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Sant'Anna, il processo mancato

Ha fatto molto discutere la decisione della procura di Stoccarda di non processare gli ex SS condannati in Italia per la strage di inermi civili avvenuta il 12 agosto del 1944 nel piccolo paese dell'alta Versilia

Percorsi: Diocesi di Pisa
Parole chiave: stragi naziste (47)

La mattina del 12 agosto del 1944, a Sant'Anna di Stazzema, piccolo paesino dell appennino toscano, il tempo si è fermato per sempre. Durante tre ore terribili, i reparti SS della 16esima divisione Panzergrenadier trucidarono con mitra, bombe a mano e lanciafiamme, centinaia di donne, bambini, anziani. In piazza, nelle case, per strada, dentro le stalle, lungo i fossi, a Sant'Anna la morte non risparmiò quasi nessuno. A cadere sotto i colpi nazisti furono 560 civili inermi, di cui 116 bambini sotto i 15 anni. Il piu piccolo di loro, aveva appena 20 giorni. Pochi uomini quel giorno erano a Sant'Anna, molti sfollati, nessun partigiano. Stando agli atti del processo italiano, celebrato con sessant'anni di ritardo, l'eccidio venne compiuto nell'ambito di «un'ampia operazione di rastrellamento e annientamento, pianificata e condotta contro i partigiani e la popolazione civile», sterminata «senza necessità e senza giustificato motivo», «con crudeltà e premeditazione» pur non avendo preso parte a nessuna operazione militare.

Il processo inaugurato il 20 aprile del 2004 nel tribunale militare di La Spezia, si concluse il 22 giugno 2005 con la condanna all'ergastolo di dieci ufficiali e sotto ufficiali tedeschi, al momento della sentenza tutti ultra ottantenni. Sentenza confermata in appello nel 2006 e ratificata l'8 novembre del 2007 in Corte di Cassazione. Nonostante la condanna, gli ufficiali nazisti non furono mai estradati. L'unica speranza per avere giustizia sarebbe stata la pronuncia di un tribunale tedesco. Ora, il primo ottobre, la procura di Stoccarda, dopo 10 anni di indagini, ha deciso che gli ex SS condannati in Italia, non saranno processati. Secondo la procura l'archiviazione si è resa inevitabile perché non è possibile stabilire il numero esatto delle vittime. Inoltre, per l'emissione di un atto di accusa, sarebbe stato necessario che venisse comprovata per ogni singolo imputato la sua partecipazione alla strage. Non solo: per la procura tedesca, la fucilazione dei civili avrebbe potuto essere stata decisa solo in un secondo momento, dopo il fallimento dell'obiettivo primario di contrastare l'azione dei partigiani e il rastrellamento di uomini da deportare in Germania.

La notizia dell'archiviazione ha riaperto una dolorosa ferita nella comunità stazzemese. Ennio Mancini, reduce, non si dà pace: «Questa archiviazione ci colpisce nel profondo, anche se alla rabbia iniziale è subentrata adesso solo amarezza. Non abbiamo sete di vendetta, chiediamo solo giustizia. Sono a tal punto arrabbiato, che per un attimo ho pensato di restituire l'onorificenza che mi avevano dato in Germania. Se devo scegliere tra una medaglia e la giustizia, scelgo quest'ultima». Secondo Mancini, che all'epoca dei fatti aveva sei anni, ad offendere di più sono le motivazioni della sentenza: «Si dice che non ci sono testimoni, ma è chiaro che dopo tutti questi anni è impossibile averne. Si dice che l'azione era rivolta contro i partigiani, ma non credo che tra gli oltre 100 bambini uccisi si nascondessero pericolosi combattenti. Infine, si sostiene che siccome non è provato il numero esatto delle vittime, non è possibile condannare, come se quelle 560 persone fossero scomparse senza motivo alcuno». Da qui, la grande delusione per l'atteggiamento di superiorità della Germania messo in mostra nei confronti della giustizia italiana. Ciononostante Mancini non rinuncia a sottolineare gesti e azioni di grande amicizia tra i due popoli: «È venuto a trovarci un gruppo di professori e studenti dell'Università di Berlino, hanno deciso di testimoniarci la loro solidarietà indossando una rosa bianca. Un gesto dal grande valore simbolico, che abbiamo apprezzato molto».

Amareggiato da questa sentenza, il sindaco di Stazzema Michele Silicani: «La nostra comunità non può sopportare in silenzio la decisione della procura di Stoccarda. Non si può decidere di archiviare, dopo 10 anni, un simile crimine contro l'umanità. Si può discutere di tutto, ma qui siamo in presenza di due rei confessi. Il sergente Alfred Concina, nel 2007 confidò ad un giornale tedesco le proprie responsabilità nel massacro d Stazzema. Adolphe Beckerth, un soldato di piantone presso la chiesa, durante il processo ha raccontato con grande dovizia di dettagli i massacri compiuti a Stazzema». Secondo il sindaco, la partita non termina qui: «Ricorreremo alla Corte Suprema di Stoccarda. Noi saremo fermissimi nella nostra richiesta di verità perché le vittime, gli eroi e le eroine di quella tragedia hanno diritto ad avere giustizia; penso a Jenny Bibolotti Marsili, a Milena Bernabò, a Cesira Pardini».

