Prato
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«Peccato lamentarci della nostra situazione»

Dopo la sua visita in America Latina, il Vescovo rivolge un appello alla Chiesa e alla società pratese: «Possiamo realizzare opere e interventi risolutivi per questa gente. Potranno dare respiro, sollievo, sviluppo. Perché non fare microrealizzazioni benefiche?»

«Peccato lamentarci della nostra situazione»

di Damiano Fedeli

L a povertà e la difficoltà di tante persone le ha toccate con mano durante il suo viaggio nelle missioni in Ecuador e Perù. Adesso, tornato a Prato, il Vescovo Simoni lancia un appello particolarmente accorato alla sua città e alla sua Chiesa: «Davanti ai problemi economico-sociali, del lavoro, dell'istruzione, della sanità di tanta parte del mondo, noi facciamo peccato a lamentarci della nostra situazione. Certo, ci sono tutti i nostri problemi di qui, anche seri, che dobbiamo doverosamente risolvere. Però non bisogna dimenticare che con somme relativamente piccole possiamo realizzare opere e interventi abbastanza risolutivi per questa gente. Potranno dare respiro, sollievo, sviluppo. Perché non trovarsi concordi in questo, e con uno slancio di generosità effettuare una serie di microrealizzazioni benefiche? Il mio è un appello alla Chiesa e alla società pratese».

Il Vescovo - dal 4 al 21 marzo scorsi - ha visitato, in Ecuador, la missione delle suore domenicane di Iolo, ad Atacames; la missione di Don Bruno Strazieri a Quinindè; e quella di Montalvo, dove operano i due fratelli sacerdoti pratesi, don Luca e don Giovanni Finocchi, insieme alle due volontarie laiche, Marina Blotto e Maura Sabatini. Ed è stato per la prima volta in Perù, sulle Ande, a conoscere da vicino le missioni dell'Operazione Mato Grosso, nel paese di San Luis, dove è parroco don “Lele” Lanfranchi, che ha studiato nel seminario pratese. «Noi abbiamo il dovere di sostenere, anche economicamente, queste missioni», afferma. «A Prato potrebbe aumentare la speranza e la fiducia, se con una presa di coscienza e conoscenza si percepisse maggiormente il valore di queste nostre presenze missionarie. Se ci si impegnasse coralmente nel sostegno alle opere delle missioni nel campo dell'educazione, dell'istruzione, dell'assistenza sociale, della sanità (chi è povero, senza un'assicurazione, “seguro”, come la chiamano loro, non può pagarsi l'ospedale e deve rinunciare alle cure), con microrealizzazioni relativamente costose per noi e preziosissime per loro».

«Fermo restando - prosegue Simoni - che il beneficio primo che la cooperazione missionaria offre e porta è quello del Vangelo. Portare un po' più di benessere e non offrire la luce e la grazia del Vangelo sarebbe, sì, portare qualcosa di positivo, ma che si può tradurre facilmente in egoismo e in diminuzione della solidarietà. La proposta della luce di Cristo e della conversione cristiana resta il primo contributo anche alla promozione umana». Durante il viaggio, Simoni ha potuto constatare il forte legame delle missioni con la chiesa pratese: «Prato è una città e una Chiesa ben inserita e attiva nella globalizzazione attuale: noi cerchiamo di realizzare la globalizzazione del Vangelo e della solidarietà di cui parlava Giovanni Paolo II. Perché coloro che hanno più capacità e possibilità professionali ed economiche non potrebbero prendere in maggiore considerazione questa prospettiva? Come sarebbe bello che i giovani fossero sensibilizzati a questo grande obiettivo di fede e di solidarietà! Il primo vantaggio lo avrebbero loro e potrebbe rappresentare uno dei traguardi della formazione giovanile».

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Per ciascuna delle tappe di questo lungo viaggio c'è un'immagine rimasta stampata nella memoria. Mons. Simoni è tornato dal Sudamerica – in Ecuador ha visitato i tre centri della missione diocesana, in Perù alcune realtà dell'Operazione Mato Grosso – e ora le ripercorre una a una. Giorni intensi, dal 4 al 21 marzo scorsi, che hanno significato per Simoni una riprova. «In Ecuador, con questa, è la quinta volta che ci vado. In Perù, non c'ero mai stato», racconta adesso. «Sono tornato con la conferma del valore delle nostre missioni e della cooperazione con varie chiese, del bene che possiamo fare e dell'insegnamento che possiamo trarne. In quei luoghi, affetti da gravi problemi, ci sono alcuni valori fondamentali: mi ha colpito, ad esempio, il forte senso della partecipazione ecclesiale. Mi auguro che non sia travolto dall'arrivo del benessere che, per altri versi, è auspicabile. È bellissimo vedere la partecipazione dei laici, le comunità di base impegnate a pregare. C'è un clima non secolarizzato (in tanti, appena mi vedevano, mi chiedevano la benedizione!) e mi ha dato gioia vedere la speranza riposta nella nostra Diocesi».

