Via Francigena
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«Presenze sul cammino», spunti storici e qualche polemica

La ricchissima sessione mattutina di Abbadia San Salvatore del nostro quarto forum, sabato 31 marzo, ha proposto tra l'altro un'ampia lettura della storia locale in relazione alla Via ma anche la denuncia del priore  di Sant'Antimo in merito ai vincoli esagerati imposti alla sua abbazia. Nel prossimo numero la cronaca dettagliata della sessione pomeridiana a Radicofani.
DI MARCO LAPI

Parole chiave: francigena (150), pellegrinaggi (150), forum famiglie (148)

di Marco Lapi

«Arrivo da un altro luogo di pellegrinaggio, ieri l'altro ero a Gerusalemme. E per sottolineare quanto ritenga importante il cammino, ricordo che quando organizzammo la prima marcia dei giovani ad Assisi, al momento di tornare via con la macchina mi sembrava di fare peccato mortale. Perché il cammino, tra le altre cose, ti permette anche di apprezzare molto di più tutto quello che incontri».

Così monsignor Rodolfo Cetoloni, vescovo di Montepulciano-Chiusi-Pienza, si è rivolto, la mattina di sabato 31 marzo nella stupenda Abbazia di San Salvatore al Monte Amiata, ai partecipanti alla sessione mattutina del forum «Via Francigena: presenze sul cammino», quarto e ultimo appuntamento del percorso che ci eravamo proposti all'inizio del 2011, ma – come spiegheremo prossimamente – non nostra ultima iniziativa pubblica in merito all'itinerario di Sigerico. In precedenza, ad aprire i lavori era stata Patrizia Mantengoli, vicesindaco del comune di Abbadia San Salvatore nonché assessore allo Sport, Turismo e Cultura, la quale, ricordando l'impegno dell'amministrazione comunale sul versante Francigena, ha ringraziato in particolare la locale associazione «Amici della Francigena» per il grande lavoro svolto affinché questo progetto possa avverarsi nel minor tempo possibile, al di là di ogni possibile intralcio burocratico.

Da parte sua, anche monsignor Cetoloni ha sottolineato «con piacere il lavoro che viene fatto per valorizzare la Francigena da ogni punto di vista, anche economico e storico, ma – ha aggiunto – tutta questa realtà deve avere un'anima, e quest'anima è data anche gli incontri sul cammino».

Secondo il vescovo, «riscoprire il valore delle presenze e riscoprire chi ha camminato su quelle stesse strade è molto arricchente per il pellegrino, ma è vero anche che gli stessi luoghi attraversati ricevono tanto da lui. Forse le nostre comunità da ogni punto di vista hanno bisogno proprio di riscoprire questa relazionalità tipica di un tempo, quando coloro che passavano raccontavano le notizie. In questo senso, il pellegrino è qualcosa di più, gli si può magari offrire una bella accoglienza ma da parte sua ci lascia davvero molto».

Dopo la lettura del saluto del vicepresidente della Provincia di Siena Alessandro Pinciani (pubblicato nel numero scorso) ha preso la parola il consigliere regionale Pier Paolo Tognocchi, rappresentante della Regione Toscana nell'Associazione Europea delle Vie Francigene, ricordando anzitutto come i pellegrini siano tra loro stessi il primo riferimento per quanto riguarda le informazioni su percorso e accoglienza. È un primo, semplice esempio di quella più generale «contaminazione» culturale che da sempre ha caratterizzato le vie di pellegrinaggio. A questo proposito, il consigliere regionale ha ricordato la presenza, a San Miniato, di un vitigno di origine spagnola, un Tempranillo originario della Rioja, sul Cammino di Santiago, giunto in zona in un tempo remoto forse proprio grazie a qualche pellegrino o viandante. «Chi viaggiava – ha spiegato – spesso portava con sé anche doni materiali. Ma pensiamo anche, da un altro punto di vista, al valore del gran tour per i rampolli di buona famiglia d'Oltralpe. Si trattava di conoscere altre persone, altre civiltà, altri Stati, e di farsi conoscere, e anche oggi dobbiamo lavorare per favorire questo. A partire dall'accoglienza povera».

