Via Francigena
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Ospitalieri, la Via come accoglienza

Il pellegrinaggio visto con gli occhi di chi mette a disposizione dei viandanti un pasto caldo, una doccia e un letto al termine di una lunga giornata di cammino, offrendo loro anche sostegno spirituale, ascolto e momenti di preghiera comune. A colloquio con don Doriano Carraro, parroco di Monteriggioni e «pioniere» in Toscana di questo particolare servizio. Dal 6 all'8 maggio il terzo corso-incontro organizzato da parrocchia e confraternite.
DI MARCO PIERACCIOLI

Parole chiave: francigena (150), pellegrinaggi (150)

di Marco Pieraccioli

Accoglienza e ospitalità: è questo, in sintesi, il pellegrinaggio visto con gli occhi di un ospitaliere. Un punto di vista insolito, e forse per questo privilegiato. Per capire a fondo il ruolo dell'ospitaliere ci siamo rivolti a don Doriano Carraro, sacerdote di Monteriggioni, che da diversi anni ha scelto di vivere il pellegrinaggio seguendo la strada dell'accoglienza. Ecco quello che ci ha raccontato.

Don Doriano, chi è l'ospitaliere?

«L'ospitaliere è colui che accoglie i pellegrini all'interno degli ospitali. Ospitaliere e pellegrino però non sono due figure così diverse tra loro. In molti casi infatti, l'ospitaliere è stato a sua volta un pellegrino, e la sua vocazione nasce dal desiderio di restituire quanto di bello ha incontrato e ricevuto durante il cammino. Dietro al ruolo dell'ospitaliere però, proprio per via dell'importanza e della delicatezza che riveste il suo ruolo, non può esserci improvvisazione. È per questo, ad esempio, che da anni la Confraternita di San Jacopo, con sede a Perugia, organizza dei corsi di formazione dedicati a quanti volessero intraprendere questo servizio».

Cosa offre ai pellegrini un ospitaliere?

«Ascolto, accoglienza, ospitalità povera, ma anche un importantissimo sostegno spirituale. A mio avviso, la figura dell'ospitaliere è a dir poco fondamentale lungo il percorso del pellegrinaggio. Per accogliere, nel senso cristiano del termine infatti, non bastano le strutture. Possiamo costruire ostelli ed ospitali, ma se poi lì non c'è nessuno che accoglie, che ne è del pellegrino? Tutto a quel punto rischierebbe di divenire freddo, senz'anima. E anche la stessa ospitalità si ridurrebbe a una pura accoglienza alberghiera».

L'accoglienza povera va letta come un'ulteriore difesa del valore originario del pellegrinaggio?

«Sì, senz'altro. Il pellegrinaggio ha un suo fondamento biblico e spirituale ben preciso, che va non solo difeso, ma anche promosso. Attraverso l'accoglienza povera vogliamo offrire al pellegrino l'opportunità di vivere a fondo il proprio pellegrinaggio; il solo guadagno che realizziamo è l'incontro con un'anima e con una persona con cui instauriamo un dialogo. E questo è talmente appagante che, alla fine, tra ospitaliere e pellegrino, diventa impossibile stabilire chi abbia ricevuto di più. Sono diversi anni ormai che mi dedico all'accoglienza, e ogni anno dagli ospitali di Monteriggioni e Castellina Scalo passano circa seicento pellegrini: ogni volta che incontro uno di loro è un momento unico».

Quali sono i momenti più significativi dell'accoglienza?

«A dire il vero non c'è un momento più significativo rispetto ad altri. Chi ha camminato tutto il giorno chiede essenzialmente, al suo arrivo, un abbraccio, un bicchiere d'acqua, una frutta, il timbro della carta credenziale, la registrazione sul registro dei pellegrini. Poi una doccia, un pasto caldo, e un letto. L'accoglienza che offriamo però non si ferma a queste cose, ma va oltre. Mi spiego meglio: un conto è servire la cena come si farebbe in un qualsiasi albergo; un conto è trasformare la cena in un'occasione di confronto, di condivisione e di ascolto. Ci sono anche momenti di preghiera: la compieta, che recitiamo possibilmente in chiesa, e la preghiera del pellegrino che invece diciamo davanti alla Madonna del Sorriso, copia della statua lignea che dal 1300 era collocata nell'ospitale di Castglioni Basso lungo la Cassia e che ora si trova nella chiesa di Castellina Scalo. Prima di andare a letto poi, ciascun pellegrino lascia scritto un suo ricordo, una frase o un breve ringraziamento nel registro ospitaliere. Infine, dopo una benedizione ed una foto-ricordo, saluto i pellegrini e li lascio al loro cammino. Ci tengo però a sottolineare un aspetto importante: ogni singola tappa dell'accoglienza si svolge in un contesto di comunione e fraternità».

