Via Francigena
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L'arte del pellegrino

Un contributo di Massimo Lippi dopo il suo intervento al forum di sabato 22 ottobre alla Rocca di Staggia. Come accompagnare lungo il cammino della Francigena i pellegrini del nostro tempo con opere d'arte potrebbe essere uno di quei sogni che pigliano ad occhi aperti....

Parole chiave: francigena (150), pellegrinaggi (150), forum famiglie (148)

«Immagino un pellegrino che passa e trova qui un'accoglienza ma muta... le sculture devono essere accoglienze mute. Perciò scaverò un pozzo e ci farò una vera... e poi cercherò anche di dire... quella frasca dove gli uccellini si ricoverano, ci si ricovera anche lui... e poi vorrei fare, già sogno... una campana di pietra dove ci s'entra dal di sotto, come la porta stretta evangelica, e poi sopra... sopra non c'è batacchio, perché il batacchio siamo noi... e ci si mette sopra il capo, di fuori, e si guarda la direzione perché l'oltre sia la meta nostra. Le sculture sono l'orientamento senza essere sculture. Un'altra cosa: non devono essere “sostenibili” come pesassero troppo sul cuore della terra, no! Devono essere cavate dai nostri stessi materiali, fatte in una maniera che non siano paracadutate dalla Biennale di Venezia, che pure amo...».

Un intervento «pirotecnico» e apprezzatissimo, quello dello scultore Massimo Lippi alla Rocca di Staggia, nella sessione mattutina del forum del 22 ottobre. L'avevamo invitato con una convizione: che i segni sulla Francigena non possano essere solo strisce biancorosse o frecce come sul Cammino di Santiago, accompagnate dall'uno o dall'altro simbolo, ma debbano anche, in alcuni «nodi» più importanti del percorso, avere la caratteristica di forme artistiche che consentano immediatamente l'identificazione visiva della Via, capaci di trasmettere a chi li incontra la sua identità storica e culturale ma anche la sua contemporaneità.

La Francigena, ha detto ancora Lippi, è un «viottolo» che però dobbiamo far abitare dalla bellezza, e «dobbiamo avere la cultura di far parlare coloro che hanno reso bello questo paesaggio». C'è solo da inserirsi in una tradizione, come lo scultore spiega in questo contributo scritto che volentieri pubblichiamo per rilanciare un'idea – sette interventi nel tratto tra San Gimignano e Acquapendente – che speriamo presto possa essere raccolta da chi di dovere.

Marco Lapi
di Massimo Lippi

Accompagnare lungo il cammino della Francigena i pellegrini del nostro tempo con opere d'arte potrebbe essere uno di quei sogni che pigliano ad occhi aperti.

In tempi difficili promuovere quanto non è strettamente necessario rischia di naufragare in un balzello di ricatti emotivi, volti a dissuadere eventuali committenti e possibili azioni concrete per segnare i territori attraversati con l'espressività della poesia tattile: la scultura.

Bisognerà pur cominciare a pensarci nel nostro tempo, di trasferire con garbo e discrezione, quegli antichi segnali di ospitalità e bellezza del passato, ostelli, chiese, cappelle, luoghi dove si rifocillavano nell'anima e nel corpo coloro che avevano iniziato l'andare verso una mèta prossima e lontana.

Si tratterà di circoscrivere, a intervalli regolari nei punti più significativi e nodali e belli, gli interventi il più possibile agili , mirati all' essenziale, senza gravare troppo sulla terra di passaggio di questo popolo di viandanti che respira perché cammina, cammina perché non gli basta più l'efficienza e la velocità d'ogni cosa e d'ogni giorno. Cerca invece nel paese dell'anima un altro sguardo che più consola e incoraggia e invia a tutti gli altri viaggi della vita.