Ad esempio del valore dell'incontro come scambio di saperi, Tognocchi ha ricordato come lo stesso spirito originario degli agriturismi fosse quello di trasmettere una conoscenza e di condividere il cibo. Oggi invece, ha proseguito, i paesi attraversati dalla Via potrebbero puntare su un'altra scommessa, quella dell'ospitalità diffusa, proposta dalla Regione attraverso un recente convegno: «Potrebbe essere – ha affermato – un'opportunità, una comunità che mette a disposizione le abitazioni non utilizzate, piccoli borghi i cui vicoli diventano i corridoi dell'albergo». Potrebbe essere una strada anche per far fronte agli standard richiesti in materia di ospitalità, pur restando la necessità di codificare in qualche modo una nuova, apposita tipologia ricettiva. «Il pellegrino – ha proseguito il rappresentante della Regione nell'Aevf – vivrebbe così proprio all'interno di paesi spesso marginali ma meritevoli di attenzione». Si tratta quindi di creare condivisione. «Quest'anno – ha concluso a questo proposito Tognocchi – vorremmo dedicare tutti gli avvenimenti del Festival della Francigena alla ricostruzione della biblioteca di Aulla, attraverso una sottoscrizione e l'acquisto di libri da destinare a quella biblioteca. È anche questo un modo per sentirsi parte di una comunità, quella della Via stessa. Così come anche qui, nel Sud della Toscana, può essere firmato un patto di associazioni come già avvenuto per la tappa tra Altopascio e San Miniato e in Lunigiana».

A Pier Paolo Tognocchi hanno fatto seguito gli interventi di don Carlo Prezzolini e di Stelvio Mambrini, che sintetizziamo qui sotto e che hanno preceduto la testimonianza di padre Giancarlo Leroy, superiore dei canonici agostiniani di Sant'Antimo, intervenuto come «pellegrino e responsabile di una comunità che accoglie i pellegrini». «Sono francese e vengo quindi da lontano – ha esordito – ma ho anche molto camminato, sia a Santiago che a piedi in Terrasanta. Non si tratta però tanto di camminare fisicamente quanto di fare un cammino spirituale. Ad Abramo Dio chiede di andare ma anche di lasciare, e questa è l'esperienza che deve fare anche il pellegrino. È un cammino interiore anzitutto, qualcosa che ci permette di scendere nel profondo del nostro cuore perché il vero mistero è dentro di noi. I più grandi mistici usciti dai conventi sono stati per questo i più grandi pellegrini, e il più grande pellegrinaggio non si misura in chilometri ma in interiorità. Il pellegrinaggio esteriore, quindi, dovrebbe essere la metafora di un pellegrinaggio interiore: se alla fine di un pellegrinaggio a Santiago, Roma o Gerusalemme non ho scoperto qualcosa di me, posso anche essere contento di essere arrivato ma è stata una gita turistica. Per questo Santa Teresa del Bambino Gesù è stata una grande pellegrina pur non uscendo mai dal suo monastero».

Al richiamo al senso più vero del pellegrinaggio si è poi aggiunta una testimonianza sull'accoglienza a Sant'Antimo non priva di ben motivati spunti polemici: «C'è una struttura, ci sono dei letti per chi arriva. Noi, come comunità sacerdotale agostiniana, abbiamo anche delle parrocchie da seguire e ci possono essere quindi delle difficoltà, ma i pellegrini vedono comunque una comunità che prega. La Francigena, del resto si è costituita attorno a delle comunità religiose e questo oggi va riscoperto. Ma i veri problemi che abbiamo ad accogliere sono altre. Una chiesa non è un fossile, eppure la Soprintendenza parla solo di conservazione. Una chiesa non è statica, è qualcosa di vivo, sennò è un museo. L'uomo ha sempre trasformato le chiese per adattarle agli usi di tutti i giorni; noi invece non possiamo spostare una pietra pena una sanzione. Qui ad Abbadia ci sono i bar del paese dove si può andare, noi invece non abbiamo un bagno e il primo che siamo riusciti a costruire è a un chilometro di distanza. Per la Soprintendenza sarebbe stato impatto ambientale, allora ho detto loro “per fortuna non c'eravate nel medioevo sennò nemmeno Sant'Antimo sarebbe stata costruita per impatto ambientale”. Avevamo ritrovato la colonna di una trifora che era stata buttata giù e avevo proposto di ricostruirla ma neppure questo è stato possibile: “così è stato trovato e così deve restare”; non hanno neanche il gusto per questo. Poi abbiamo anche altre difficoltà, per la legge dovremmo segnalare ai Carabinieri tutte le persone che ospitiamo. Ma che senso ha? Chi fa questi cammini non è certo qualcuno che deve essere segnalato per motivi di ordine pubblico. Non hanno capito la differenza tra un albergo che fa soldi e l'accoglienza povera, per persone che passano ma non pagano, che lasciano magari solo un piccolo contributo per l'acqua».

