Alberto Migone
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Il ricordo di Dino Boffo

Parole chiave: alberto migone (27)

Pubblichiamo il testo del ricordo di Alberto Migone che ne ha fatto il direttore di «Avvenire» Dino Boffo al termine della celebrazione per le esequie, nella Basilica della SS. Annunziata (2 giugno 2009).

Caro Alberto: collega – amico − fratello.
Il tuo amato Arcivescovo, insieme ai tuoi amati Collaboratori di “Toscana oggi”, hanno voluto che non mancasse quest'ultimo saluto, da collega al Collega che ci lascia, come si usa fare nell'ambiente − pur scafato e duro − dei giornali.

E ciò è tanto più giusto quanto noi tutti sappiamo che giornalista non lo fosti da principio, non fu la tua prima scelta,ma lo diventasti ad un certo punto, buttandoti sulla parola della Chiesa. Un'avventura personalissima, la tua, dentro l'avventura più grande quale tu intendesti da subito la vicenda di “Toscana oggi”. Così la raccontasti infatti in occasione del 25° di fondazione.

Altra era stata la tua professione, di docente, di insegnante; che mai tuttavia hai smesso di essere, mai. E così – educatore – ti sei sempre concepito. Se un'anima aveva il tuo secondo mestiere, quello di giornalista, anzi di direttore di giornale, quest'anima era squisitamente e indefettibilmente educativa.

Ti buttasti, a 48 anni, in un nuovo lavoro, e lo facesti con grande lena, con qualche divertita curiosità, attentissimo a capire e quindi imparare, e mentre imparavi dovevi già essere pronto ad insegnare di nuovo, recettivo eppure già con una linea chiara, irrinunciabilmente equilibrata e saggia.

Se il giornale aveva un compito, e questo compito poteva esplicarsi solo in quanto esplicitava un vincolo, quello di una comunione ancora più intensa tra le Chiese della regione, allora davvero non potevano scegliere, i vescovi, un direttore migliore di te. Da una vita, senza volerlo e senza saperlo, ti preparavi, e da una vita – mi verrebbe da dire – tu eri pronto. Quale credente era più di te fatto per servire la comunione?
Per essa ti mettevi in moto, raggiungevi ora questa ora quella redazione locale, ora questo ora quel vescovo, e tessevi, tessevi comunione. Non importa se bisognava pazientare, cucire e ricucire, se occorreva talvolta abbassare la testa, deglutire amaro e incassare qualche colpo: per la comunione questo e altro, questo e ogni altro, senza sosta.

Il giornale intanto progrediva, nella sua sezione unitaria e nelle pagine assai più numerose delle cronache locali. Da un certo punto, l'unico fascicolo si è sdoppiato, e diventava così ancora più chiaro l'intento di una comunione che per un versante si nutriva e per l'altro si rifrangeva grazie alle pagine locali. «Le Chiese della regione − ha dichiarato ieri un vescovo toscano − non saranno mai grate a sufficienza per l'impagabile servizio offerto da Migone».

Come lui era nella vita, così appariva anche il suo giornale. Ad un tempo fermo e mite, attento alle idee, aperto al nuovo, preoccupato degli scivolamenti, alieno dalle arroganze, quasi attonito dinanzi a posizioni smodate ed eccentriche. Non amava le smargiasserie, né gli scapricciamenti. Per stile era sobrio, eppure mai indistinto né anonimo. La sua prosa sempre nitida, anzi adamantina. Colto eppure comprensibilissimo da tutti. Semplice e profondo, rispettoso ma verace.

Ecclesiale sempre, mai clericale. Diceva ieri un altro vescovo toscano: « Quella di Migone è una laicità vissuta da uomo completo». Capace talora di grande schiettezza, preferiva ritirarsi in disparte piuttosto che mentire o peccare di doppiezza.

La Chiesa per lui era trasparenza sul mondo. Nessuna opacità, nessuna sovrapposizione. L'una, la Chiesa, nell'altro, cioè nel mondo. E la città capì, la regione pure. Quando, nel dicembre scorso, “Toscana oggi” ha celebrato i 25 anni di fondazione, l'Ordine dei giornalisti toscani gli consegnò una targa per onorare un anniversario «di chiara testimonianza civile e cristiana», e l'Ucsi della sezione toscana gli attribuì il premio Giuseppe Donati «per l'onestà intellettuale, le capacità giornalistiche e l'equilibrio» con cui aveva diretto Toscana oggi «facendolo diventare un settimanale cattolico di respiro nazionale, spazio in cui si sono manifestate con grande libertà le tante voci dei cattolici toscani, protese all'affermazione dei valori di verità, libertà e giustizia sociale».

