Via Francigena
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In cammino da Acri a Gerusalemme

Tra il 17 settembre e il 3 ottobre del 2011 molti membri della Confraternita di San Jacopo di Compostella, guidati dall'assistente ecclesiastico mons. Paolo Giulietti, hanno percorso a piedi la via che dalla storica città portuale situata nella parte nord d'Israele conduce al Santo Sepolcro. Un'esperienza profonda e indimenticabile, che abbiamo pensato di riproporre a qualche mese di distanza ma nel tempo più opportuno, la Quaresima, attraverso la preziosa testimonianza di Monica D'Atti.

Parole chiave: francigena (150), pellegrinaggi (150), terra santa (366)

Tra il 17 settembre e il 3 ottobre del 2011 molti membri della Confraternita di San Jacopo di Compostella, guidati dall'assistente ecclesiastico mons. Paolo Giulietti, hanno percorso a piedi la via che dalla storica città portuale situata nella parte nord d'Israele conduce al Santo Sepolcro. Un'esperienza profonda e indimenticabile, che abbiamo pensato di riproporre a qualche mese di distanza ma nel tempo più opportuno, la Quaresima, attraverso la preziosa testimonianza di Monica D'Atti.
di Monica D'Atti

«Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita… (1Gv, 1).

Non credo ci sia testo migliore e significativo per descrivere un pellegrinaggio come quello che abbiamo compiuto in Terra Santa. Camminare, fare un pellegrinaggio integralmente e solamente a piedi vuol dire vivere potentemente con i cinque sensi, quelli che il Signore ci ha donato. Abbiamo toccato, visto, odorato, ascoltato, gustato i luoghi dove il Verbo della Vita si è manifestato e ora non possiamo non darne testimonianza.

In verità i cuori dei confratelli che hanno partecipato a settembre al pellegrinaggio organizzato dalla nostra Confraternita di San Jacopo di Compostella sono ancora lì, anche io sono ancora lì. Troppo vicina è l'esperienza, troppo forte è stata l'emozione, troppo grande è la sensazione di vivere immersi in una dimensione «altra», in una dimensione santa.

Partire da Acri con lo zaino in spalla e raggiungere Gerusalemme dopo 10 giorni, passando per Nazareth, il Tabor, i corni di Hattin, il Monte delle Beatitudini, il lago di Tiberiade, Cafarnao, percorrere tutta la valle del Giordano fino a Gerico, risalire lo spettacolare Wadi Kelt arrivando a Gerusalemme per poi proseguire fino a Betlemme non lascia indifferenti. Sono stati quasi 300 km a piedi sotto il sole, in buona parte in zone desertiche e poi attraverso paesi e campi coltivati, a diretto contatto con la realtà locale, vedendone la povertà e la ricchezza, i forti contrasti. Abbiamo incontrato tanta gente, così come accade quando sei pellegrino a piedi, quando riesci ad avvicinare e ad essere avvicinato. Ci siamo soffermati su tanti volti e storie differenti. Un bagaglio di domande che ci siamo riportati a casa. E anche qualche risposta, delle speranze e tante preghiere per una terra che avrebbe tutte le carte per essere luogo di pace se non fosse sempre «tirata per la giacchetta» da mille interessi esterni, da giochi politici che non fanno parte del vissuto quotidiano di chi vive e lavora in quei luoghi. Una terra che dovrebbe essere liberata dalla presenza dei pacifisti estremisti come dei guerrafondai per poter vivere la sua storia e le sue occasioni di incontro alla luce di un'eredità unica e antichissima. Questa è stata la nostra sensazione di umili pellegrini in cammino. Anche se siamo partiti per fede e per fare un pellegrinaggio devotionis causa non siamo rimasti insensibili alle cose che abbiamo visto, toccato e calpestato negli angoli solitamente nascosti a chi fa un pellegrinaggio turistico in pullman. E tutto abbiamo voluto tradurlo in amore per questa terra che è stata scelta da Dio per venire tra di noi. Questo immenso mistero, questa Terra Santa senza pace e, forse proprio perché santa, avversata dal Maligno.

Certamente siamo stati fortunati, tutti noi pellegrini, di avere come guida l'assistente di confraternita, monsignor Paolo Giulietti della diocesi di Perugia. Ogni passo fisico era nelle sue mani visto che don Paolo conosceva perfettamente il territorio e la strada che dovevamo compiere, e ogni passo spirituale era stato da lui preparato fin dalla partenza.

Però questo cammino è stato preparato anche a lungo nei nostri cuori. Per qualcuno di noi è stata la conclusione di un percorso cominciato anni fa sulla strada per Compostella. Un itinerario spirituale personale che ha formato il nostro essere pellegrini, la coscienza del proprio essere viandanti verso la Meta ultima. È un modo d'essere, una dimensione che ormai è costituzionale in noi che insieme abbiamo camminato verso Gerusalemme e prima avevamo percorso tutta l'Italia, dal Monginevro a Roma, e poi ancora fino a Bari e poi a Santa Maria di Leuca. Anni di strada condivisa fino in fondo, fino alla fine, fino a quel Santo Sepolcro che è il cuore della nostra Fede. Quel Santo Sepolcro vuoto, testimone della vittoria della Vita, pietre che hanno visto, che hanno sentito, che erano lì in quella notte, le uniche che sanno quando fu il momento, che cosa successe, come avvenne. Appoggiamo le mani sulla roccia quasi a cercarne ancora il calore di quella notte. Il calore prodotto dall'Amore che risorgeva, scaturito dalla Vita che aveva la sua vittoria finale, generato dalla Luce che non poteva più spegnersi. E noi siamo lì a toccare per provare a sentire, per cercare di vedere con gli occhi del cuore. Dopo tanta strada sono solo pochi attimi strappati al convulso avvicendarsi di pellegrini che entrano ed escono dalla stretta porta del Sepolcro, ma sono attimi conquistati dalla strada, sono attimi forti, sintesi e apice di tutto quello che abbiamo vissuto. Arrivare ad limina, arrivare sulla soglia, alla porta della casa dell'Eterno è emozione, è pienezza. È la festa finale, è la conquista del senso.

monica.datti@guidafrancigena.it

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