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Letture per signorine di buona famiglia

I «The di Toscana Oggi» partono il 2 novembre 2011 a Firenze (Accademia La Colombaria, via S. Egidio 23, dalle 16 alle 18) con Elena Giannarelli che ci porta in mezzo alle letture preferite un secolo fa dalle signorine di buona famiglia. Ecco una presentazione del tema

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I «The di Toscana Oggi» partono il 2 novembre 2011 a Firenze (Accademia La Colombaria, via S. Egidio 23, dalle 16 alle 18) con Elena Giannarelli che ci porta in mezzo alle letture preferite un secolo fa dalle signorine di buona famiglia.
di Elena Giannarelli

Nel 1911 Margherita aveva sedici anni; era una fanciulla di buona famiglia e viveva in una Firenze molto diversa dall'attuale. Le fotografie, rigorosamente degli Alinari, ce la ritraggono con una grande treccia di capelli neri e lo sguardo sognante. Non è dato sapere che cosa sperasse per sé: molti anni dopo esorterà la nipote a non angustiarsi per non essere sposata, ma a trarre soddisfazione dal lavoro, a godere dell'indipendenza, a girare il mondo. «Vai dovunque, vai perfino nel Giappone», le diceva, identificando il paese del Sol Levante con il massimo dell'esotismo e della lontananza.

Il matrimonio forse per lei era stata una scelta obbligata. Possiamo però sapere che cosa leggeva una ragazza di quell'epoca, perché fortunatamente è giunta la sua libreria insieme all'elenco dei suoi libri, a partire da quelli dell'infanzia. I titoli sono registrati in un quaderno, sulla cui copertina campeggia la figura di Geo Chavez, il mitico aviatore. La giovanetta doveva avere l'avventura nel sangue, oppure le dovevano piacere signori fascinosi e spericolati. La sua calligrafia è splendida. Dopo le elementari, aveva studiato alla Scuola Commerciale «Emilia Peruzzi», sapeva due lingue (inglese e francese), le piaceva molto leggere. La sua amica del cuore era Luisina Bargellini, sorella di Piero, con la quale si scambiavano libri.

Sul suo scaffale spicca Pierino Porcospino, una serie di terribili filastrocche scritte da Heinrich Hoffmann, che insegnavano ai bambini ad essere buoni, con esempi a dir poco sconvolgenti, come Paolinetta, che giocando con gli zolfanelli prendeva fuoco e si riduceva ad un mucchietto di cenere. Peggio ancora andava a Gasparino che per capriccio rifiutava la minestrina, diventava pelle ed ossa, per poi morire ed essere sepolto sotto una pietra tombale dalla forma di zuppiera. Era un'educazione al limite del sadismo, ma andava bene così: i bambini venivano terrorizzati purché obbedissero e quelle che avrebbero dovuto essere rassicuranti poesiole da imparare a memoria diventavano oggetto di terrore. La figlia di Margherita, Vera, nata nel 1922, odierà con tutte le sue forze Pierino Porcospino ed i suoi compagni di avventure. Si rifiuterà di memorizzare quelle filastrocche e da grande applaudirà convinta Paolo Poli che, in uno dei suoi memorabili monologhi, rievocava con orrore quel bambino dai capelli ispidi e dalle unghie lunghissime.

Margherita era brava a scuola. All'epoca il Comune di Firenze premiava gli alunni meritevoli con una cerimonia in Palazzo Vecchio ed il Sindaco in persona regalava libri ai bambini. A lei erano stati donati gli scritti di Collodi: Minuzzolo, Pinocchio, Pinocchio in Africa. Erano romanzi recenti, classici per bambini e per adulti, come Cuore di De Amicis. Questi le erano piaciuti abbastanza; un po' meno le fiabe di Perrault e dei Fratelli Grimm. Le faceva paura Barbablù e, in una lettera alla cugina, criticava Cenerentola. «Cara Maria, buone, obbedienti, si, ma tutto ha un limite. Le sorellastre, la matrigna le facevano angherie e lei sopportava. Poi certo arrivava il principe e tutto andava a posto. Ma se il principe alla fine non passa, che fine fa Cenerentola? La serva a vita? Non mi pare una bella prospettiva». L'impagabile fanciulla a quindici anni aveva capito tutto.

Non pare che abbia conosciuto da piccola il Giornalino di Gian Burrasca. Lo lesse certo con Vera. Lo sapeva quasi a memoria e raccontava che l'avvocato Maralli era in realtà un celebre legale dei tempi della sua infanzia, che tentò la carriera politica nelle file dei «socialisti senza Dio» e che venne davvero beccato mentre si sposava in una cappellina remota del Chianti per compiacere i parenti della futura moglie. «Libero pensatore in città e bigotto in campagna»: così titolò «La Nazione» il giorno dopo a cerimonia e la sua corsa alle elezioni finì lì.

Quando Margherita divenne signorina, la famiglia pensò bene da quel momento di regalarle i romanzi per giovinette della Salani, via via che uscivano: ci sono pressoché tutti, da Delly a Carolina Invernizio, allo stranissimo San Michele di Elisabeth Werner, la scrittrice preferita da Hitler. Alcune eccezioni devono essere state frutto di acquisti personali, perché quelle letture imposte non la soddisfacevano. Ecco allora il Padrone delle Ferriere di George Ohnet, Fogazzaro, con Piccolo mondo antico, le Novelle di Verga e poi i suoi grandi amori. Il primo fu Dumas padre, con I tre Moschettieri. Aveva addirittura un fazzoletto ricamato, «la trina di Aramis», che si metteva nella tasca della giacca elegante alla domenica dopo averlo impregnato di Colonia. E poi Il Conte di Montecristo. La signora dalle camelie di Dumas figlio se l'era comprata e letta di nascosto, per la trama ancora ritenuta scandalosa, nonostante il successo de «La Traviata». I Miserabili è consumato in certe parti: le pagine su Gavroche deve averle sapute a memoria; molto meno congeniali le dovevano essere quelle relative a Cosetta. Adorava Jean Valjean e apprezzò moltissimo l'interpretazione di Gastone Moschin in un memorabile teleromanzo. Aveva un'immensa passione per Anna Karenina e non tollerava Guerra e pace, che non era mai riuscita a finire da ragazza. Lo riprese in mano settantenne con la nipote: lo leggevano la sera e le parve bellissimo. «Da giovani si apprezzano più le trame che le riflessioni», diceva. In inglese aveva conosciuto Emily Bronte, Cime tempestose, ma le era piaciuto poco. Non aveva letto Piccole donne. Invece da grande aveva divorato Rebecca la prima moglie di Daphne du Maurier. Lo aveva letto, riletto e regalato a quasi tutte le donne della famiglia. Fin da ragazzina Margherita, memore di un complicato «affaire» relativo ad una cugina fatta sposare ad un vedovo con esiti disastrosi, aveva considerato quella scelta come da evitare assolutamente. Cosicché quando il signor Luigi, di tredici anni più anziano di lei, le fece la dichiarazione togliendosi il cappello, la prima cosa che gli chiese fu proprio quella: «Posso domandarle se è vedovo?». Luigi non lo era e la corte fu accettata. Quando uscì Rebecca le sue intuizioni trovarono conferma e l'onesta Daphne diventò per lei una grande romanziera ed una maestra di vita.

Dimenticavo: Margherita era mia nonna.

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