Prato
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Dal numero 13 del 28 marzo 2004

INCHIESTA Civico, il museo dimenticato

Chiuso da 6 anni, privo di direttore da 4, senza soldi da molto prima,uno dei principali musei della Toscana aspetta al 1986 di conoscere il suo futuro%%L'editoriale/Quel portone chiuso e il Filippino «scippato»

La Regione smentisce il proprio impegno: «Non è previsto nessun finanziamento»

Abati: «Ci vorranno anche finanziamenti privati»

L'architetto Ballestrero: «Io avrei quasi finito il progetto esecutivo...»

Il nuovo ingresso sarà sotto le Logge accanto al Caffè

Ci sono un Vescovo e un (quasi) santo all'origine della sua istituzione

Quattro musei «sottosopra»

L'omaggio a Filippino

Bartolini si vede ancora

INCHIESTA
Civico, il museo dimenticato

di Gianni Rossi
È chiuso da 6 anni. È privo di direttore da 4. Senza soldi da molto prima. La sua riapertura, per ora, rimane un mistero. Parliamo del Museo Civico di Prato, nel Palazzo Pretorio, unanimemente considerato uno dei principali della Toscana. Eppure, su di esso, è calato il silenzio. Dai programmi dell'Amministrazione comunale è progressivamente sparito. Le ultime parole che lo riguardano risalgono all'ottobre 2002, e sono dell'allora assessore alla cultura Ambra Giorgi: «Non è vero che lo abbiamo dimenticato. La Regione è interessata a finanziare i lavori». La verità è che quei finanziamenti proprio nel 2002 sono stati dirottati sull'ex Campolmi - Museo del tessuto e nuova biblioteca comunale - come ci confermano dal competente assessorato regionale. E, per ora, dalla Regione non arriveranno altri soldi per la cultura pratese.
Dal 2002 del Museo Civico non si è saputo più niente. Ora la speranza è che del suo progetto di ristrutturazione e di ampliamento si ricordi la prossima Giunta comunale, di qualunque colore sia, inserendolo tra le sue priorità.
Abbiamo ricostruito una vicenda che dura da ben 18 anni. Chi ha pazienza, ci segua. Ne vedrà delle belle...

I restauri mai davvero iniziati
È nel 1998 che il Museo civico chiude i battenti. Il Palazzo Pretorio richiede infatti importanti lavori di restauro che rendono necessario il trasferimento delle opere altrove. Il Comune chiede allora alla Diocesi di allestire insieme una mostra con le principali opere della galleria comunale e del museo dell'Opera del Duomo; nel marzo l'esposizione apre i battenti al museo di Pittura murale con il titolo: «I tesori della città». La mostra, salutata con favore dal pubblico e dalla critica, avrebbe dovuto chiudere i battenti nel 2000 perché, entro il 2002 Palazzo Pretorio avrebbe riaperto.

Correva l'anno 1986
Quella del Museo civico di Prato è una vicenda che ha dell'incredibile. Per capirla bisogna fare qualche passo indietro, fino al 1986 quando l'Amministrazione Comunale (sindaco era allora Alessandro Lucarini e assessore alla cultura Massimo Bellandi) decide di realizzare un nuovo museo Civico, che colleghi tutti gli edifici del complesso comunale: palazzo Pretorio, il cosiddetto «Addossato», l'ex Monte dei Pegni di via del Porcellatico, e il primo piano del Palazzo Valentini, quello per intendersi del Caffè delle Logge. Una scelta di grande coraggio e lungimiranza: per realizzarla si pensa ad uno dei maggiori progettisti del mondo: Gae Aulenti, reduce proprio in quell'anno dalle più prestigiose ristrutturazioni a livello internazionale: la Gare d'Orsay a Parigi e Palazzo Grassi a Venezia. Con lei un'importante architetto toscana: Bianca Ballestrero. Prato, insomma, pensa in grande.

E Mattei disse: «È di primario interesse»
Il team Aulenti-Ballestrero nel 1991 consegna il lavoro. L'11 maggio il progetto viene presentato alla città. Il progetto è ambizioso, di quelli capaci di cambiare il volto ad una città. L'allora assessore al Centro storico Fabrizio Mattei chiude la presentazione affermando che il «Museo della città (come si pensa di chiamarlo, ndr) è una struttura di primario interesse per la vita culturale di Prato». C'è solo un «ma»: il progetto prevede un costo complessivo di circa 20 miliardi, notevolmente superiore a quanto indicato orientativamente nella delibera d'incarico: consolidamento statico e impianti gravano molto più del previsto.
Mattei, concludendo la presentazione al pubblico, non esclude che l'Amministrazione possa ricorrere al sostegno finanziario dell'intera città. «Del resto - chiosava allora il nostro articolo - se il progetto restasse sulla carta, l'occasione perduta sarebbe una ferita troppo dolente».