Quello dei pellegrini è solitamente un popolo eterogeneo: è così anche per la Via Francigena?

«Sì, generalmente le persone e le storie che s'incontrano sulla Via Francigena sono molteplici. Nel nostro ospitale accogliamo pellegrini di qualsiasi età: dai più giovani, fino ai pensionati. Le storie, al pari delle motivazioni che li hanno spinti a mettersi in cammino, sono le più svariate: c'è chi affronta il pellegrinaggio per rigenerarsi mentalmente e spiritualmente; chi per ricercare un senso nella propria vita; chi per ricordare un defunto; o per tenere fede a un voto fatto, o ancora per una penitenza o un ringraziamento».

Età, storie e vissuti diversi che però, durante il cammino, condividono la stessa strada: è questa l'immagine simbolo del pellegrinaggio?

«Sì, non c'è dubbio. La Via Francigena rappresenta proprio questo: un incrocio di cammini diversi che conducono a Dio. Ogni pellegrino infatti, attraverso ciò che incontra sul proprio cammino, avverte una bellezza che lo trascende. Quella del pellegrinaggio non è un'esperienza come altre: ma è una vera e propria ricerca vocazionale che coinvolge e chiama in causa ciascun pellegrino. Alla luce di tutto questo, appare ancor più evidente il ruolo importantissimo della Chiesa che, usando un'immagine biblica, deve farsi compagna dei pellegrini proprio come Gesù lo è stato con i discepoli di Emmaus: una compagnia che si rivela strada facendo e che, nel caso della Via Francigena, lo fa anche attraverso gli ospitalieri. La Chiesa, rappresentata localmente dalle comunità di fedeli e dai suoi ministri, non può rimanere sorda e indifferente alla nuova, forte e significativa domanda di accoglienza, ma deve anzi allargare le proprie braccia. Su questo siamo chiamati a riflettere e a spenderci in tutti i sensi. È per questo che considero la nascita di Ad Limina Petri – un'associazione nata fondamentalmente per promuovere e raccordare quanto esiste e potrà svilupparsi lungo il cammino francigeno – come un punto di partenza irrinunciabile e uno strumento in più per promuovere il pellegrinaggio e l'ospitalità.

Dal 6 all'8 maggio il terzo corso-incontro organizzato da parrocchia e confraternite
«Ospitalità, l'imprevedibilità di Dio» è il titolo dato al terzo corso-incontro per pellegrini e ospitalieri della Via Francigena, in programma a Monteriggioni dal 6 all'8 maggio. L'appuntamento è per le 19 di venerdì 6 presso la casa parrocchiale di Rencine; seguirà la cena, il saluto di don Doriano Carraro e un momento di fraternità e condivisione di esperienze di pellegrinaggio personali. La mattina del giorno seguente sarà dedicata ad alcuni interventi, a partire dalla riflessione di padre Giulio Michelini ofm sul tema stesso del titolo, mentre nel pomeriggio è prevista una ricognizione, in parte a piedi, a Monteriggioni, Abbadia a Isola e Castellina Scalo, dove alle 18,30 sarà celebrata la Messa e dopo cena si terrà una veglia con successivo rientro notturno a piedi a Rencine. Nella mattina di domenica, altri interventi e testimonianze fino al pranzo e ai successivi saluti finali.

Organizzatrici del corso-incontro, che segue quelli del 2009 e 2010, sono la parrocchia di Santa Maria Assunta di Monteriggioni, la Confraternita di San Jacopo di Compostella e la Fraternità degli ospitalieri di Santiago, Roma e Gerusalemme. Un momento di riflessione, preghiera e approfondimento tecnico cui sono invitati tutti i pellegrini e i volontari che fanno i vorranno fare servizio di ospitalità lungo la Via Francigena. «La Via – sottolineano tra l'altro gli organizzatori – potrà vivere ed esistere veramente solo grazie alla disponibilità dei tanti che, silenziosamente, continueranno a tenere viva la dimensione dell'ospitalità».

Ospitalieri, la Via come accoglienza
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