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Genitori occhio: il bullismo sbarca su Whatsapp

La Pamat di Prato (associazione per la prevenzione degli abusi sui minori) dedica un convegno ai rischi connessi alla presenza in rete degli adolescenti. La presidente Elena Lenzi: «Le piattaforme di messaggistica instantanea sono circoli chiusi e difficilmente monitorabili». Capita sempre più spesso che all'interno delle chat di classe avvengano episodi di cyberbullismo, pericolosi come quelli offline. In aumento anche i fenomeni di sexting

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Genitori occhio: il bullismo sbarca su Whatsapp

Le insidie per i ragazzi più fragili si annidano anche su whatsapp, il sistema di messaggistica istantanea più diffuso al mondo. Oggi non c’è classe di scuola, dalle medie alle superiori, che non abbia la sua chat di gruppo nella quale i compagni scrivono, inviano foto e condividono video di ogni genere. Ma capita purtroppo, e sempre più spesso, che anche su quella piattaforma avvengano episodi di bullismo. Lo sanno bene alla Pamat, la onlus pratese dedicata alla prevenzione degli abusi su minori con sede in via del Serraglio. L’associazione sta festeggiando i trent’anni dalla sua fondazione e il prossimo 25 novembre terrà il tradizionale convegno annuale promosso in occasione della Giornata mondiale dell’infanzia. Questa volta il tema scelto riguarda proprio il bullissimo e in particolare il cyberbullismo. L’incontro, aperto a tutti gli interessati, si svolge al mattino nella sala consiliare della Provincia a Palazzo Buonamici. Due, tra le varie relazioni in programma la mattina, sono dedicate a «le dinamiche relazionali nei fenomeni del cyber bullismo» e alle sue manifestazioni in ambiente scolastico.

«Il bullismo in rete sta prendendo sempre più campo - spiega la psicologa e psicoterapeuta Elena Lenzi, presidente Pamat - e devo dire che presenta aspetti di maggiore gravità rispetto alla esperienze tradizionali». Episodi di bullismo, di sopraffazione e dileggio tra ragazzi ci sono sempre stati ma l’esistenza del web ha amplificato le possibilità di scherno. «In internet non c’è percezione del limite, del danno e del dolore che si può procurare all’altro - sottolinea Lenzi -, le vittime sono sole nell’affrontare la derisione che viene diffusa e condivisa sui canali social. Abbiamo riscontrato una maggiore esplosione di angoscia da parte di chi viene attaccato». Negli ultimi tempi alla Pamat si fa i conti con questo tipo di episodi, ormai molto frequenti, quasi uno al mese. «Le segnalazioni ci arrivano dalla scuola e dai genitori delle vittime, ma non sempre è facile accorgersi di queste situazioni, in particolare quelle che avvengono dentro un gruppo whatsapp, visibile ai compagni di classe ma non monitorabile all’esterno», dice ancora la presidente. «Abbiamo dovuto gestire casi in cui i genitori scoprono che il figlio viene insultato in una chat - racconta Lenzi - si creano situazioni di difficoltà, abbiamo dei bulli, una vittima e il resto della classe che assiste e spesso non interviene. Aggiungo che fatti come questi riguardano sì l’ambiente scolastico ma avvengono in rete e non dentro la scuola». Come affrontate queste situazioni? «Facendo rete, mettendo in relazione il dirigente scolastico e i genitori dei ragazzi coinvolti, anche di quelli che agiscono nella svalutazione dell’altro. Tutto avviene a scuola. I primi ad essere angosciati per la situazione sono i genitori dei bulli, in loro non troviamo mai opposizione ma collaborazione. Questi ragazzi non sono cattivi ma fragili, cercano la propria affermazione nella svalutazione dell’altro».

Alla Pamat arrivano anche segnalazioni di episodi legati al sexting, l’invio di testi o immagini sessualmente esplicite tramite internet o telefono cellulare compiuti tra adolescenti. «Anche queste purtroppo sono in forte aumento tra i nostri ragazzi - dice Lenzi -, alla base c’è la "vecchia modalità" del dono d’amore, del bisogno di sentirsi apprezzati. Nella maggior parte dei casi è il maschio che chiede alla propria fidanzatina l’invio di queste immagini che poi rischiano di uscire dalla relazione a due e di essere condivise all’esterno». In questo ultimo caso c’è anche un risvolto penale. Anche tale aspetto sarà affrontato al convegno dove parleranno un avvocato, un magistrato e un dirigente della polizia postale.

Ma i genitori dovrebbero avere libero accesso ai telefonini dei figli minorenni? «Sì - risponde sicura la presidente Lenzi - ma alla base ci vuole un rapporto di fiducia e non di imposizione, fin da piccoli babbo e mamma devono far capire che si interessano al figlio non per giudicare ma per stare al suo fianco e aiutarlo».

Fonte: Tog
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