Via Francigena
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Ricordi e riflessioni di un pellegrino

Nella primavera del 1989 ero alla soglia dei cinquanta anni. Mi piaceva il mio lavoro ed ero soddisfatto della mia famiglia. Non avevo mai fatto attività sportiva se si esclude un po' di sci nel periodo invernale. In casa di una mia cugina sfogliai per caso una rivista, Famiglia Cristiana; aveva un inserto che mi colpì: era una sintetica guida del Cammino di Santiago pubblicata in previsione della Giornata della Gioventù che quell'anno si sarebbe tenuta a Santiago in agosto alla presenza del papa Giovanni Paolo II.
DI PIER ANGIOLO MAZZEI

Parole chiave: francigena (150), pellegrinaggi (150), terra santa (366)

di Pier Angiolo Mazzei

Nella primavera del 1989 ero alla soglia dei cinquanta anni. Mi piaceva il mio lavoro ed ero soddisfatto della mia famiglia. Non avevo mai fatto attività sportiva se si esclude un po' di sci nel periodo invernale. In casa di una mia cugina sfogliai per caso una rivista, Famiglia Cristiana; aveva un inserto che mi colpì: era una sintetica guida del Cammino di Santiago pubblicata in previsione della Giornata della Gioventù che quell'anno si sarebbe tenuta a Santiago in agosto alla presenza del papa Giovanni Paolo II.

La lettura mi affascinò e lì per lì decisi che sarei andato anch'io in pellegrinaggio a Santiago; man mano che l'estate si avvicinava le difficoltà cominciarono a palesarsi: non avevo mai fatto percorsi impegnativi a piedi, non ero mai stato in Spagna, non sapevo una parola di spagnolo, non avevo l'età giusta per andare ad un raduno di giovani… Mia moglie diceva che ero matto ad andare da solo, le mie figlie mi guardavano con curiosità, aumentavano le incertezze, ma quando ipotizzavo di rinunciare mi prendeva un senso di disagio, era come rinunciare ad un grande sogno.

Mi feci forza, comprai un paio di scarpe da trekking, un sacco a pelo ed un grande zaino che riempii di cose inutili (quattordici chili) e alla fine di luglio un amico mi condusse all'aeroporto di Pisa e andai a Madrid, poi in treno a Sarria, cittadina distante cento chilometri da Santiago (distanza minima per la validità del pellegrinaggio e per ricevere l'attestato finale, la Compostellana).

Raccolsi il primo timbro dai Padri Mercedarios di Sarria su una credenziale manoscritta che mi aveva rilasciato il Vescovo di Pescia. Già al termine della prima tappa, Puerto Marin, avevo i piedi pieni di vesciche, le gambe mi facevano male e le spalle erano arrossate dagli spallacci dello zaino troppo pesante, ma ero felice. Nei giorni seguenti fotografai i tipici granai della Galizia, mangiai il caldo gallego ed il pulpo tagliato a pezzetti sul tagliere di legno, bevvi il bianco acidulo vino che si accompagna tradizionalmente alla gazzosa; a Santiago comprai dei gioiellini in azabache e partecipai a tutti i riti svolti nella splendida cattedrale.

Al rientro a casa fui accolto da un gruppetto di ragazzi che con le mie figlie, allora adolescenti, mi cantarono una canzone da loro composta sugli accordi di un giro di do che cominciava con le parole «Il Piero pellegrino, per la Spagna va…».

Per un po' mi crogiolai nei ricordi e nei racconti che facevo agli amici. Qualcuno, per canzonarmi, mise in giro anche una voce (falsa) di avere visto alla televisione il Papa che, affacciatosi sulla piazza di Obradoiro ricolma di gente, si voltava a destra e sinistra e poi rivolgendosi ad un prelato a lui vicino diceva «o il Mazzei?».
Negli anni successivi feci altri percorsi a piedi, il sentiero E5 sulle Alpi, il Tour de la Brocéliande in Bretagna, le foreste del Morvan attorno a Vézélay, ma mi mancavano le sensazioni anche spirituali che avevo provato sul cammino verso Santiago ed allora decisi di tornarci facendo l'intero percorso del Camino Frances da Saint-Jean-Pied-de-Port, poi la Ruta Portuguesa per l'Anno Santo Compostellano del 1999.

