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UNIVERSITA': INCUBO DA TEST

Arrivano da tutta Italia per «giocarsi» una chance in uno dei corsi di laurea a numero programmato promossi dal nostro ateneo. Solo un candidato su sette riuscirà a frequentare la facoltà di Medicina

di Andrea Bernardini
 
Sono arrivati da tutta Italia, alcuni persino da paesi extra-comunitari, e - in contemporanea con le altre sedi universitarie italiane - hanno risposto agli 80 quesiti a risposta multipla elaborati e forniti dal Ministero dell'Università e della ricerca scientifica. Sono i 1.840 aspiranti medici ed odontoiatri che, nei giorni scorsi, si sono dati appuntamento nell'area Expò ad Ospedaletto per partecipare al concorso di ammissione ai corsi di Medicina e chirurgia e Odontoiatria e protesi dentaria dell'Università di Pisa. 276 i posti «in palio». 
Tra i partecipanti al concorso: 38 candidati su cento venivano da fuori Toscana, e la maggior parte di loro è arrivato accompagnato da genitori che hanno atteso pazientemente ai cancelli d'ingresso la fine della prova.
Delle 80 domande che componevano il test, 40 erano di cultura generale e ragionamento logico, 18 di biologia, 11 di chimica e 11 di matematica.
Come si spiega la scelta di centinaia di giovani di fare le valigie per giocarsi una chance da studente in Medicina a Pisa? Lo abbiamo chiesto a Salvatore Sica, 61 anni, psicologo e psicoterapeuta pisano, già docente di psicologia del lavoro e psicologia delle attività sportive all'ateneo fiorentino ed autore di numerose pubblicazioni. «C'è gran richiesta di medici, in Italia come in Europa - commenta lo psicologo. Chi accede in Medicina, dunque, al termine del percorso di studi, è certo di avere in tasca un lavoro. E questo, in tempi di crisi, è cosa di non poco conto».
Solo un candidato su sette, però, potrà frequentare i corsi... 
«Mi chiedo: quelli che avranno superato l'esame saranno i migliori medici del futuro? Non lo so. Non sono molto convinto sull'efficacia di questo test». 
Dove risiedono i suoi dubbi?
«Il test somministrato a un così gran numero di neodiplomati, ad esempio, non indaga sulle motivazioni del giovane candidato. Ed invece le motivazioni possono fare - nel medio e lungo periodo - la differenza, molto più di quanto possa farla oggi la preparazione su alcune materie che, comunque, dovranno essere necessariamente sviluppate durante il percorso di studi universitario».
Ma come è possibile «misurare» i sogni, le aspettative, le motivazioni di un aspirante medico?
«Servirebbero indagini più mirate. Servirebbero colloqui». 
Insomma, sarebbe necessario più tempo.
«La verità è una: l'orientamento del giovane dovrebbe partire da lontano. E gli insegnanti dovrebbero fidarsi di più gli uni degli altri».
Tutto questo già non avviene?
«I docenti di ogni ordine e grado di scuola, non si fidano a sufficienza del giudizio di chi, sino ad allora, si è occupato della formazione del ragazzo che è stato loro consegnato. Ad ogni passaggio, “azzerano” e “riformulano” la valutazione sul discente. Così fa anche l'Università. La “Bocconi” decide di ammettere o non ammettere i candidati a seguire i suoi corsi, mettendo il naso non sui voti della maturità, ma su quelli conseguiti in terza e in quarta superiore».
Una discontinuità educativa che non fa bene al ragazzo...
«Esatto. E fa perdere di vista quella che dovrebbe essere la missione dell'insegnante: individuare, coltivare e valorizzare gli interessi dell'allievo, per meglio aiutarlo nelle sue scelte future. Se gli insegnanti orientassero i “loro” ragazzi già dai primi anni di studi, test come quello che abbiamo visto somministrare a Medicina e Odontoiatria non sarebbero necessari: i candidati che si presentassero ai corsi sarebbero già “autoselezionati”». 
Quali sono i vulnus più evidenti nel sistema formativo in Italia? 
«Almeno due. Il primo: i docenti, oggi, forniscono ai loro ragazzi molte conoscenze, ma non lavorano a sufficienza sulle loro emozioni e sulla loro maturità. Il secondo: la scuola, oggi, dà centralità all'insegnamento, quando invece dovrebbe darla all'apprendimento. In fondo, era questo ciò che diceva don Milani. Il suo “bisogna passare tutti” non si identifica con l'idea sessantottina di “bisogna promuovere tutti, al di là del rendimento”; piuttosto con il concetto che “occorre trovare metodi di insegnamento 'personalizzati', in modo che tutti, proprio tutti, possano apprendere, ed essere pronti per la classe successiva».

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