Dunque pensare a momenti di riflessione e di breve sosta. Le sculture ancorate alla terra, ma tremanti nella luce che ristanno come torre in solitario campo insieme al pellegrino nel silenzio operoso del creato, fuori dalle stanche consuetudini quotidiane. Coloro che si staccano da tutto per un manciato di giorni per affrontare l'ignoto dei loro pensieri in faccia al paesaggio dentro il solco della storia, uomini e donne che si fanno quasi invisibili e che delicatamente riannodano il filo spezzato di un'atavica nobiltà dell'essere umano: lasciare il certo per l'incerto per conoscere se stessi e il destino comune e quello proprio, individuale.

Bastasse davvero uno zaino e un bastoncello leggero, scarpe adeguate e spirito d'avventura si potrebbe dire ben poco del risultato di una tale partenza. Per quale mèta, per quale scopo si parte? Distrazione? Noia? Svago? Racconto pseudo medievale, rivisitato da masse della nova età? Vacanzieri in cerca di sensazioni?

Impossibile esseri diversi da quello che realmente siamo: il metro e la bilancia non fanno sconti a nessuno, implacabili arnesi da scasso delle nostre roccaforti del buon senso, della nostra pigrizia, delle nostre gravi abitudini. L'arte del pellegrino non esiste fin quando non si pratica. L'arte silenziosa e sospesa dei pellegrini d'ogni tempo, saprà indicarmi soluzioni espressive da adottare di volta in volta perché quel cammino è il mio da una vita intera.

Conosco i viottoli e le fosse erbose di un palmo di terra che recinge la memoria e mi basta. Frequento come posso gli accordi musicali di un paesaggio esterno e visibile che sebbene scempiato dalla foga dell'utile ad ogni costo è ancora profezia di futuro. Eppure la dolce sottomissione del camminare salva quello che resta di semplice e meraviglioso e tende a forgiare, nel silenzio, uomini tempra. Così dev'essere l'intonazione dell'anima per ottenere opere autentiche che siano nate al tempo del mondo.

Camminare dentro a questo futuro conquistato passo dopo passo è cosa da trasmettere, nella sua integra bellezza, alle nuove generazioni. L'arte sta qui ed è cosa difficilissima e semplice come l'acqua. Tracciare con segnali viventi un percorso che trasforma le azioni banali e ripetitive di ogni giorno in opere coscienti di purificazione e di bellezza, senza il rumore d'altri spettacoli se non quello antico come il sole che sorge al mattino e rincasa nell'ora malinconica e soave, quando il suo alto vigore annoierebbe la terra. Anche questo pensiero, come viottolo disperso, può confluire nell'alveo del fiume camminante, nei sentieri che ricongiungono alla vera Sapienza. Il compito che idealmente mi sono dato dovrebbe essere questo. Vorrei pensare ad un ciclo di sculture minime e solenni – in alcuni posti – piccoli traguardi su cui poggiare la mente ed il corpo. Pietre finemente lavorate da secoli di pianto e di rugiada per essere, infine, abbracciate come s'incontrassero gli amici, i più veri. Spunta già nella mia immaginazione, tra il bosco ed il campo con la sorpresa nel cuore, una fuggitiva carezza ad un'opera abbandonata al suo destino solitario: quello di significare una presenza civile come fosse un popolo intero ad accogliere e salutare chi viene di lontano. Vorrei attingere alla sapienza popolare, ai mestieri delle nostre terre per  restituire a tutti un bene fraterno che langue di gioia nei clamori della solitudine. Camminare con l'arte perché ci conduca oltre le nostre convenute possibilità. Aprire al mormorio del cielo stellato, che segna la fine di una giornata, sarebbe anche per me un traguardo importante. L'arte di vivere è impossibile al chiuso dei tanti egoismi, ma è preziosa moneta di scambio all'aperto per acquisire la salute dell'anima e del corpo. Da San Gimignano ad Acquapendente, il territorio che più conosco, vorrei poggiare con la delicatezza della poesia, fontanelle spirituali che non tutte sprizzano acqua, ma a cui s'abbevera lo stesso il pellegrino di buona volontà che dalla Francigena alla fine del cammino ripassa a memoria altre nuovissime strade per essere più fraterno con se stesso e con gli altri.

L'arte del pellegrino
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