L'ascensore «scandaloso»
I venti miliardi necessari, comunque, non sembrano costituire allora - quando ancora i Comuni non dovevano fare i conti col patto di stabilità - un ostacolo insormontabile. Ma c'è un passaggio, forse sottovalutato. Confidando nella fama internazionale di Gae Aulenti, il Comune non si preoccupa di coinvolgere nella progettazione le Soprintendenze competenti.
Del resto l'allora funzionario delle «Belle arti», arch. Pentrella, aveva espresso un parere verbale positivo. Ma di lì a poco si sarebbe insediato un nuovo e tutt'altro che accomodante Soprintendente ai beni architettonici, Domenico Valentino (ritornato dal marzo 2002 alla guida della Soprintendenza, dopo averla lasciata una prima volta nel 1995). Le sue critiche si appuntano essenzialmente sull'elemento più vistoso del progetto: la realizzazione di un ascensore di vetro trasparente (con annessa scala di sicurezza) che, per collegare tutti i piani del Palazzo Pretorio, con soluzione ardita e innovativa sbuca dal tetto dell'Addossato fino a raggiungere i merli del palazzo e offrire così un punto panoramico eccezionale. Scale e ascensore sono praticamente invisibili dal basso: l'angusta via del Porcellatico, infatti, non ne consente la vista. Valentino non si sente comunque di bocciarlo e gira la spinosa questione al Ministero dei Beni culturali che, nel luglio 1994, esprime un no definitivo.

Inizia il limbo
Il sindaco Claudio Martini decide di soprassedere: i soldi mancano e il progetto è stato bocciato. Si fa strada intanto l'ipotesi di una sua revisione complessiva che miri contemporaneamente ad una riduzione degli spazi e ad una semplificazione degli interventi architettonici.
Tocca alla prima Giunta Mattei - siamo nel 1995 - prendere le decisioni. Il nuovo sindaco nomina proprio Bianca Ballestrero assessore all'urbanistica e questo fatto - per ovvie ragioni di correttezza istituzionale - porta ad un'ulteriore sospensione. Ma durerà poco: nel 1997 l'assessore sarà costretta a dimettersi rimettendo il mandato nelle mani del sindaco, proprio nel bel mezzo delle polemiche sul nuovo piano regolatore. Il restauro aspetta, ma il consolidamento statico non può ulteriormente attendere: si dà il via al relativo progetto.
Il nuovo assessore alla cultura, Massimo Luconi, decide intanto la chiusura di Palazzo Pretorio, progetta come già detto la mostra «I tesori della città» e pensa che nel giro di qualche anno il nuovo museo sarà pronto.

Vannucchi, il progetto viene snellito
Siamo nel marzo 1998. Un anno dopo arrivano le elezioni amministrative. Luconi, che si è fatto apprezzare per una politica culturale organica e innovativa, è inviso a una parte dei Ds, tanto da non essere riconfermato nella seconda Giunta Mattei. Al suo posto viene nominato dal sindaco l'ex giornalista del Tg1 Giuseppe Vannucchi, che subito mette tra le sue priorità la rielaborazione del progetto Aulenti-Ballestrero. Il nuovo lavoro, affidato ancora a quest'ultima, arriva nel 2000: si opta per una struttura museale più contenuta. Questa volta - facendo tesoro degli errori del passato - si decide di concordare ogni aspetto con la Soprintendenza che, così, dà l'ok definitivo. L'intero progetto viene diviso in più tappe. Il museo avrebbe riaperto a conclusione della prima parte dei lavori, che prevede la ristrutturazione e il riallestimento della galleria nei soli edifici del Palazzo Pretorio e dell'Addossato. La seconda tappa avrebbe interessato l'ex Monte dei Pegni. Il Palazzo Valentini viene lasciato fuori, anche se non se ne esclude ufficialmente l'inserimento nel progetto in un terzo momento. Spesa prevista: 4 miliardi delle vecchie lire, ben più abbordabili dei 20 del 1991. La Regione Toscana assegna a favore del progetto un finanziamento di 587.830,80 euro corrispondenti al 60% della spesa programmata dal Comune per il consolidamento statico. Ma l'assessore Zoppi si dichiara disponibile ad un ulteriore sostegno.