Giorno dopo giorno, tanti incontri, sguardi, strette di mano. La prima tappa, dopo Quito, è stata presso la Comunità delle Suore domenicane di Iolo, ad Atacames, nel Vicariato apostolico di Esmeraldas. Qui, sul Pacifico, sono numerose le opere di carità gestite dalle religiose. Fino all'anno scorso, erano qui i fratelli sacerdoti pratesi Luca e Giovanni Finocchi, insieme alle volontarie Marina e Maura, trasferitisi ora nel sud dell'Ecuador. «Le suore, da Atacames, ci hanno portati in vari villaggi. In uno di questi, Pedrafina, c'era tanta gente che partecipava con grande devozione, radunata da una vecchia signora afroamericana, loro guida, che dava avvisi o richiamava le persone. Le suore sono molto ben volute e ricercate dalle persone semplici. La loro opera, nel campo della sanità e dell'istruzione, è preziosissima. Uno dei problemi più sentiti è quello dei matrimoni: le coppie spesso stanno insieme senza essere sposate, anche se le donne lo vorrebbero».

Fra Quito ed Atacames sono passati i primi giorni della visita di Simoni. Dall'8 all'11 il Vescovo si è spostato a Quinindè, dove opera, dall'82, don Bruno Strazieri. «È un paese che raccoglie circa 200 villaggi, “recintos” li chiamano, per un totale di oltre 100mila persone. È una missione molto grande, intensa, operosa, che ultimamente si è dotata anche di una casa di riposo. Quello che mi è rimasto particolarmente nel cuore è la commozione dell'ultima messa lì, domenica 11. Don Bruno mi ha salutato e io ho salutato la gente, tra lacrime di commozione. Dopo la cerimonia, due sposi che aiutano il missionario, commossi, sono venuti da me dicendomi: “Non ce lo porti via, è tanto prezioso”. Ed è così: quanti lo chiamano “Padre”!».

La tappa successiva è stata sempre in Ecuador, ma più a sud, nell'interno, a Montalvo e Babahoyo. «Montalvo – racconta Simoni – è una grande parrocchia, ai piedi delle Preande, in una zona ricca di fiumi, ora in piena per le piogge, tanto che talvolta non abbiamo potuto raggiungere alcuni villaggi per la messa. Sono lì ora i due fratelli, sacerdoti pratesi, don Luca e don Giovanni Finocchi, insieme alle volontarie laiche Marina Blotto e Maura Sabatini che, fra le tante cose, hanno dato il via a un corso di esercizi spirituali. Stanno molto bene, sono molto motivati e l'incontro è stato un momento davvero positivo. I sacerdoti sono impegnati nel restauro dell'oratorio parrocchiale e nell'allargamento del dispensario. Mi ha molto colpito anche il fatto che sia stato aperto un monastero di clausura, con le clarisse: è davvero una missione completa».

Il giorno 15 è stato quello del passaggio in Perù, prima volta per Simoni. Breve sosta a Lima il giorno seguente e poi la partenza per le Ande, destinazione San Luis, paesino a 3300 metri di quota, sede di una missione dell'Operazione Mato Grosso. «Il parroco è don Emanuele, “Lele”, Lanfranchi, di origini valtellinesi, ma che ha studiato nel nostro seminario insieme a don Stefano Mazza, che ora è invece in Bolivia. Il 18 c'è stata la solenne consacrazione della nuova chiesa, cerimonia cui ha partecipato anche mons. Ivo Baldi, vescovo di Huarì, la prelatura territoriale cui appartiene San Luis, e padre Ugo De Censi, il fondatore dell'Omg. È stato uno dei momenti più toccanti del viaggio, con quasi 7500 persone accorse per assistere. La chiesa, tra l'altro, era stata fortemente voluta da padre Daniele Badiali, faentino, assassinato proprio in missione dieci anni fa. I canti della messa erano sue composizioni, ma c'era anche il gregoriano: davvero tanta la devozione. Il legame fra l'Operazione Mato Grosso e Prato è forte: da qualche anno vive là una coppia di pratesi, Armando Zappa e Marta Ferraboschi. Lì ho incontrato anche un giovane di Tavola, Stefano Rossi. E fra i volontari che tornano là periodicamente mi vengono in mente i coniugi Lamberto e Rosi Li Pira. Mato Grosso è un'operazione straordinaria, come appare chiaramente andando a toccare con mano il loro apostolato. L'impronta salesiana è forte: tutto è molto basato sull'oratorio e sulle scuole di formazione che, all'occorrenza, danno anche una preparazione professionale: la gente impara un mestiere e non va, così, a ingrossare la già enorme Lima. Armando ha persino aperto una scuola di archeologia, per valorizzare gli importanti siti del luogo. Anche qui la motivazione è solida e forte la devozione. Ed è con grande emozione che si constata il profondo senso del sacrificio dei missionari uccisi: Giulio Rocca e Padre Daniele».

(dal numero 13 del 1° aprile 2007)

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