“Inscriptus catalogo S. Eremi camalduli”: una biblioteca, una storia. Camaldoli, secc. XVI-XIX

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Nella nobile cornice del castello dei conti Guidi a Poppi le celebrazioni per il primo Millenario dell'Ordine Camaldolese (1012-2012) sono affidate ad un evento di elevato valore scientifico: fino al 2 novembre, infatti, la sezione storica della prestigiosa Biblioteca Comunale «Rilli-Vettori» ospiterà una mostra, curata da Piero Scapecchi. L'esposizione, organizzata dal comune di Poppi, dalla Comunità monastica di Camaldoli, dal liceo scientifico «G. Galilei» di Poppi e da Studio Tre – col contributo di Banca Etruria – illustra, attraverso una selezione di volumi, l'attività della Biblioteca camaldolese dagli inizi del XVI al XIX secolo, conservandone proprio la Rilliana di Poppi notevole e preziosa parte, avuta per la legge sulla soppressione delle comunità religiose del Regno d'Italia nel 1866. La raccolta – sviluppatasi con gli studi della congregazione eremitica che nei secoli videro il sopravvento della tipografia sul manoscritto – ne illustra la spiritualità e l'erudizione, oltre agli studi storici e scientifici coltivati dai suoi membri.

Nell'ambito della mostra bibliografica, sarà poi esposta – in collaborazione con la Soprintendenza di Arezzo e il Corpo Forestale dello Stato – la cosiddetta Madonna di Camaldoli, tavola a tempera e olio da secoli custodita presso il Cenobio e raramente visibile al pubblico.

Il fascino del dipinto, una Madonna col Bambino databile agli anni settanta del XV secolo, risiede nella sua complessa vicenda e in una serie di problemi storico-critici ancora irrisolti. L'opera è stata tradizionalmente identificata con quella un tempo conservata presso la cella di San Pietro, eretta nel Borgo di Mezzo dell'Eremo camaldolese da Pietro Dolfin, raffinato umanista veneziano in contatto con la corte laurenziana e Priore Generale dell'Ordine dal 1481 al 1513. Un inventario compilato nel 1712 la segnala proprio in tale sito, assegnandola alla mano di «Ridolfo del Ghirlandaio pittore fiorentino» e datandola al 1521: attribuzione e datazione assolutamente fuorvianti, seppur ribadite negli anni successivi. La tavola, rimossa dalla cella nel 1744 – come riferisce Padre Pietro Leopoldo di Vienna nelle Notizie storiche spettanti al sacro Eremo di Camaldoli (1793) – fu trasferita presso la chiesa del Monastero, precisamente nel «coretto basso», dove viene registrata per la prima volta in un inventario del 1782 (Archivio di Stato di Firenze, Camaldoli appendice, Inventario di Sacrestia, a c. 180v).

Nel 1968 l'allora direttore della National Gallery di Washington, Sheldon Grossman, rintracciò l'opera nell'ufficio del Padre superiore del Monastero e la assegnò all'ambito di Andrea del Verrocchio, superando finalmente l'errata attribuzione al Ghirlandaio. Dopo un primo intervento di restauro effettuato nel 1970, l'opera venne trattenuta nel Gabinetto Restauri della Soprintendenza aretina per un trentennio fino alla recente campagna diagnostica e di revisione accuratamente condotta da Tommaso Sensini e Tiziana Conti di Studio Tre. Un significativo momento per la fortuna critica del dipinto fu segnato nel 1999 dalle ricerche del compianto Carlo Starnazzi il quale, incoraggiato da Carlo Pedretti, massimo leonardista vivente, individuò nel movimento rotatorio e avvolgente del Bambino, trattenuto amorevolmente da Maria con la mano destra, una forte affinità con gli studi di anatomia e fisiognomica che il giovane Leonardo andava conducendo presso la bottega del Verrocchio. Il confronto tra il dipinto di Camaldoli e alcuni studi anatomici leonardeschi (Windsor, Royal Library, nn. 12513 e 12569), rafforzano poi l'ipotesi di un intervento riconducibile alla fase giovanile del genio di Vinci, rilevabile soprattutto nella torsione scattante del Bambino e nel volto della Vergine inclinato a destra di ¾.

La complessa eterogeneità del dipinto, in cui sono riconoscibili più mani, è forse risolta dalla proposta di Paola Refice, direttrice del Museo nazionale d'arte medievale e moderna di Arezzo, che ne suggerisce l'attribuzione ad «Andrea del Verrocchio e bottega». La tavola, rimasta a lungo presso la bottega in funzione di piano d'appoggio, come testimoniano i tagli visibili sulla superficie, venne poi usata a guisa di «palestra» destinata a esercitazioni grafiche, tra le quali è leggibile sul retro lo studio per una cornice intagliata. In un secondo momento, si cominciò a dipingerla sul lato anteriore; forse principiato dal maestro Verrocchio, il dipinto venne condotto a termine dai vari allievi, tra i quali risulta difficile escludere, quanto confermare, il contributo dei giovani Leonardo da Vinci e Lorenzo di Credi. Ci sfuggono ancora le cause del transito dell'opera – e il ruolo che in esso ebbe il Priore Dolfin – dalla bottega fiorentina all'Eremo camaldolese. La tavola – palestra per giovani apprendisti ieri, per storici dell'arte oggi – potrà costituire una sfida altrettanto avvincente per i visitatori, conoscitori o curiosi, che, supportati da un video illustrativo, vorranno scoprirla nei prossimi mesi presso il maniero casentinese di Poppi.

(Michele Tocchi)

SEDE: Castello dei Conti Guidi - Poppi (Ar)

ORARIO: Tutti i giorni, ore 10-19

INGRESSO:

INFO: e-mail rilliana@casentino.toscana.it

www.castellodipoppi.it

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