La Chiesa che vorrei
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Siamo membra di un unico corpo: più sinergie e meno competizione

La Chiesa che vorrei... di Agnese Papi

dal numero del 24 febbraio 2008

di Agnese Papi *
La Chiesa che vorrei è una grande famiglia che accoglie ognuno di noi con le proprie differenze e peculiarità. Che ama, che si occupa e preoccupa dei propri figli.
Direte che la nostra Chiesa è proprio così. È vero. Ha una ricchezza infinita di specificità, di accoglienza del prossimo, di disponibilità, di servizio e lavoro che non fanno rumore. È questo l'aspetto che rende testimonianza vera del suo messaggio, ma esiste anche un'altra faccia. Una Chiesa sbattuta nelle prime pagine dei giornali, ma non solo, una Chiesa che, talvolta anche in piccole cose, non rende giustizia dell'insegnamento di Cristo, con la conseguenza che, di fronte a tali incoerenze, si svegliano in noi reazioni sensibilmente più forti di quelle suscitate dal bene silenzioso. Giorno dopo giorno, di fronte alla palese manifestazione di contraddizioni più o meno grandi o peggio gravi, di coloro che agiscono in nome e per conto della Chiesa, la prima automatica reazione è la negazione di tutto il suo insegnamento. Mi domando dove stia il problema, cosa manchi nel messaggio e mettendo in discussione le mie certezze comincio a dare la caccia al tarlo. Poi ci penso e capisco che la soluzione non è lontana: ogni cosa condotta dall'uomo diventa corruttibile nella misura in cui la sua azione si distanzia da Cristo. Non si tratta di giudicare o additare chi sbaglia, al contrario, si tratta proprio di amare maggiormente e non condannare le manchevolezze altrui perché insieme a queste ci sono già oggi anche le mie, le tue, le nostre.
Tutto questo però non basta. Sarebbe una buona scusa perché ognuno viva un po' come va, come riesce o come si sente, rischiando così di incarnare quel qualunquismo sempre più riproposto dalla cultura relativista. Al contrario, sento la necessità di un impegno, che non sia di tutti – quello che è di tutti spesso diventa di nessuno – ma di ognuno. È per questo che vorrei una Chiesa fatta di uomini di buona volontà, capaci di riconoscersi e amarsi come fratelli. Una Chiesa che sia in grado di ammettere che tutti siamo necessari, con i propri doni e i propri limiti, persone e associazioni chiamati a operare in modo uguale e diverso, nella cultura, nel volontariato, nella politica, che riconosca le sinergie e non la competizione. Per dirla con San Paolo, membra di un unico corpo, chiamati a dare il meglio di noi in quello che facciamo, non tanto per compiacimento personale quanto piuttosto perché sia migliore e più efficace la nostra comunione.
Una Chiesa matura che al suo interno e nei confronti degli altri sappia dare ragione di sé, che sappia mettersi in discussione e che al tempo stesso sappia godere dell'incontro con Cristo, come una sposa con il suo sposo.
Una Chiesa che si senta a pieno titolo cittadina del mondo, che non si vergogni di se stessa a confronto di dottrine o ideologie alla moda, consapevole di non professare solo un'idea ma l'esperienza di un incontro con una persona vera: Gesù. Credo che la Chiesa che vorrei si possa riassumere così: impegnata, qui ed ora, ad assomigliare a Cristo, tesa tutta a Lui. Che riesca a far percepire all'uomo l'amore con cui Lui ci ha amati.
* Giovane libero professionista
(dal numero del 24 febbraio 2008)

Siamo membra di un unico corpo: più sinergie e meno competizione
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