Testimone civile e testimone cristiano. Nessuno stupore in chi lo conosceva, in chi era stato partecipe della sua militanza associativa: nella Fuci, nel Movimento Laureati, infine nell'Azione cattolica, ricoprendo a lungo l'incarico di presidente diocesano, di delegato regionale e dunque di membro stimato del consiglio nazionale dell'associazione. Responsabilità che non erano scafandri esteriori: per lui era ogni volta l'occasione nella quale identificarsi ancor di più con una vicenda di santità laicale, con la spinta profonda di una scelta religiosa che tutto interseca, e che dinanzi ad ogni dimensione e ad ogni evento porta a chiedersi: «Signore, cosa vuoi che io faccia?» (cfr At 22,10).

Era la lente giusta per guardare alle necessità del mondo, della regione, della città. Nessuna smania di inutile protagonismo «Senza i cartellini – “io sono cattolico” − ma (scriveva il 21 gennaio scorso, rispondendo ad uno studente) sapendo stare con gli altri con qualcosa in più che colpisce e fa pensare». Ecco, l'Alberto più autentico, quello che non accettava mimetizzazioni e non cercava predelle, ma che amava perdersi nel mondo perché il mondo si ritrovasse. Nell'intimo del suo cuore, lo spirito più vero dell'Azione Cattolica si intrecciava provvidenzialmente, fino a fondersi, con lo spirito di quella «Comunità di Gesù» che era la sua famiglia spirituale. Lui fu giornalista, e fu direttore, avendo per spina dorsale, per lente e per filtro, questa scelta autenticamente religiosa.

Sì, davanti alla tua bara, desidero con commozione ringraziarti per il bene che hai fatto e per il bene che hai voluto alla stampa tutta, e a quella di ispirazione cristiana, la stampa «che aiuta a capire, a riflettere e a valutare − scrivevi il 22 novembre 2006 − offrendo anche una chiave di lettura, proposta non imposta, e che si ispira senza nascondimenti al Vangelo. Fare informazione con serietà e verità, quand'anche fosse scomodo, con uno stile che non enfatizza, facendo diventare tutto spettacolo. In fondo oggi – continuavi – ad un giornale cattolico si chiede di essere per molti aspetti alternativo». Le tue telefonate ci arrivavano in redazione − puntuali − nei momenti topici; ed appena questi si smorzavano, tu trovavi il modo di dirci che c'eri, ci seguivi, intuivi, apprezzavi. Se ci era capitato di prendere col giornale una qualche posizione forte, che tu immaginavi costosa sul piano del coraggio, o se ti capitava di leggere un pezzullo in cui intravedevi qualcosa di significativo che andava controcorrente, e che proprio per questo ti riusciva di valutare a modo, subito lasciavi intendere la tua condivisione, la tua vicinanza affettuosa, la tua stima discreta e forte. Come hai fatto con me – sono certissimo – hai fatto con altri. [Hai fatto con il professor Agnes, un tempo nostro presidente di Ac, e avanti a noi direttore, e direttore dell'Osservatore Romano] Il tuo parlare anche con noi tuoi amici non era mai verboso, ti bastavano poche parole, ma mirate diritte al centro.

Ecco, vorrei dirti grazie, Alberto, per questo apostolato dolcissimo e sotto traccia che svolgevi con noi, tuoi amici e colleghi, non lasciando mai trascorrere una festa, né una ricorrenza senza uno dei bigliettini, che oggi conserviamo come autentiche perle.

Grazie, Alberto, per esserci stato. Grazie per il bene che ci hai voluto, e grazie per il bene che ci hai insegnato a volere alla causa cui consegniamo la vita. Grazie anche per il modo con cui sei stato tra noi, per la tua leggera ironia, il tuo sorriso aperto e disarmato, la tua sempre ricca speranza. Grazie per il tuo macerarti e il tuo affidarti. Grazie per averci insegnato, tu così pudico, a vivere, ad affrontare faccia a faccia la malattia, e a morire.

Addio. Questa parolina di saluto tu la amavi, e ne facevi un uso ricorrente, e noi capivamo che per te era tutt'altro che casuale, selezionata perché densa di significato. Anche noi quest'oggi la scegliamo dal mazzo, questa parola Addio. Mai così indovinata come in questa occasione. Inventata sembra, oggi per noi, per rendere meno atroce il nostro reciproco congedo.

Addio, Alberto. Ti affidiamo a Lui. In Lui, da oggi, ci incontreremo.

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