Alberto Migone
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Dall'Azione cattolica a «Toscana Oggi»

L'amico di sempre, Umberto Santarelli, racconta l'impegno di Alberto Migone nell'associazionismo cattolico e nel mondo dell'informazione.

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Alberto Migone

È difficile raccogliere, ordinatamente e in poche righe, i ricordi d'un'amicizia senz'ombre durata mezzo secolo. Ci si conobbe quando si stava tutti e due uscendo dall'Università: io da Giurisprudenza, lui da Lettere (dove elaborò e discusse, sotto la guida di quel grande maestro che fu Ernesto Sestan, una tesi in Storia medievale sulla Riforma gregoriana nella Diocesi di Fiesole). È stato l'impegno comune nell'Azione Cattolica - lui nella Fuci, io nella Giac - a farci incontrare allora, e a tenerci poi fino a ieri l'altro in un rapporto quotidiano e fittissimo.

Nel 1964, quando, dopo un lungo e generoso servizio, Arnaldo D'Addario ebbe lasciato la presidenza diocesana di Firenze, toccò a noi assumere una responsabilità che ci parve (ed era) enorme: perché, a mettere insieme il presidente e i suoi due vice (Alberto Migone, appunto, e la Cecilia Giannini), in tre non s'arrivava a far novant'anni, che eran davvero pochi. Si viveva, però, in una stagione appassionante – quella del Concilio - in cui sembrava che tutto nella Chiesa potesse, non certo cambiare, ma arricchirsi d'una nuova vitalità e farla così più accoglibile nel mondo. Firenze, poi, era un luogo in cui queste novità trovavano un'udienza particolarmente attenta: a volte, magari, con qualche intemperanza di troppo, ma pur sempre vivace. Chi, poi, visse quegli anni nell'Azione cattolica fiorentina non se li può certo scordare, anche perché i molti fermenti, le idee, i programmi e la loro non semplice realizzazione ebbero la fortuna di potersi quotidianamente confrontare con la riflessione forte e autorevole d'un personaggio come don Giuliano Agresti.

In questo contesto, forse non facile ma di certo entusiasmante, la presenza di Alberto Migone fu preziosissima: per la profondità e la nitidezza delle sue riflessioni, per la pazienza con cui riusciva ad assicurare la quotidiana efficienza d'una macchina organizzativa non sempre all'altezza degli scopi che si volevan raggiungere; e anche per come riusciva a smussare – sorridendo, ma senza fare sconti né a sé né agli altri - qualche piccolo spigolo che di quando in quando affiorava.

Un impegno che in quegli anni tutta l'Azione Cattolica Italiana affrontò ed assolse - sotto la guida sapiente e prudentissima di Vittorio Bachelet - fu quello della riforma statutaria; a cui si arrivò nel 1969. A Firenze fu molto avvertita l'importanza di questo processo di aggiornamento, al quale ci si dedicò con grande attenzione. Anche qui la funzione di Alberto Migone fu particolarmente preziosa, soprattutto perché lui proveniva da un Movimento (la Fuci) e ne apprezzava perciò con esattezza le funzioni e le esigenze; mentre il suo impegno degli ultimi anni nell'intera Associazione diocesana gli consentiva di misurare altrettanto lucidamente il ruolo dei “Rami” nella struttura d'un'associazione che stava riscoprendo le ragioni profonde della propria unità strutturale. Quando, nell'estate del 1970, diventò lui presidente dell'Azione Cattolica fiorentina (per la prima volta in forza dell'elezione da parte del Consiglio, a cui solo dopo s'aggiunse la nomina dell'Arcivescovo), riuscì a portare nell'esercizio di questa sua nuova funzione, insieme alla preziosità delle sue doti personali, il frutto delle esperienze appena fatte.

Il passo successivo della sua esperienza in Azione Cattolica fu quello della Delegazione regionale, che gli consentì di estendere gli orizzonti “territoriali” del suo impegno associativo, di confrontare situazioni e storie molto disuguali tra loro, di misurare quanto difficile fosse l'adattamento dei programmi a queste diversità, spesso non piccole ma comunque indimenticabili. Far parte del Consiglio nazionale dell'Azione cattolica italiana, poi, gli permise d'apprezzare, da un punto d'osservazione particolarmente specifico, la misura e la qualità della presenza della Chiesa nella società italiana.

Tenendo conto di questo lungo itinerario, non meraviglia affatto che l'Episcopato toscano, quando progettò di collegare insieme i settimanali diocesani (senz'annullarne, però, le singole storie, assai spesso antiche e gloriose), decidesse di affidar proprio a lui questa non facilissima impresa. Che non conoscesse di persona il difficile mestiere del giornalista non fu per lui un problema, perché era per natura rispettosissimo delle capacità altrui che sapeva armonizzare nel quadro d'una strategia condivisa. E i risultati son lì a dimostrarlo dopo più di venticinque anni di vita d'un giornale che settimana per settimana cerca d'essere raccontatore fedele di fatti (grandi e minuti) e accertatore motivato ma non saccente di valori e disvalori (senza però perder di vista gli aspetti che a qualche inesperto potrebbero sembrare, ma non sono affatto, frivoli, come la veste grafica). Chi volesse farsi un'idea precisa della capacità di Alberto Migone di ragionar pacatamente delle cose di tutti i giorni senza perdersi nei meandri delle minutaglie e senza sputar sentenze inutilmente sonore, non ha che da scorrere la sua corrispondenza coi lettori, dove una risposta di dieci righe valeva più d'un editoriale infinito.

Certo, la nostalgia durerà sempre; ma la Speranza ce la renderà sopportabile.

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