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60 anni fa la condanna del vescovo Fiordelli per la vicenda dei concubini di Prato

Il primo marzo 1958 il vescovo di Prato Pietro Fiordelli fu condannato da un tribunale civile italiano per diffamazione. Aveva dichiarato come «pubblici concubini» e dunque «pubblici peccatori» Mauro Bellandi e Loriana Nunziati, lui comunista militante, lei di famiglia cattolica, perché sposati solo civilmente. Fu un caso di portata nazionale. Era la prima volta, dopo i Patti Lateranensi, di una condanna giudiziaria a carico di un vescovo (che poi fu assolto in secondo grado). Ripercorriamo la vicenda a sessant'anni di distanza da quello storico momento

60 anni fa la condanna del vescovo Fiordelli per la vicenda dei concubini di Prato

«Sono stato condannato. Sia fatta la volontà di Dio». Monsignor Pietro Fiordelli commentò così la notizia della sua condanna per il reato di diffamazione nei confronti di Mauro Bellandi e Loriana Nunziati. Era il primo marzo del 1958. Esattamente 60 anni fa. Quel giorno, a sera, fu l’agenzia Ansa a telefonare in Palazzo vescovile per avere una dichiarazione, rispose un giovane Luciano Santini, allora segretario della Giunta di Azione Cattolica. Mai prima di allora un Vescovo era stato condannato da un tribunale italiano dopo i Patti Lateranensi. La notizia fece ovviamente il giro del mondo e per giorni tutti i giornali italiani aprirono le loro edizioni commentando quanto accaduto.

Si tratta della famosa vicenda dei «concubini di Prato» (Sotto riepiloghiamo tutti i fatti). Due anni prima Fiordelli era stato querelato, insieme al parroco di Santa Maria del Soccorso, mons. Danilo Aiazzi, da Bellandi e Nunziati, lui comunista, lei di famiglia cattolica, sposati civilmente. I due vengono definiti per questo «pubblici concubini e pubblici peccatori» in una nota scritta dal Vescovo e pubblicata, all’insaputa di Fiordelli, sul giornale parrocchiale da mons. Aiazzi.
Inizia così il processo in un clima, di livello nazionale, di roventi polemiche tra due fronti, da una parte quello cattolico e dall’altra quello comunista e laicista. In ballo c’erano l’autonomia pastorale dei vescovi ma in generale il rapporto tra Stato e Chiesa. . «Il problema di oggi è uno solo: evitare l’irreparabile», scrisse il 5 marzo in un lungo fondo Spadolini sul suo Resto del Carlino.

Ma nonostante la richiesta di «non luogo a procedere» sollecitata dalla Procura, Aiazzi e Fiordelli prima vengono rinviati a giudizio e poi condannati. Il primo è assolto mentre il Vescovo viene condannato per il reato di diffamazione alla pena di 40mila lire di multa e al pagamento delle spese processuali. Poi, è bene ricordarlo, due anni dopo Fiordelli verrà assolto in appello perché «il fatto non sussiste». Il giorno della condanna i cattolici di Prato si strinsero attorno al loro Pastore. Il giorno successivo la sentenza cadde e di domenica, il duomo era gremito di fedeli, e la commozione era palpabile, raccontano ancora oggi i testimoni dell’epoca. Nei giorni successivi arrivarono a Prato cardinali e vescovi. Il cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, listò a lutto tutte le chiese dell’Arcidiocesi. Fiordelli però non cavalcò l’onda di riprovazione suscitata dalla condanna, né scatenò polemiche. Era chiaramente avvilito ma la sua proverbiale forza d’animo prese il sopravvento. Nemmeno la sentenza di assoluzione, avvenuta il 25 ottobre 1958, fu strumentalizzata dalla Chiesa. La singola coincidenza con il Conclave per l’elezione del successore di Pio XII, ovvero Giovanni XXIII, contribuì a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica.

i coniugi bellandi

I FATTI

12 agosto 1956: Mauro Bellandi e Loriana Nunziati, lui comunista militante, lei di famiglia cattolica, si sposano civilmente. Mons. Fiordelli e il parroco avevano tentato invano di far recedere la sposa dalla decisione. Nello stesso giorno nella parrocchia di S. M. del Soccorso, quella degli sposi, viene letta una notificazione del Vescovo, in cui, a norma del diritto canonico, vengono definiti «pubblici concubini e pubblici peccatori». Mons. Danilo Aiazzi, all’insaputa di Fiordelli, pubblica la notificazione sul giornale parrocchiale.

6 settembre 1956: gli sposi querelano per diffamazione mons. Fiordelli e il parroco, mons. Danilo Aiazzi.

29 ottobre 1957: mons. Fiordelli e mons. Danilo Aiazzi vengono rinviati a giudizio, nonostante che la Procura generale avesse chiesto il «non luogo a procedere» già in fase istruttoria.

1 marzo 1958: mons. Fiordelli è condannato dal Tribunale di Firenze alla pena di 40.000 lire di multa, al pagamento delle spese processuali, al risarcimento dei danni verso le parti civili, al pagamento delle spese di costituzione e di difesa delle parti civili; assolto mons. Aiazzi. La notizia fa il giro del mondo. Pio XII, «nella presente condizione di amarezza, di mestizia, di oltraggio» annulla l’annuale festa per l’anniversario dell’incoronazione, prevista per il 12 marzo. Il card. Lercaro fa listare a lutto le chiese di Bologna.

25 ottobre 1958: in appello mons. Fiordelli viene assolto, perché il fatto non costituisce reato.

Il commento di mons. Basilio Petrà: «Un episodio lontano, non solo nel tempo»

Fonte: Tog
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