A tirare le conclusioni della mattinata è stato il responsabile di Ad Limina Petri don Domenico Poeta, giunto come parroco da poche settimane proprio sulla Francigena a Buonconvento, ma dal 2008 impegnato per far incontrare le realtà ecclesiali disseminate sulla Via da Aosta a Roma. «Sono stati toccati vari aspetti – ha affermato –, da quello degli studi storici che hanno ancora molto da progredire, come ci ha ricordato don Carlo, a quello dell'impegno politico che rischia di concentrarsi sull'aspetto commerciale. La rivista dell'Aevf, per esempio, è una carrellata di pubblicità di parmigiano reggiano, prosciutto di Parma, salami e culatelli. Se si parte così facciamo peggio del Giubileo, quando con quell'evento abbiamo fatto di tutto, da una scuola ad Avellino alla mega illuminazione di San Galgano che il comune oggi però non può utilizzare perché costa troppo».

«Credo – ha concluso don Domenico – che dobbiamo lottare per evitare questo stile dell'assalto alla diligenza, chi prima arriva macina, non importa se funziona o no, perché è quello che fa danni, crea debiti e non rende niente, mentre magari poi le docce, che sono necessarie e costano poche centinaia di euro, restano da fare. Dobbiamo lavorare di più in maniera integrata per l'accoglienza, nella consapevolezza che prima viene l'anima, anche se cultura e storia contano molto: per questo dobbiamo garantire un'accoglienza dove possa esserci anche un momento di preghiera. Quest'anno per esempio nell'ospitale di Ponte d'Arbia c'è la novità della prenotazione di diversi gruppi: il pellegrinaggio sulla Francigena quindi è una cosa che comincia a diffondersi, anche nelle comunità parrocchiali ed ecclesiali. Senza pretendere i numeri di Santiago, che forse comportano anche dei rischi, occorre quindi creare dei luoghi in cui uno si senta bene e veda che lo stiamo aspettando».

Nel pomeriggio, come noto, i lavori sono proseguiti a Radicofani, con la presentazione degli atti del convegno del 2 agosto scorso ad opera del Centro studi romei e con le testimonianze ospitaliere cui è seguito il dibattito conclusivo. Per ragioni di spazio siamo costretti però a rinviare la sintesi di questa sessione al prossimo numero, quando parlemo anche dell'originale esperienza della cooperativa sociale Copass, cui si è accennato molto brevemente al termine della mattinata, ma che vale davvero la pena raccontare.

DON CARLO PREZZOLINI: La strada e la spiritualità ai piedi dell'Amiata
«Tutte le grandi religioni hanno luoghi di pellegrinaggio, dove tornare e ritornare, ma gesù si propone come un “rabbi” itinerante, diverso dagli altri». Don Carlo Prezzolini ha iniziato così la sua riflessione sulla strada e la spiritualità nel contesto di Abbadia San Salvatore, dopo aver ricordato lo storico tedesco Wilhelm Kurze, scomparso dieci anni fa, e il grande lavoro da lui compiuto sull'Abbazia e il Codice Amiatino.