La «maledizione» del museo
È interessante andare a vedere dove finisce l'ascensore nel nuovo progetto. L'ipotesi che prevedeva bucasse un edificio di nessun particolare valore storico-architettonico - l'Addossato - non aveva ricevuto l'approvazione del Ministero. Proprio la Soprintendenza preferisce la soluzione a questo punto obbligata: la sua installazione all'interno di Palazzo Pretorio con conseguente perforazione di tutti i piani, compresa la splendida volta trecentesca del primo piano.
Ma la «maledizione» del Civico è di là da finire. Nel 2000 muore, al termine di una lunga malattia, il direttore del Museo Civico Sandro Pasquini. L'assessore Vannucchi decide di sostituirlo, ma poi capisce che è forse meglio andare cauti per non aggiungere ulteriori problemi. Affida allora un incarico di consulenza e coordinamento all'architetto Chiara Bardazzi, nota professionista cittadina. Il museo, infatti, non ha una vera pianta organica, se si esclude la Conservatrice Maria Pia Mannini.

Il colpo di scena
Quello che manca è un coordinamento degli interventi: i lavori di consolidamento stanno per iniziare senza che nessuno si sia preoccupato di togliere le opere che ancora si trovano all'interno, compresi i fragili gessi di Lorenzo Bartolini. Si progetta la mostra «Così celesti, così terreni» per spostare e insieme rendere fruibili le grandi pale, e si mette in ponte l'esposizione dedicata al grande scultore pratese.
Mancava il colpo di scena. Agli inizi degli «Stati generali della città» voluti dalla seconda Giunta Mattei, l'assessore Vannucchi si dimette in aperta polemica col Sindaco. Secondo il giornalista prestato alla politica, i suoi spazi di autonomia si sono progressivamente ridotti. Una delle cause principali della clamorosa decisione deve essere stata proprio la poca chiarezza sulle sorti del Museo Civico.
A Vannucchi subentra Ambra Giorgi. Il nuovo assessore, in un convegno ribadisce che dalla Regione arriveranno consistenti risorse.

I soldi finiscono al Museo del tessuto
Ma, proprio in quello stesso anno, la Giunta comunale decide di anteporre al Museo Civico quello del tessuto, di cui è in corso la sistemazione della nuova sede nell'ex Campolmi. La Regione asseconda la volontà del Comune riducendo il contributo a favore del Museo Civico da 587.830,80 euro a 191.716,30 euro; parallelamente il contributo a favore dell'area ex Campolmi viene incrementato da 588.330,39 euro a 1.415.116,61 euro. La Regione Toscana ha contemporaneamente proposto ai Ministeri per i Beni culturali e a quello dell'Economia un'ulteriore destinazione di risorse per la Campolmi (derivanti da economie di risorse Cipe) pari a 468.777,44 euro. Il Museo del tessuto, pur non essendo direttamente riconducile al Comune, viene preferito dall'Amministrazione: probabilmente perché più a portata di mano, ma anche perché coinvolge altri soggetti come gli industriali: rappresenta, insieme, un'operazione culturale, politica e d'immagine.

Arriva il sesto assessore
Dopo pochi mesi, nel marzo 2003, in seguito alla morte del consigliere regionale Massimo Bellandi, Ambra Giorgi opta per il Consiglio di Palazzo Panciatichi. Le subentra Paolo Abati. Il suo - alle elezioni amministrative manca ormai un anno - è necessariamente un assessorato di passaggio. Da quando il progetto di restauro fu affidato nel 1986 sono cambiati sei assessori alla cultura in quattro diverse legislature. Poteva anche andare peggio...
Arriviamo ad oggi. Tra due o tre mesi i lavori di consolidamento strutturale di Palazzo Pretorio, termineranno. La decisione passa inevitabilmente nelle mani del nuovo sindaco, che dovrà fare subito i conti con la mancanza di fondi. A questo punto nessuno è in grado di dire se è quando il progetto di restauro e riallestimento entrerà nel vivo. I candidati a sindaco di Prato vorranno assumersi un impegno chiaro?

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