Toscana: il Monte Verruca, dai suoi 537 metri, «domina» la vallata. Da qui vedi la piana di Pisa, e riesci a gettare lo sguardo fino alle colline metallifere come a San Miniato o al mare.
I pini «salgono» fin quasi alla vetta, fatta eccezione per una costola del monte, dove si trova invece la roccia, detta, appunto, verrucana.
Un polmone verde andato quasi tutto distrutto da un incendio divampato poco prima del tramonto dello scorso 8 settembre.
Tutto fa pensare ad un «disegno» predisposto dai piromani: «la macchia  arida per la lunga assenza di precipitazioni, il vento asciutto proveniente da nord, gli almeno tre focolai nati quasi contemporaneamente da luoghi raggiungibili solo a piedi, in un'orario vicino al tramonto, quando non è più possibile utilizzare i mezzi aerei, ci han fatto immediatamente scartare l'ipotesi di un incendio accidentale» dice il primo cittadino di Calci Bruno Possenti. E mentre gli inquirenti stanno indagando su mille fronti per individuare i «piromani» che hanno avviato i focolai, a palazzo civico si contano i danni. Duecentoventicinque gli ettari di verde distrutto, di cui 15 nel comune di Vicopisano ed i rimanenti 210 sul territorio calcesano; di questi, 20 ettari di oliveti e vigneti e 205 di pini marittimi e macchia mediterranea. Proprio i pini hanno fatto da «detonatore» all'incendio, le cui fiamme hanno raggiunto anche trenta o quaranta metri di altezza. «È proprio così - commenta Francesco Drosera  referente dell'amministrazione provinciale per il servizio antincendi boschivi - il pino marittimo è una specie altamente infiammabile, per il suo alto contenuto di resine. Tronchi e chiome esplodono  e tizzoni e faville - specie se sospinte dal vento - cadono anche a cento metri di distanza dal fronte».
Scuote la testa Bruno Possenti: «Quel che è successo è una ferita profonda per il nostro territorio: ci vorrà molto tempo perché possa rimarginarsi».
Un territorio per secoli «prediletto» persino dai monaci. I primi ad insediarvisi - ricorda Giovanni Benvenuti, cultore di storia locale, che siamo andati a trovare in quel di Calci - furono alcuni monaci di regola agostiniana nel 1264. I discepoli di Sant'Agostino fecero costruire un convento a Nicosia, lungo la strada che da Buti conduceva a Pisa; strada, pare, «abitata» da affamati disposti a tutto pur di racimolare qualcosa con cui vivere, e per questo considerata «poco sicura».
Qui i monaci restarono fino al 1772. La fiammella agostiniana si estinse «quasi» spontaneamente. «Quasi» perché Pietro Leopoldo, dopo averli privati di tutte le fattorie e di altri possedimenti, impose agli ultimi quattro anziani religiosi di non accogliere in convento altri «novizi».
Qualche anno più tardi arriveranno a Nicosia i frati minori francescani che qui rimarranno un altro secolo. Molto amati dalla gente, prestavano servizio, a fianco dei sacerdoti secolari, nelle sette parrocchie della vallata - la pieve, Colle, Sant'Andrea a Lama, Castelmaggiore, Tre Colli col suo santuario, Nicosia e Montemagno - e nelle cappelle private dei nobili del territorio, specie in occasione dei funerali, dei «trigesimi», delle «Settimane dei morti», per gli Ottavari.
Il complesso di Nicosia fu ceduto allo Stato e da questo concesso alla Scuola Normale Superiore. Oggi è abbandonato. Un'associazione, «Nicosia nostra», cerca di mantenere viva l'attenzione verso questo complesso, proponendo varie iniziative. Alla parrocchia sono rimaste la chiesa e la sagrestia.
L'incendio, per fortuna, ha solo lambito  monastero e chiesa: la pineta sovrastante è andata distrutta.
Da Nicosia partiva una mulattiera che portava alla badia di San Michele arcangelo alla Verruca. La chiesa e il monastero di San Michele alla Verruca si trova nel comune di Vicopisano. I resti oggi visibili risalgono al complesso monastico benedettino fondato dal marchese Ugo di Toscana alla fine del X secolo sul luogo ove sorgeva la chiesa di San Michele Angelo, risalente al IX secolo. Nel XII secolo l'abbazia passò ai Camaldolesi, poi ai cistercensi e agli agostiniani. Fu abbandonata nel XV secolo a causa dei danni subiti nelle lotte fra pisani e fiorentini. Intorno ad essa in età medievale si era aggregato, tra il comune di Vico e quello di Calci, un borgo ancora visibile alla fine dell'Ottocento.
I cistercensi hanno «abitato» per secoli la Verruca: dal lato pisano e da quello lucchese. Del resto era un cistercense lo stesso beato Eugenio III, proveniente, con buona probabilità, dalla famiglia Paganelli di Montemagno. Con lui, che fu papa dal 18 febbraio del 1145 all'8 luglio del 1153 - scrive Giovanni Benvenuti in una ricerca - l'ordine dei cistercensi si sviluppò molto in Italia, arrivando a circa duecento monasteri.
Nel 1366 fu invece fondata (come ricorda il medaglione che si trova al suo ingresso) la splendida Certosa, abitata per sei secoli dai monaci certosini, fino alla loro partenza da Calci, avvenuta nel 1972.
I monaci, con i loro monasteri, furono le prime «sentinelle» dell'ambiente.
Oggi da «sentinella» funge una fitta rete di volontari che, da Calci e da tutta la provincia, si è immediatamente attivata per limitare i danni del disastro. «Si sono mobilitati oltre cento volontari per spegnere le fiamme - ricorda Bruno Possenti. E con loro cinquanta vigili del fuoco a difesa delle abitazioni, e quaranta confratelli delle Misericordie di Calci, Bientina, Vicopisano e Buti per allestire campi logistici intorno all'area di intervento. Trentacinque i mezzi utilizzati». Utili soprattutto durante la notte. «Alle prime luci dell'alba, poi, hanno ripreso a volare quattro elicotteri messi a disposizione dalla Regione e due canadair della Protezione civile nazionale: così siamo riusciti a scongiurare il peggio». Intanto, però, dai caseggiati di Crespignano, Baragaglia e Nicosia non si potrà più godere, per anni, di quei «doni del creato» che tanto hanno ispirato serenità e fede.

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