Intanto si cominciava a parlare di Francigena e, con un paio di amici, decidemmo di avviarci su quel cammino e ci recammo a Canterbury. Ma sono 1800 chilometri, ci dicevano; la risposta era semplice: per un pellegrino l'importante è l'andare, non l'arrivare. L'ho fatta tutta in più riprese in cinque anni, dal 2000 al 2005. E dopo Santiago e Roma, dove potevo andare? La risposta era obbligata: «C'è Gerusalemme!».

Sono partito, questa volta in bicicletta, nel 2005 e con nove tratte di una decina di giorni ciascuna (due in Italia fino a Brindisi, due in Grecia da Patrasso ad Alessandropoli, tre in Turchia dal confine Greco a Antiochia, una in Siria e Giordania e una in Israele), nel 2010 risalendo da Gerico sono arrivato a Gerusalemme.

Per me il pellegrinaggio rappresenta un salto in quel mondo della fantasia, del sogno, dell'avventura, dello spirito, che si trova vicinissimo a noi e che troppo spesso non riusciamo a vedere perché troppo impegnati nelle banalità quotidiane. In quel mondo, reale come quello in cui viviamo tutti i giorni, cambiano le interpretazioni delle cose; le vesciche ai piedi, i crampi alle gambe, le sbucciature per una caduta dalla bicicletta, un acquazzone improvviso, non sono difficoltà ma possono essere addirittura fonti di gratificazione e stimoli per proseguire il cammino: basta pensare «C'è Santiago, se vuole che arrivi, arriverò». Questo vale anche per un alloggio precario, per un pasto sgradevole o per un malessere che si rivela passeggero. Divengono importanti da visitare non solo le grandi cattedrali, ma anche piccole cappelle in rovina e in abbandono che sembrano rivivere e sorridere quando vi entro e canto ad alta voce un Pater, Ave e Gloria in latino; mi pare di avvertire accanto a me le migliaia di persone che, nel passato, in quella chiesetta, hanno pregato, si sono battezzati e sposati, hanno celebrato i funerali.

E poi i mille incontri: il vecchio pastore spagnolo che, di domenica, seduto su un muretto di sassi, dice il rosario perché la chiesa è lontana; la curiosa signora francese di un paese della Borgogna che, dopo avermi chiesto chi ero e dove andavo, diviene triste e dice «Voi in Italia siete fortunati, avete ancora i preti…»; il grasso cuoco turco che passa in motorino e, vedendomi accaldato a cercare di riparare una gomma forata in una landa arida e desertica, si ferma e mi regala una bottiglietta di freschissima acqua, il piccolo frate francescano che ad Adana presidia da solo l'antica chiesa circondata da muraglioni e cancellate in una città ostile; il Vescovo Padovese che ad Alessandretta (oggi Iskenderun) mi benedice e sarà ammazzato poco tempo dopo; la vecchia signora siriana con il corpo, il capo, il viso coperti di nero, che si avvicina e mi offre in silenzio una manciata di semi di girasole; gli orgogliosi Armeni che con i loro ricchi paramenti celebrano una lunghissima Messa; la piccola comunità cristiana di Mar Musa in pieno deserto siriano; la Chiesa di San Giovanni ad Acri, alta sul mare, che dai tempi dei crociati sembra guardare all'Europa; i cartelli stradali in Israele che indicano i luoghi sacri cristiani e che hanno sempre la croce cancellata con le bombolette spray; i poveri monaci etiopi che vivono in tucul costruiti sul tetto della cupola di Santa Elisabetta nel complesso del Santo Sepolcro…

Certamente vi annoio, ma permettetemi un'ultima considerazione: nel pellegrinaggio anche i desideri ed i bisogni cambiano, quando, a Damasco, sono sceso nella cripta del Santo ortodosso Anania (quello che ha reso la vista a San Paolo) ho visto un muro di sassi nel quale i fedeli infilavano dei bigliettini probabilmente richiedenti grazie; ho deciso di farlo anch'io ed ho pensato a cosa richiedere, ma l'unica riflessione che mi è venuta è stata questa: se sono qui è perché ho abbastanza salute, pace familiare e risorse economiche. Ho scritto «Grazie Signore, non ho bisogno di nulla».

E ora? Ho solo settantuno anni, c'è Czestochowa...

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