«Il pellegrinaggio – ha aggiunto – è metafora della vita. Ed è bella la lettura metaforica della traversata del mare di Galilea con la tempesta sedata: noi iniziamo da una sponda (nascita), navighiamo la vita, con bel tempo o con tempeste, arriviamo all'altra sponda (morte)». Da qui l'«importanza del pellegrinaggio, riscoperto oggi, e l'importanza dell'ospitalità: non basta avere qualche camera, l'ospite, il pellegrino va accolto come amico».

«Oggi – ha continuato don Carlo, entrando nel vivo della sua relazione – non dirò cose nuove: rileggo studi fatti, o meglio ipotesi fatte con una lettura storico-artistica-teologica di alcuni oggetti e realtà di San Salvatore, collegandole al tema della Via Francigena. Mi permetto di riprendere Sestan, che definì “Siena figlia della Strada”. San Salvatore invece è figlia ma anche madre della Francigena. Non solo perché la prima attestazione della strada è in un codice di San Salvatore. Nei secoli proprio la Strada è l'asse di riferimento per tante donazioni imperiali (da San Quirico d'Orcia, almeno, a Viterbo), al fine di organizzare la strada stessa».

Per quanto riguarda San Salvatore come tappa di pellegrinaggio, ha continuato il direttore del museo diocesano di Pitigliano,«gli ultimi studi di Mario Marrocchi suggeriscono nel tratto Amiata-alta Val di Paglia due antichi tracciati (prima che si affermasse quello di Radicofani), quello della valle e quello che saliva a San Salvatore, che venivano scelti, probabilmente, sulla base di più considerazioni, come il tempo o il tipo di pellegrino: può darsi che quello per l'Abbazia fosse privilegiato dagli imperatori e dalle gerarchie ecclesiastiche. Da quanto ne posso sapere io (ma non sono storico né esperto di Francigena) si apre quindi una pagina nuova della storia di San Salvatore da studiare». E altrettanto da studiare, ha continuato don Prezzolini, sarebbe anche la dedica della cosiddetta «Bibbia Amiatina», la cui presenza è chiaramente collegata alla Strada, a un certo Petrus Longobardorum, forse uno dei quattro abati amiatini che governano l'Abbazia nei secoli IX e X.

Don Prezzolini è quindi passato ad esaminare lo stato attuale delle conoscenze, a partire da una pergamena contenente un inventario dell'abbazia, che testimonia la consacrazione, nel 1035, della nuova chiesa abbaziale, «fortemente voluta dall'abate riformatore Winizzo» e soprattutto il grande numero di reliquie presenti, tra cui una parte della Sindone, «attestazione importante perché è la prima volta che il Lenzuolo, in cui secondo la tradizione venne avvolto il corpo del Cristo, compare dopo la sparizione ai tempi del sacco di Costantinopoli, agli inizi del 1200». Proprio il culto delle reliquie, che in qualche modo arriva fino a oggi con quello di San Marco Papa, «sarà – ha continuato don Carlo – una delle costanti della spiritualità di San Salvatore, e sappiamo che questo culto è tipico delle tappe di pellegrinaggio».

Don Prezzolini ha quindi parlato ampiamente della sua tesi su San Salvatore come «centro di elaborazione e diffusione del culto della Trinità, che si diffonde fra IX e X secolo dai monasteri benedettini», e, tra l'altro, del grande Crocifisso romanico, il «Christus triumphans» collocato sopra l'altare, «tutti aspetti – ha detto – che ritengo siano più o meno direttamente da collegare alla Francigena e al ruolo che San Salvatore svolge per questa strada e lungo questa strada», e ha concluso proponendo tra l'altro una mostra comprendente anche gli altri tre importanti Crocifissi del luogo.

STELVIO MAMBRINI: La Francigena nell'alta Valle del Paglia
Alla relazione di don Carlo Prezzolini ha fatto eco quella, ricchissima, del ricercatore locale Stelvio Mambrini dedicata alla Via Francigena nell'alta valle del Paglia in rapporto alla stessa Abbazia, della quale per motivi di spazio non possiamo che riportare qualche stralcio ma che magari potremmo mettere integralmente a disposizione sul nostro sito. San Salvatore, ha affermato Mambrini, «fu fondata intorno alla metà dell'VIII secolo, in epoca longobarda non solo per evangelizzare e colonizzare la montagna, ma anche per esercitare un controllo sulla via Francigena. In quel periodo infatti, l'importante strada che avrebbe collegato nel medioevo il nord Europa con Roma, già transitava per la valle del Paglia».

