Prato
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Da anni l’associazione contrasta un fenomeno che le ultime statistiche danno in aumento

Abbandono scolastico, la sfida di Cieli Aperti

La criticità, in poco più di due settimane l’hanno sottolineata sia il Dossier immigrazione della Caritas sia il rapporto Prato allo specchio (si veda più sotto). A Prato c’è un problema di abbandono scolastico. Una percentuale di ragazzi che sfiora il 20% (fra questi incide pesantemente però la percentuale di stranieri che è il 45%) lascia la scuola prima del completamento dell’obbligo, quindi prima dei 16 anni o del conseguimento, entro i 18, di un diploma di qualifica. Ma già da diversi anni c’è chi tenta di mettere un argine a questa situazione, lavorando sul campo dell’orientamento e della prevenzione. È l’associazione Cieli Aperti che, dal 2003, nei locali di via Marengo, ospita un’attività di aiuto allo studio. (dal numero 8 del 24 febbraio 2013)

Abbandono scolastico, la sfida di Cieli Aperti

Quest’anno sono ben 190 i ragazzi che dalle elementari alle superiori frequentano il dopo scuola di Cieli Aperti che si tiene ogni giorno, dal lunedì al venerdì, dalle 15 alle 19. Qui si possono trovare sette operatori professionisti, altrettanti volontari (si va dai ragazzi delle superiori fino ai professori in pensione) e 5 ragazzi in servizio civile. Tutte persone formate specificamente e continuamente che danno una mano nei compiti, seguono i ragazzi, li motivano e insegnano loro a conoscere le proprie potenzialità, ma anche i propri limiti. «Chi abbandona dice che non ha voglia, non ha la spinta per continuare», spiega Alessia Facchini, psicologa ed educatrice di Cieli Aperti. «Non c’è la consapevolezza che studiare serve per costruirsi un futuro, e questa manca a tanti ragazzi. Chi molla la scuola pensa di non avere capacità». «Facciamo orientamento già ai ragazzi di terza media – sottolinea Andrea Martelli, educatore di Cieli Aperti – cercando di capire insieme quali sono le loro capacità. Se uno è disorganizzato, non ha un metodo di studio, è inutile che vada al liceo: è destinato a una delusione. Abbiamo avuto il caso di un ragazzo che è andato all’artistico pur non sapendo affatto disegnare. Si è sentito inadeguato e ha avuto la tentazione di mollare tutto. Noi lo abbiamo assistito nel cambio di scuola: adesso fa, con profitto e soddisfazione, un professionale sociale per cui è perfettamente tagliato».
A Cieli Aperti vengono, sì, ragazzi con disturbi di apprendimento, qualcuno anche con lievi ritardi o iperattività. «Ma il nostro è uno spicchio di mondo, non un ghetto, abbiamo ragazzi di tutti i tipi. La maggior parte non ha nessun disturbo», sottolinea Alessia. «E le famiglie con cui ci relazioniamo sono le più svariate, da quelle “bene” a quelle disagiate. Uno dei problemi che accomuna tutti è quello della poca attitudine a socializzare. Qui gestiamo anche i rapporti con le famiglie alle prese, ad esempio, con i problemi adolescenziali, anche grazie al nostro sportello psicologico». Un problema trasversale, quindi, quello della scuola. Che tocca tanto gli italiani, la maggioranza, quanto gli stranieri (una settantina sul totale dei ragazzi che frequentano Cieli Aperti), di tutte le nazionalità, dal Pakistan al Marocco fino alla Cina. Qualcuno arriva dai servizi sociali del Comune con progetti specifici finanziati sul disagio sociale. Qualche altro fondo l’associazione lo ha dalla Regione sulla prevenzione dell’illegalità. Molto viene dall’autofinanziamento. «Se qualcuno avesse tavoli e sedie che non sono mai abbastanza, ben venga, ci fanno sempre comodo», sottolinea Alessia.
«Una fascia molto critica è quella dei 15-19 anni», spiega Andrea Martelli. «Quando si lascia la scuola in questo periodo, spesso si rimane senza far nulla, a dormire a casa. Oppure si rischiano cattivi incontri, come testimonia il caso della ’gang del Soccorso’, o ancora il bighellonaggio nelle sale scommesse alla ricerca di pseudo guadagni. Il tutto nell’attesa, che può essere anche lunga, di un corso di formazione professionale». Proprio per i ragazzi a rischio di questa fascia d’età, Cieli Aperti ha attualmente in piedi due progetti: «Uno – spiega Martelli – di agricoltura sociale: tre ragazzi inpiegati in un nostro orto, con un progetto cofinanziato dalla Regione. Altri sono impegnati invece in una nostra officina meccanica. Imparano un mestiere, ma soprattutto a confrontarsi con orari, tempi, gerarchie». «Qualche ragazzo ci chiede a che serva studiare, ad esempio, l’italiano», conclude Alessia. «Ma se non sapete neanche parlare, cosa volete fare? Rispondiamo loro. Anche don Milani lo diceva: ogni parola che non conosci oggi è una fregatura in più domani».

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