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Otto per mille: perché firmare per la Chiesa cattolica

A venticinque anni dalla sua introduzione, quale giudizio possiamo dare dell'Otto per mille? Come funziona il meccanismo? Quali benefici ne hanno ricavato, in particolare, lo Stato e la Chiesa cattolica? Come sono state impiegate le risorse dell'Otto per mille destinate alla Chiesa cattolica?

A venticinque anni dalla sua introduzione, quale giudizio possiamo dare dell'Otto per mille? Come funziona il meccanismo? Quali benefici ne hanno ricavato, in particolare, lo Stato e la Chiesa cattolica? Come sono state impiegate le risorse dell'Otto per mille destinate alla Chiesa cattolica?
Ne parliamo con Carlo Bini, originario di Cascine di Buti, da poche settimane nuovo direttore generale dell'Istituto centrale del sostentamento del clero

di Andrea Bernardini

Ultimi giorni per denunciare al fisco i propri redditi. I contribuenti che compilano il modello 730 possono scegliere, con una semplice firma, di destinare allo Stato o a una tra sei chiese convenzionate l'otto per mille del gettito Irpef. Una prassi, questa, introdotta nel 1985 in seguito al nuovo concordato tra Stato e Chiesa cattolica.
A venticinque anni dalla sua introduzione, quale giudizio possiamo dare dell'otto per mille? Come funziona il meccanismo? Quali benefici ne hanno ricavato, in particolare, lo Stato e la Chiesa cattolica? Come sono state impiegate le risorse dell'Otto per mille destinate alla Chiesa cattolica?
Ne parliamo con Carlo Bini, originario di Cascine di Buti, da poche settimane nuovo direttore generale dell'Istituto centrale del sostentamento del clero. Istituto che, come vedremo, è uno dei maggiori beneficiari dei  fondi dell'Otto per mille: perché una quota delle somme destinate alla Cei è utilizzata, appunto, per dare una (magra) remunerazione ai sacerdoti.
C'era una volta la congrua. Era lo Stato italiano (così come previsto dai Patti lateranensi del 1929) a pagare direttamente lo  stipendio al clero cattolico. Riconoscendo, così, una sorta di indennizzo per tutti quei beni che la Chiesa si era vista confiscare nell'Ottocento. Un meccanismo che, però, aveva mostrato diversi limiti.
«In effetti, come lei dice, con la codifica dei rapporti tra Stato e Chiesa del 1929, lo Stato riconobbe il cosiddetto pregiudizio economico sofferto dal mondo cattolico nella seconda metà dell'800. Infatti nel 1870 con la breccia di Porta Pia e la conseguente annessione dello Stato Pontificio al Regno d'Italia, molteplici beni ecclesiali erano stati confiscati. Fino al 1932 il capitolo di spesa della congrua fu assegnato al Ministero della giustizia e degli affari di culto: dal 1932 il compito fu assegnato al Ministero degli interni che tramite gli uffici provinciali del tesoro provvedeva ai pagamenti con ruoli di spesa come avviene per i dipendenti pubblici. La congrua veniva considerata un beneficio di diritto strettamente personale del beneficiario: l'importo era molto basso e ben lontano dal principio di perequazione attuale. Non teneva conto di fondamenti quali l'uguaglianza o l'equità di trattamento: un sacerdote di una comunità prospera era molto avvantaggiato rispetto a quello che esercitava il suo ufficio in una comunità povera».
Poi, il 18 febbraio del 1984, è arrivato il  nuovo concordato, firmato dall'allora presidente del consiglio Bettino Craxi ed il segretario di Stato Vaticano Agostino Casaroli; che ha stabilito, appunto, come lo Stato avrebbe devoluto alla Chiesa cattolica e alle altre confessioni una frazione del gettito Irpef, in base alle opzioni espresse dai contribuenti sulla dichiarazione dei redditi. Opzioni che, fino ad oggi, hanno sempre premiato la Chiesa cattolica.
