La Chiesa che vorrei
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Una Chiesa «a maglie larghe», che sappia parlare a tutti i giovani

La Chiesa che vorrei... di Chiara Aiazzi

dal numero 22 del 7 giugno 2009

di Chiara Aiazzi *
 Ragazzi sazi del tanto (troppo?) che hanno, ragazzi cresciuti dalla cultura dell'immagine e della visione e disinteressati alla Parola di Gesù, ragazzi che dopo la Cresima ci salutano, stanchi di esser credenti prima di diventarlo davvero e lusingati dalle sirene seduttrici del presente, ragazzi che stanno sotto il campanile ma faticano ad entrare in chiesa, ragazzi che sembrano vivere al di là e del bene e del male, affogati in un quotidiano monotono e banale in cui recitano una parte scritta da altri… ragazzi. Un caleidoscopio di affermazioni, che in parte condivido, ma che rischiano di essere solo polemica sterile o maschera di disimpegno se non ci lasciamo interrogare dalla sfida che contengono. E io? E noi? E noi come Chiesa? Ci stiamo preoccupando di trovare la cura o, come la maggioranza, ci limitiamo a sollevare «il vaso di Pandora» per diagnosticare la malattia? O forse siamo anche disposti a non gettare la spugna, ma ci accontentiamo di riservare i nostri spazi e le nostre attenzioni a quelli che ce l'hanno già in famiglia, a quelli che accettano il progetto formativo, che si dimostrano aperti ai valori religiosi? E gli altri? E quelli a cui abbiamo diagnosticato indifferenza, disinteresse, sazietà? A loro chi ci pensa? Forse le famiglie, sempre più disgregate e fragili? Forse la scuola, spesso carente proprio sul piano educativo e relazionale? E se toccasse anche e soprattutto a noi come Chiesa stare con i ragazzi, esserci, aver fiducia, in una parola educare? Ecco la Chiesa che vorrei, «a maglie larghe», che non assuma il criterio dei pochi ma buoni, che sappia parlare a tutti di Gesù, certa con don Primo Mazzolari che «nessuno è fuori dalla carità. Ogni uomo, anche colui che non ha mai conosciuto la casa o che la casa ha rinnegato, è nella nostra carità, come la pecora perduta è nella carità del pastore più delle novantanove». Una Chiesa che coniughi la ricerca incessante della pecorella smarrita con la richiesta esigente di conversione che Gesù rivolse all'adultera. Vorrei una Chiesa che non affidi solo al prete, ma nemmeno soltanto ai laici, la missione di costruire relazioni autentiche fatte di condivisione e prossimità, l'impegno di proposte diversificate, che abbiano come punto di partenza imprescindibile la realtà dei ragazzi e le loro aspettative, per suscitare domande profonde e il desiderio di mettersi in cammino per incontrare Gesù, conoscere e sperimentare il Suo amore. Vorrei una Chiesa che sappia voler bene, perché l'amore dissoda anche i terreni più aridi, sui quali il seminatore paziente e saggio getterà il seme con generosità, sapendo che l'amore ha proprio il ritmo del seme e non di quell'efficientismo esasperato che ci spinge a ricercare sempre e subito i risultati. Vorrei una Chiesa accogliente che si prenda cura dei giovani. «Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi», disse la volpe al Piccolo Principe. «È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato». Vorrei una Chiesa così: che senta la responsabilità di intercettare il bisogno dei giovani di trovare ragioni per vivere, che si faccia carico non per dovere, ma per amore della necessità di saziare la loro fame di verità, di libertà, di felicità e di dar voce a quella nostalgia di bene che non è propria solo di alcuni ma comune denominatore di ogni vita umana.
Occorre una scossa di vita e una forza di cambiamento che solo Dio può dare; ma Lui ha vinto il mondo e dunque il male non può essere più pervasivo del bene. Dobbiamo crederci e non aver paura di cominciare.
* insegnante ed animatrice giovanile
(dal numero 22 del 7 giugno 2009)

Una Chiesa «a maglie larghe», che sappia parlare a tutti i giovani
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