«È in epoca carolingia – ha aggiunto – che questo cammino diventa un percorso importantissimo e attrezzato che collega le regioni dei Franchi con Roma. La strada proveniente da Siena dopo le Briccole (in Val d'Orcia)e la località Ricorsi, attraversava il torrente Rondinaia, (nei pressi di Bagni San Filippo) poi il torrente Formone e risaliva a sinistra fino al punto di valico tra il Poggio Cirillo e il poggio dei Nebbiali, tra il Monte di Radicofani e il massiccio del Monte Amiata. Da questo località, conosciuta come il Poggilone a partire dal secolo XV, la strada scendeva nel pianoro tra i torrenti Vascio, Cacarello e Pagliola, dove ha origine il fiume Paglia: qui nel medioevo si svilupperà il villaggio di Callemala che raggiungerà circa 300 abitanti contando numerose taverne, mulini e la chiesa di Santa Cristina. La strada proseguiva in direzione del villaggio di Voltole, con la chiesa di San Pietro» dove «nel suo viaggio di ritorno da Roma verso l'Inghilterra, si fermò l'arcivescovo di Canterbury Sigerico, tra il 990 e il 994». Per secoli questa fu la strada per Roma, poi «dalla seconda metà del 1100 iniziò ad essere utilizzato anche un percorso della via Francigena che saliva a Radicofani e scendeva poi a Ponte a Rigo». e che «divenne prevalente a partire dal tredicesimo secolo».

Mambrini ha proseguito il suo excursus storico lungo i secoli successivi per poi tornare a esaminare il viaggio e l'ospitalità durante il feudalesimo: «L'epoca carolingia – ha affermato – è il periodo di massimo splendore dell'abbazia quando, secondo Wilhelm Kurze, sotto l'abbaziato di Audualdo (815-828) ci sono nel monastero 100 monaci. Abbiamo, quindi, un monastero potente ed anche ben strutturato con dormitori, refettori, cucine, celle e foresterie. Anche la valle del Paglia è molto transitata tanto che nell'830 in località Presoniano, area in seguito conosciuta come Callemala, esiste già una taverna. La strada viene ricordata in una confinazione in questa zona nell'876 come Via Francisca, la via percorsa dai Franchi. È questo il primo documento italiano dove compare il termine Francisca». Nella stessa età feudale, «una abbazia imperiale come San Salvatore, ubicata in un luogo strategico tra Toscana e Lazio diventa  anche un punto di sosta per altolocati, imperatori, prelati». E la strada è poi veicolo di cultura: «E qui – ha affermato il ricercatore – mi vorrei soffermare su alcune suggestioni, ma anche ipotesi fondate come quella prospettata da Nadia Berton e Stefano Cren restauratori del Crocifisso di San Salvatore che individuano i riferimenti artistici dell'opera nell'area della Borgogna e pongono la realizzazione del Cristo Triumphans tra il 1140 e il 1150 suggerendone l'origine in un evento particolare. Nella Pasqua del 1146 Bernardo di Chiaravalle sulla collina di Vezelay, in Borgogna, fa un appello per la seconda crociata voluta da papa Eugenio III alla presenza del re di Francia Luigi VII e di una folla immensa di prelati, monaci e pellegrini. Forse la partenza del nostro scultore, probabilmente un monaco, avvenne in quel momento».

Anche lo stesso «raro motivo delle due torri nella facciata della chiesa di San Salvatore, riferibile alla prima metà del XI secolo, e che  ha una derivazione centro europea, e certi oggetti d'arte che si conservano nella stessa abbazia, denunciano lontane provenienze altrimenti impensabili senza la presenza della vicina via Francigena, alla quale il monastero era legato più di quanto oggi possa apparire».

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