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I 50 anni di sacerdozio del vescovo Agostinelli: «Essere prete vuol dire farsi guidare dall'amore»

«Don Franco» ripercorre gli anni di sacerdozio: dall’ordinazione nel 1968 alla bellissima esperienza di parroco ad Arezzo. «In Seminario mi hanno insegnato
ad amare la Chiesa».Come accolsero i genitori questa scelta? «Mia mamma era felice, il babbo era contrario». Venerdì 8 giugno la messa di ringraziamento in cattedrale

I 50 anni di sacerdozio del vescovo Agostinelli

È diventato sacerdote esattamente cinquant’anni fa, nel giugno del 1968, un anno particolare, pieno di fermenti, di grandi ideali e di voglia di cambiamento. Anche all’interno della Chiesa. Proprio negli anni del post concilio si è formato il giovane Franco Agostinelli che di quel periodo ricorda con grande piacere «l’ansia di costruire un mondo diverso». Oggi, mezzo secolo dopo, riannodiamo il filo dei ricordi e ci facciamo raccontare i momenti più importanti di una vita presbiterale che lo ha visto parroco, rettore del Seminario, vicario generale e poi vescovo di due diocesi: prima Grosseto e poi Prato.

Eccellenza, lei è stato ordinato nella cattedrale di Arezzo il 9 giugno 1968 da mons. Telesforo Giovanni Cioli. Cosa ricorda di quel giorno?
«È passato tanto tempo, ma ricordo ancora tutto molto bene e con tanta emozione. Ho un grande ricordo del mio vescovo di allora, monsignor Cioli, era un carmelitano, di quelli calzati e... calzati bene. Un uomo senza tanti fronzoli che a noi giovani piaceva molto. Siamo stati ordinati in cinque e vorrei ricordare i miei compagni di messa, perché a loro sono molto legato: don Brunetto Sartini, oggi in diocesi di Siena, don Mario Casini, parroco a Ciggiano, Gargonza e Palazzuolo, e poi due amici che oggi non ci sono più, don Mario Tedeschi e don Giovanni De Robertis».

Cosa voleva dire essere prete nel ’68?
«Anche noi seminaristi guardavamo con attenzione a quello che stava avvenendo in quel momento in Italia e in Francia. Seguivamo anche l’onda del Concilio, c’era un grande entusiasmo. Certo non potevamo condividere tutto quello che chiedeva il movimento giovanile, ma il desiderio di un mondo nuovo c’era anche nel cuore di noi giovani sacerdoti. Quei fermenti hanno dato una spinta anche alla nostra scelta».

Non erano tempi facili. Non pochi poi scelsero di lasciare il sacerdozio.
«Anche nel mio seminario ci furono grandi sovvertimenti. Ricordo che negli anni successivi, quando ero studente alla Alfonsiana a Roma, in tanti decisero di abbandonare il sacerdozio perché travolti da quell’ansia di novità e dall’impazienza di fare qualcosa di diverso».

Poi nel 1972 arriva l’incarico di parroco a 28 anni. Era molto giovane.
«A quell’età non si diventava così frequentamente parroci, invece io fui nominato alla guida di una parrocchia nuova e molto popolosa. Aveva 15 mila abitanti. Sto parlando della parrocchia del Sacro Cuore e di Santa Teresa Margherita Redi a piazza Giotto. Un quartiere nuovo, una realtà viva e vivace».

Cosa ricorda di quella esperienza?
«Ho tanti ricordi e tanta nostalgia. Ho detto spesso e l’ho scritto anche in una lettera pastorale quando ero vescovo a Grosseto: la parrocchia è stata il mio seminario, lì mi sono sentito prete davvero. Era una realtà concreta fatta di persone, di gioie e speranze. È lì che si è concretizzato il mio motto: tu mi scegliesti in mezzo al popolo, o Signore, sia per esso il mio sacerdozio e la mia vita. Questo vuol dire essere prete: vivere in mezzo alla gente, camminare con loro, fare di una parrocchia una comunità».

Qual è il segreto di questa bella esperienza?
«Non abbiamo fatto nulla di particolare o mirabolante. Ripeto: abbiamo camminato insieme. In parrocchia c’erano diverse esperienze, gli scout, le Acli, i Neocatecumenali, il gruppo giovani e quello anziani. Abbiamo condiviso momenti di preghiera e di riflessione con tutti. Quando gli scout partivano per un campo c’ero anche io. In consiglio pastorale c’erano discussioni, talvolta animate, ma non si incrinava mai la comunione, pur nella diversità di vedute».

Accettò di buon grado di lasciare la parrocchia?
«Ci sono stato 13 anni, sei mesi e dodici giorni. Per me venire via fu un grande trauma. Lo ammetto: sono stato sei mesi a discutere con il mio vescovo, era mons. Giovanni D’Ascensi, perché non volevo lasciare la parrocchia. Non mi sapevo immaginare fuori da quel contesto».