«Con la firma del nuovo concordato il 18 febbraio 1984 regolamentato poi dalla legge n.222 del 1985, la frazione del gettito Irpef che lei menziona e da tutti conosciuta come l'otto per mille, è stata ripartita tra lo Stato e le diverse confessioni religiose presenti nel nostro paese, per scopi definiti dalla legge. La ripartizione del gettito ha sempre premiato la Chiesa Cattolica, perché il cattolicesimo è religione di riferimento del nostro paese. C'è anche da dire che il numero delle preferenze espresse alla nostra Chiesa supera abbondantemente quello  dei cattolici osservanti».
Solo una parte dei contribuenti, però, dichiara espressamente a chi intende destinare l'otto per mille. I voti non espressi?
«È vero, sul totale dei contribuenti, solo il 40% esprime la scelta di destinazione dell'otto per mille. Anche perché diversi cittadini, per vari motivi, non devono presentare la denuncia dei redditi. Per spiegare cosa succede dei voti non espressi, va fatto accenno in maniera semplificata al meccanismo adottato nella destinazione delle quote. Lo Stato calcola l'importo dell'otto per mille sul totale delle entrate generate dall'Irpef; successivamente calcola il totale delle firme dei contribuenti e le varie percentuali di preferenza. Infine attribuisce tutto il gettito dell'otto per mille, basandosi sulle percentuali espresse con le firme: in questo modo viene distribuito anche l'otto per mille dell'Irpef di chi non firma».
Nel 1990 la Chiesa cattolica aveva ricevuto dallo Stato 398 milioni di euro, nel 2008 1002 milioni. A cosa  si deve questa crescita del gettito dell'otto per mille?
«Il gettito è legato all'andamento dell'economia e alla leggi di Stato in materia fiscale: se cresce il prodotto interno lordo o se variano le aliquote Irpef, anche il gettito sale e - di conseguenza - sale anche la quota dell'otto per mille. Un altro importante fattore è dato dall'inflazione misurabile con gli indici Istat e da azioni governative rivolte alla riduzione dell'evasione fiscale. Nel periodo che lei cita le preferenze per la Chiesa cattolica sono aumentate del 20% circa: l'insieme di tali concause giustifica l'aumento».
Come vengono distribuite, dalla Cei, i fondi dell'otto per mille?
«La Conferenza episcopale italiana distribuisce percentualmente i fondi in quattro macroaree: il 37% va al sostentamento del clero, il 9% al terzo mondo, il 29% è destinato ad interventi nazionali, il 25% alle diocesi italiane. I fondi destinati agli interventi nazionali e alle diocesi italiane sono ripartiti, a loro volta, in sottovoci, quali l'edilizia di culto, culto e pastorale, beni culturali e carità.
Già, la carità. Almeno il 20% dell'otto per mille di cui usufruisce la Chiesa cattolica viene destinato ad interventi caritativi in Italia e nel mondo. Ci sono poi alcuni interventi straordinari, come i 5 milioni di euro che la Cei ha stanziato per la ricostruzione delle terre dell'Abruzzo colpite dal terremoto.
«All'interno della voce “carità” dell'otto per mille è compreso un fondo per finanziare interventi per emergenze umanitarie o ambientali straordinarie in Italia o nei paesi del cosiddetto terzo mondo. Grazie ad esso, negli ultimi anni, una parte dell'otto per mille è stato destinato, ad esempio, al Molise colpito dal terremoto, alle province italiane colpite dalle alluvioni, ma anche ai profughi della guerra in Afghanistan e in Iraq o a popolazioni colpite da calamità naturali in Albania e Bolivia. Questo per citare solo alcuni degli interventi effettuati».
Il gettito dell'otto per mille è forse la principale, ma non l'unica, fonte di approvvigionamento dell'Istituto centrale del sostentamento del clero per garantire uno stipendio ai sacerdoti. C'è, ad esempio, il «Sovvenire», che si poggia su erogazioni liberali, in calo negli ultimi anni.
«Il “Sovvenire” prende il nome da un documento del 1988 realizzato dai Vescovi italiani alla luce del Concilio Vaticano II: “Sovvenire alle necessità della Chiesa”, appunto. Questo documento reintroduceva all'interno della comunità ecclesiale l'idea della Chiesa-comunione animata dalla corresponsabilità di tutti. Il sovvenire si basa su due strumenti di origine concordataria: l'otto per mille e le erogazioni liberali. In effetti, negli ultimi anni, si è verificata una leggera flessione delle offerte liberali che tra l'altro sono deducibili fiscalmente e possono essere effetuate anche con bolletini postali o in banche convenzionate. In termini percentuali le erogazioni liberali concorrono al fabbisogno del sistema di sostentamento. per meno del 4%».
