Via Francigena
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La via per ospitare

A Rencine, presso Monteriggioni, oltre 50 ospitalieri provenienti da diverse regioni si sono ritrovati per il terzo corso-incontro organizzato dalla Confraternita di San Jacopo di Compostella e da don Doriano Carraro.  Tre giorni di scambio di esperienze e riflessioni sul valore dell'accoglienza cristiana lungo la Francigena e gli altri cammini.

Parole chiave: francigena (150), pellegrinaggi (150)

di Marco Lapi

Rencine è un gioiello di semplicità nella campagna senese, reso ancor più splendente dal sole di maggio. Di fronte, la cerchia muraria di Monteriggioni è l'unico punto di riferimento in mezzo ai campi e al verde dei boschi. Trovarsi qui per il terzo anno certamente aiuta a confrontarsi sul perché e sul come mettersi al servizio dei pellegrini che percorrono la Francigena e altri itinerari più o meno seguiti. Ma la bellezza del luogo servirebbe a poco senza l'esperienza che la Confraternita di San Jacopo di Compostella mette a disposizione di chi intende intraprendere questa avventura, che non è meno impegnativa dello stesso cammino. Con don Doriano Carraro, che qui ha allestito una casa di ospitalità e che accoglie i pellegrini anche nella canonica di Monteriggioni, la Confraternita ha organizzato questo terzo appuntamento dandogli un titolo emblematico: «Ospitalità, l'imprevedibilità di Dio». E quanto questa sia stata tangibile nella vita stessa degli oltre 50 partecipanti al corso emerge già nello scambio di esperienze iniziale, la sera di venerdì 6 maggio, mentre la mattina del 7, dopo la preghiera delle Lodi, è il francescano padre Giulio Michelini a mettere a fuoco il tema dal punto di vista biblico attraverso un'ampia e approfondita riflessione sul Libro di Tobia, incentrata sulla sua fiducia nel lasciarsi guidare dal Signore attraverso l'arcangelo Raffaele. A Chiara Leone, infine, è affidato il compito di raccontare l'accoglienza cristiana nella storia, anche attraverso le figure dei santi legate a pellegrinaggio e ospitalità.

Non soprende che il corso organizzato dalla Confraternita e da don Doriano si incentri su riflessioni di carattere teologico ed ecclesiale. Chi è qui, infatti, ha ben chiaro la natura della vera ospitalità lungo vie di pellegrinaggio come la Francigena o il Camino di Santiago, quell'accoglienza cristiana basata sulla gratuità, che arriva a gesti significativi come lavare i piedi a chi arriva dopo una giornata di cammino e che è caratterizzata da una reciprocità, nel senso che è anche il pellegrino ad «accogliere» chi lo ospita. Non a caso, come ha sottolineato Chiara, la parola «ospite» ha in italiano significati ambivalenti, potendo indicare sia chi accoglie che chi viene accolto.

Ospitalieri e pellegrini, del resto, sono chiamati a condividere la stessa esperienza, e non solo perché gli ospitalieri hanno solitamente a loro volta compiuto uno o più pellegrinaggi. Grazie alla sua ormai trentennale storia, la Confraternita di San Jacopo (www.confraternitadisanjacopo.it ), fondata appunto nel 1981, ha ben presente questa comune vocazione alla Meta e la segue con coerenza, accogliendo al proprio interno gli uni e gli altri, dato che chi oggi è pellegrino domani può farsi ospitaliere e viceversa. Da qui la disponibilità a mettere a disposizione la propria esperienza, sia attraverso l'individuazione del percorso migliore della Francigena e la pubblicazione di guide (avvenuta ben prima dell'adozione, da parte ministeriale, del «percorso ufficiale» individuato da Alberto Conte), sia nel lavoro per gli ospitali. Da un paio d'anni, poi, c'è l'idea di «allargare i confini», su questo versante, attraverso la Fraternità degli Ospitalieri di Santiago, Roma e Gerusalemme, un'affiliazione che potrebbe raccogliere le diverse realtà presenti lungo i percorsi di pellegrinaggio. «Questa realtà che vogliamo creare – si legge nel documento che raccoglie le riflessioni programmatiche – deve essere un vero spazio di gratuità. Un luogo e un occasione di rivolta dello spirito per l'amore gratuito, non un luogo di semplice “dialogo” o di condivisione di progetti e tanto meno uno sterile momento di falso coordinamento delle iniziative come i tanti “tavoli di regia” promossi dalle istituzioni, non un organismo “politico” o di raccolta di risorse economiche pubbliche o private. Tutte queste cose esistono già, ma non rispondono ai bisogni veri. Si vorrebbe creare un luogo dove ogni idea prima di essere realizzata debba passare dal cuore. Non è l'efficienza che ci interessa, non il risultato a tutti i costi, non il pragmatismo materiale, ma il “pragmatismo del cuore”». A parlarne Monica D'Atti, vera e propria «anima» della Confraternita, di cui ospitiamo nella colonna a lato le riflessioni sulla giornata conclusiva di domenica 8. Il pomeriggio del sabato, invece, gli ospitalieri sono tornati a camminare, raggiungendo da Rencine Monteriggioni, lungo il percorso da loro stessi segnato l'anno precedente, e quindi Abbadia a Isola, dove sono in corso i lavori per il nuovo ospitale della parrocchia, quindi si sono spostati a Castellina Scalo per la Messa e la cena seguita da un momento di festa con un coro del Trentino, per poi tornare a piedi verso Rencine, alla luce delle torce.

