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Eritrea, lo Stato ha chiuso tutte le cliniche aperte dalla Chiesa

La preoccupazione del gruppo Shaleku di Prato che da anni aiuta la popolazione del Paese africano

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Il giorno 12 giugno 2019, mentre le suore infermiere come tutti i giorni si preparavano per l’accoglienza e l’assistenza, all’improvviso vedono arrivare nei loro centri sanitari degli ospiti strani». È l’inizio della lettera scritta da una suora ai membri dell’associazione Shaleku di Prato per testimoniare l’ennesimo sopruso subito dalle poverissime popolazioni dell’Eritrea. «Gli ospiti strani» descritti dalla religiosa sono rappresentanti del ministero della sanità e del governo, membri del partito, poliziotti e soldati che d’imperio hanno chiuso la clinica sanitaria gestita dalle Figlie di Sant’Anna. La stessa sorte è toccata a 29 strutture, tra cliniche e ambulatori, presenti nel Paese che curano circa 200mila persone l’anno. Sono tutte di proprietà della Chiesa cattolica.

È il nuovo attacco che il regime, guidato da Isaias Afewerki, ha sferrato contro i Vescovi, «colpevoli» di aver chiesto nella lettera pastorale scritta a Pasqua il rispetto dei diritti civili dei cittadini eritrei, stremati dalla dittatura militare. La notizia non ha avuto grande rilievo sui media nazionali, solo Avvenire si è occupato di questa vicenda che può portare gravissime conseguenze alla popolazione. Il rapporto tra l’Eritrea e Prato nasce grazie all’impegno della Caritas diocesana e dell’associazione Shaleku, fondata per promuovere e sostenere progetti di sviluppo nel Paese africano. Tra i tanti ricordiamo «Adotta un banco», grazie al quale la scuola di Hagaz, che conta 900 alunni, può proseguire le sue attività. Proprio lo scorso maggio c’è stato l’ultimo viaggio di un gruppo di pratesi in Eritrea per fare il punto della situazione e programmare nuovi interventi di aiuto.

«Abbiamo avuto modo di incontrare le suore Figlie di Sant’Anna e di constatare nuovamente il grande lavoro che fanno per la popolazione», racconta Camilla Magazzini di Shaleku, andata in Africa insieme a Giulia Masoni, Letizia Gerace e Corrado Contella. «Con queste chiusure imposte dallo Stato la situazione laggiù si fa ancora più grave - commenta la volontaria pratese - i bambini sono denutriti e le donne vivono in condizioni molto difficili». Nella sua lettera la religiosa testimonia una prima «conseguenza dolorosa» delle chiusure delle cliniche: «a Bimbinnà è morta una partoriente arrivata da lontano che ha trovato chiusa la struttura e ha avuto complicazioni, una donna di Zagher è in coma dopo che ha avuto i gemelli». Anche il vescovo di Keren, Abba Kidane, in una email scritta a Shaleku esprime grandissima preoccupazione e termina con una richiesta di aiuto: «fate quello che potete fare».

Fonte: Tog
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