E ci sono alcuni beni immobiliari, un tempo di proprietà delle parrocchie, ora confluiti nella gestione dell'Idsc, che dovrebbero garantire un po' di rendita.
«Gli Istituti diocesani per il sostentamento del clero rappresentano un asse portante del nuovo sistema concordatario. Per gli effetti della legge n.222 del 1985 che prima citavo, i patrimoni appartenenti agli enti beneficiali furono trasferiti agli istituti diocesani. Questo perché la legge concordataria affida agli istituti la finalità primaria di “provvedere ad assicurare, con i redditi dei propri patrimoni, il congruo e dignitoso sostentamento del clero che svolge servizio in favore delle diocesi”. L'apporto al sistema varia da istituto a istituto in dipendenza del patrimonio disponibile: percentualmente, a livello nazionale, i duecentodiciotto istituti coprono il fabbisogno del sistema nella misura dell'11%, versando all'Istituto centrale oltre 46 milioni di euro. L'Istituto Centrale integra il restante fabbisogno».
Con il passaggio dalla «congrua» ai fondi dell'otto per mille gestiti dagli istituti centrali del sostentamento del clero, è stato anche introdotto il principio di perequazione: non ci sono più preti ricchi (si fa per dire) e preti poveri, ma tutti ricevono lo stesso stipendio. Uno stipendio da operaio della vigna...
«Ha detto proprio bene, da operaio della vigna, perché si parla di importi molto bassi. Ma non si tratta di stipendio, bensì di remunerazione: il sacerdote è un uomo che ha donato la propria vita a Dio e ai fratelli e non viene retribuito per quello che fa, ma sostenuto per quello che è. La remunerazione segue il principio della perequazione, ossia dell'equità di trattamento. La remuneratio è dovuta dall'ente ecclesiastico presso il quale il sacerdote svolge il servizio ministeriale a tempo pieno. A ciascun sacerdote viene attribuito un punteggio con un valore economico del “punto”, stabilito per tutto il clero dalla Conferenza episcopale italiana. Tale punteggio genera la base della remunerazione, a cui viene sommata una quota parte minoritaria legata al numero di anime amministrate. Per il principio della perequazione è stabilito un valore di remunerazione che può variare leggermente a seconda dell'incarico e dell'anzianità ma che è costante per tutti i sacerdoti. Con l'attuale sistema di sostentamento l'Istituto centrale integra il 70% del fabbisogno delle remunerazioni dei circa 33.000 sacerdoti nel sistema».
Insomma, il modello di «contribuzione» dei cittadini alle sorti della Chiesa, attraverso il meccanismo dell'otto per mille, ha dimostrato di essere valido?
«Direi proprio di sì. Il meccanismo dell'otto per mille, oltre alla perequazione nel sostentamento del Clero, ha permesso alla Chiesa un respiro più ampio nell'impegno caritativo e quindi pastorale. Le percentuali di ripartizione del gettito derivante hanno permesso alla Chiesa di mettere in campo iniziative in diversi settori della società civile, delle quali i primi beneficiari sono i cittadini stessi».
Dunque... firmiamo per la Chiesa cattolica?
«Come cattolico non posso che rispondere in modo affermativo. Se poi ci soffermiamo a valutare quello che in questi anni la Chiesa ha compiuto in Italia e nei paesi più poveri, se consideriamo il lavoro di prima linea dei nostri sacerdoti, se nonostante le campagne mediatiche e gli attacchi indiscriminati valutiamo come la Chiesa continui ad affermare i valori umani e spirituali intangibili nella loro interezza, allora mi sento di invitare proprio tutti alla firma in favore della Chiesa Cattolica. Lo Spirito la sostiene ma noi credenti abbiamo il dovere della partecipazione: anche economic

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