Aiutare il pellegrino a trovare la strada

di Monica D'Atti

Domenica mattina c'è ancora molto lavoro. C'è da tirare le fila di questi due giorni, c'è da fare sintesi e dare concretezza, c'è da chiarire tante cose, da comunicarsi tempi e modi per accogliere come si deve il pellegrino.

Così ci troviamo tutti fuori sul prato, in cerchio, al tiepido sole. Cominciamo noi della Confraternita di San Jacopo a tirare il sasso nello stagno, a raccontare della nostra esperienza come ospitalieri, dei problemi che si affrontano ogni volta: dell'importanza di accogliere con semplicità, con amore e comprensione chi arriva, ma contemporaneamente con fraterna fermezza. Tutti sono in cammino. Per qualcuno il cammino è chiaro, semplice, sa dove sta andando e nonostante la fatica è sereno. Tanti altri non sanno neanche perché sono sulla Via. Sono partiti per fare una passeggiata un po' più lunga. Non hanno la credenziale, non conoscono la strada, non ne conoscono la storia e i problemi, l'organizzazione, il senso. Alcuni cominciano a farsi condurre da furbi tour operator che gli propongono la strada come fosse un banale trekking, un cammino similare ad altri, dove potranno essere accolti negli ospitali dei pellegrini, accolti dagli ospitalieri, quasi fosse un momento folcloristico similare a uno spettacolo di sbandieratori o figuranti.

Come accogliere questa moltitudine così differenziata, quale risposta di ospitalità è giusta caso per caso? Il confronto è lungo. Non c'è una regola da seguire, questo è ovvio, o meglio ci arriviamo ragionando insieme. Però non c'è un'accoglienza automatica, comunque dovuta a tutti. Anche su questo siamo arrivati ragionando insieme. Non sarà la credenziale a dare diritto ad essere ospitati, non sarà il fatto di avere uno zaino sulle spalle, non sarà la prenotazione telefonica. Sarà l'essere veramente pellegrino, l'essere in cammino con il proprio cuore e la propria anima in mano che aprirà le porte. E il buon ospitaliere dovrà imparare a cogliere e distinguere tutto questo con il proprio cuore e la sua testa. È difficile fare l'ospitaliere, difficile su questa via, ma affascinante perché l'obbligherà a cercare nel profondo di colui che gli si presenterà di fronte.

E dovrà aiutare il pellegrino a trovare la via. La via spirituale e la via fisica, quella via che la babele dei segni e delle iniziative private e pubbliche sta confondendo, sta allontanando dall'unità, con la nascita di mille e mille nuove iniziative che si discostano ogni giorno dalla Via dei pellegrini che da anni esiste.

Il nostro augurio, la nostra speranza è che alla fine tutti, pellegrino e ospitaliere, si ritrovino davanti a quel pane spezzato che il Pellegrino ospitato ad Emmaus lascia come segno di ospitalità a coloro che lo avevano accolto. E ancora di più: che la gioia, la potente felicità della Mattina di Pasqua ritorni ogni mattina alla partenza del pellegrino per un nuovo giorno di cammino.

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