Un barlume di speranza: «Ho letto del rammarico del ministro tedesco nei confronti della sentenza della procura di Stoccarda. Spero che questo contribuisca ad aprire un dialogo tra i due Paesi, perché la Germania riconosca le sentenze emesse dai nostri tribunali».

Altrettanto significativa la testimonianza di don Marco Marchetti, da 50 anni parroco di Valdicastello e di Sant'Anna: «In quella strage ho perso 12 familiari». Registra don Marco: «Nella nostra comunità, regna un diffuso senso di sdegno per una sentenza che non fa giustizia».

Per monsignor Danilo D'Angiolo, parroco della chiesa del SS Sacramento di Pietrasanta, autore di pubblicazioni sull'eccidio «è necessario che vengano riconosciuti e condannati pubblicamente gli artefici dell'Eccidio del 12 agosto 1944. Non per sete di vendetta, ma per giustizia». Osserva don D'Angiolo: «È la chiesa a proclamare il perdono e l'amore, ma anche l'amore per la storia e per la verità».

La sentenza di Stoccarda è stata commentata anche dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha definito «sconcertanti le motivazioni con le quali è stata disposta, in Germania, l'archiviazione di procedimenti giudiziari contro soggetti accusati di partecipazione diretta a efferate stragi naziste».

Sessantotto anni dopo il vento può avere portato tra i boschi e verso il mare la cenere di quel rogo terribile, ma come scrisse l'ex partigiana Didala Gherarducci al regista Spike Lee «l'angoscia, il pianto e il sangue restano aggrumati là e resteranno là nel tempo e nelle nostre coscienze di uomini e donne. Se lei si soffermerà in questo pensiero, allora capirà come non sia possibile in quella piazza raccontare un'altra morte. Se togliamo alle vittime la loro storia, allora li priviamo del senso della loro morte».

LA VERITA' DELLA STORIA, LA DIFFICILE VIA DEL PERDONO

di Pierluigi Consorti

L 'opinione pubblica, non solo in Italia, ha reagito con disappunto di fronte alla scelta della magistratura tedesca di non procedere contro gli ufficiali accusati di aver partecipato nel 1944 alla strage di S. Anna di Stazzema, che costò la vita ad oltre 500 persone, fra cui almeno 164 bambini. Per i giudici tedeschi il tempo trascorso renderebbe impossibile accertare le singole responsabilità: da qui l'archiviazione del processo.

In realtà anche i giudici italiani avevano incontrato analoghe difficoltà nella ricostruzione dei fatti: tanto che decisero di non procedere contro tutti i soldati che facevano parte del reggimento incriminato, limitandosi a perseguire i soli ufficiali; alcuni dei quali sono stati peraltro assolti per la mancanza di prove dirette a loro carico.

Sebbene ancora oggi alcuni dettagli non siano del tutto chiari, non v'è dubbio alcuno che la responsabilità materiale di quanto avvenuto pesa sui militari tedeschi. La scelta dei giudici tedeschi, però, ci aiuta paradossalmente a fare un passo in avanti.

E ci suggerisce un paio di considerazioni. La prima: le verità processuali non sono più in grado di assecondare le verità storiche.

La seconda: quand'anche i giudici, correttamente, accertano la verità dei fatti, attribuiscono le singole responsabilità e sentenziano le eventuali condanne penali, non sempre, con la loro decisione, aiutano a risanare le ferite; anzi, spesso, le aggravano.

L'esperienza insegna che abbinare la verità alla riconciliazione invece che alla giustizia penale è molto più proficuo. Questa strada di una giustizia senza punizione è stata percorsa con successo, ad esempio in Sudafrica, in Cile o in Nepal. La scelta di privilegiare la ricerca della verità senza dover necessariamente individuare e perseguire i colpevoli con misure punitive ha consentito di dare voce alle vittime, ha accreditato la loro verità e ha permesso di ricostruire le fondamenta di una convivenza pacifica prescindendo dalle punizioni.

Si tratta di situazioni diverse da quella di S. Anna. Cionondimeno anche in questo caso possiamo chiederci se non sia opportuno procedere sulla già intrapresa via della riconciliazione, senza scomodare i tribunali. Del resto per i cristiani la scelta di procedere lungo questa direzione appare perfino doverosa; incoraggiata com'è dal comandamento del perdono. Che non può restare una sorta di invito generico, una specie di impeto moralistico.

Giovanni Paolo II nel Giubileo del 2000 ha testimoniato la necessità del perdono. E successivamente, proprio davanti alla minaccia del terrorismo, ha spiegato che la via della pace passa per il perdono. Facile a dirsi, più difficile a farsi. Ma è proprio così.

direttore del Centro interdisciplinare Scienze per la pace

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