E poi?
«Ho ubbidito. Accettai, ma con sofferenza. Mi sono fatto prete non per stare in una certa parrocchia, ma per seguire la Chiesa. C’era bisogno di me come vicario per la pastorale e poi come vicario generale».

Qual è un suggerimento che le hanno dato prima di diventare sacerdote che può valere anche per il prete di oggi?
«Il mio rettore, mons. Luciano Giovannetti, ci ha insegnato l’amore verso la Chiesa e l’ubbidienza nei confronti di chi è preposto a guidare la Chiesa».

Spesso si parla della solitudine del sacerdote. Ne ha sofferto? Come si vince?
«Come tutti ho vissuto anche momenti difficili, non lo nascondo. La solitudine si vince in due modi: stando con la gente e con i confratelli sacerdoti. Occorre incrementare la vita del vicariato. Il mio consiglio è quello di vivere la parrocchia, in modo completo. Se un prete vive nel privato, sparisce dopo la celebrazione della messa, si condanna alla solitudine. È bene che questo lo sappiamo anche i giovani sacerdoti».

A proposito di giovani, da anni si parla della crisi delle vocazioni. Come si supera questa situazione?
«Stiamo vivendo un cambiamento epocale ed è venuto meno l’humus che permette alle vocazioni di nascere. Se la secolarizzazione e l’individualismo sono imperanti come fa un giovane a scegliere la vita della dedizione completa agli altri? Le vocazioni poi vanno incoraggiate e non sempre avviene. Ci sono tante ritrosie nelle famiglie. Anche mio babbo era contrario al mio ingresso in seminario».

Perché?
«Faceva valutazioni sulla mia vita futura, dura e fatta di sacrifici. Mio padre frequentava la chiesa, ma era un operaio di idee socialdemocratiche. Non condivideva i motivi della mia scelta».

Dare la possibilità ad un sacerdote di sposarsi potrebbe migliorare la situazione?
«Non è questo il problema. La crisi delle vocazioni c’è anche nel mondo ortodosso, dove i sacerdoti possono sposarsi. Il sacerdozio è un sacramento importante, ma per portarlo avanti serve una dedizione che non può essere distratta dall’avere una famiglia».

Come si aspetta la festa dell’8 giugno?
«Non voglio essere io il festeggiato. Sì, io compio l’anniversario, ma vorrei che quel giorno ci fosse la conferma dell’identità dell’essere prete e che insieme si ringrazi il Signore per il dono del sacerdozio. E poi questa festa avviene in un momento particolare, nella solennità del Sacro Cuore. Significa che occorre tornare la cuore e a quello che per un sacerdote conta davvero: l’amore. Ogni vocazione per andare avanti deve seguire la forza dell’amore».

Prato festeggia il suo Vescovo venerdì 8 giugno alle 18,30

La Diocesi di Prato festeggerà il giubileo sacerdotale di monsignor Franco Agostinelli venerdì 8 giugno alle 18,30 con la celebrazione di una messa solenne in cattedrale. La funzione sarà trasmessa in diretta su Tv Prato. Tutta la comunità ecclesiale è chiamata a partecipare a questo rendimento di grazie per il raggiungimento di un traguardo così importante. La settimana successiva, sabato 16 giugno, alle 18,30, mons. Agostinelli sarà festeggiato ad Arezzo, sua città natale, nella parrocchia del Sacro Cuore che ha guidato per 13 anni a cavallo degli anni ’70 e ’80.
Nato ad Arezzo il primo gennaio 1944, monsignor Franco Agostinelli entra in giovane età nel seminario della sua diocesi e dopo l’ordinazione viene inviato dal Vescovo a Roma per proseguire gli studi alla Lateranense, dove consegue la licenza in teologia dogmatica. Nella capitale studia anche all’Alfonsiana, dove si laurea in teologia morale. Ad Arezzo diviene parroco del Sacro Cuore e Santa Teresa Margherita Redi, una parrocchia istituita negli anni Settanta, e vi rimane fino al 1986. Quella esperienza, ha spesso sottolineato mons. Agostinelli, alla guida di una comunità veramente ricca di fermenti pastorali è stata tra le più belle della sua vita. Non a caso proprio uno «dei suoi ragazzi», Franco Vaccari, dà vita a Rondine Cittadella della Pace, luogo di incontro e dialogo internazionale. Poi Agostinelli ricopre vari incarichi in diocesi fino a diventare vicario generale.
Nel 2001, Giovanni Paolo II lo nomina vescovo di Grosseto e lo consacra il 6 gennaio 2002 nella basilica di San Pietro. In Maremma rimane undici anni, perché poi Benedetto XVI lo promuove vescovo di Prato, dove arriva nel novembre del 2013.

Fonte: Tog
I 50 anni di sacerdozio del vescovo Agostinelli
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