Alberto Migone
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L'omelia di mons. Giuseppe Betori

Pubblichiamo il testo integrale dell'omelia pronunciata dall'arcivescovo di Firenze, mons. Giuseppe Betori, nella celebrazione per le esequie di Alberto Migone (Basilica della SS.ma Annunziata, Firenze - 2 giugno 2009). [Letture: Gb 19,1.23-27; Sal 102; Rm 8,31-35.37-39; Gv 17,24-26]

Percorsi: Giuseppe Betori
Parole chiave: alberto migone (27)
La benedizione della salma

Al momento della mia designazione a questa sede arcivescovile, non poche persone mi incoraggiarono dicendomi che a Firenze avrei potuto trovare un sicuro sostegno in Alberto Migone, il Direttore del settimanale regionale “Toscana Oggi”, un uomo di forte radicamento ecclesiale, di chiara lettura dei tempi, di equilibrato giudizio nelle situazioni problematiche. E fu così che lo conobbi nell'unico colloquio che potei avere con lui, quindici giorni dopo il mio ingresso a Firenze, e ne porto un ricordo dolce ma già venato dalla tristezza del dover percepire che il male che lo stava aggredendo non ce lo avrebbe concesso per molti giorni ancora. Ed eccoci qui, per questo ultimo saluto o, meglio ancora, per questa preghiera insieme, con cui vogliamo accompagnarlo al suo definitivo incontro con il Signore.

Lascio al Dott. Boffo, al termine delle celebrazione di ricordare la figura di Alberto Migone. A me il compito di una riflessione sulla vita e sulla morte, a partire dalla parola di Dio proposta nelle tre letture proclamate. Su di essa si staglia anzitutto il grido di Giobbe che, nell'abisso della sua sofferenza, quando il cielo sembra chiuso sopra di lui, apre uno squarcio di fede alla nostra mente e al nostro cuore, affermando che il Dio della vita, anche nel momento in cui tutto sembra ormai perduto, non avrebbe potuto dimenticare la sua creatura e l'avrebbe riscattata da ogni perdizione. Il testo del sapiente pensa a un salvataggio dell'ultima ora, prima della tragedia della morte, ma la rilettura cristiana di questa pagina vi ha da sempre intravisto un'anticipata visione di quella salvezza oltre l'ultima ora che è il dono del Risorto, il vero “Redentore” “vivo”, il dono che egli fa a tutti coloro che si mettono alla sua sequela. E se non abbiamo potuto vedere Dio chinarsi sulla malattia di Alberto per liberarlo da essa, sappiamo invece che ora Alberto vede Dio in quella vita eterna che è il dono del Padre ai servi fedeli del suo Figlio. Sta qui la vera differenza cristiana, o meglio il suo sguardo oltre il visibile, che rende nuovo anche questo nostro difficile tempo, proiettato nel destino eterno della risurrezione.

Sta qui il messaggio ultimo che Alberto ci propone, non più scritto in uno dei suoi editoriali, ma nella sua stessa carne che rifiorirà un giorno nell'aurora del cielo, dopo che il suo spirito fin d'ora vive nella gloria del Padre. Vedere le cose con la profondità dell'eterno, giudicare le fuggevoli cronache del tempo con lo spessore del “per sempre”: è questo lo sguardo del cristiano, quello sguardo che gli permette di comprendere cose che l'uomo non riesce da solo a cogliere, legato com'è alla vischiosità del mondo terreno e all'opacità del tempo transeunte. È questo sguardo profondo di fede che ha permesso a Migone di non essere un giornalista qualsiasi, ma un uomo di verità e di veracità, un amico che ci offriva chiarezza e sapeva indicarci cammini sicuri. Quando invece ci priviamo di questa proiezione sull'ultimo e sul definitivo, come cristiani finiamo per confonderci con le agenzie solidali e con le panacee psicologiche, con le vaghe spiritualità senza meta e con le deviazioni ideologiche che intossicano la storia. Vale in particolare per gli uomini della comunicazione, chiamati ogni giorno a pesare il valore e il senso degli avvenimenti, offrendone chiavi interpretative capaci di superare per paradosso l'effimero che è connaturato alla condizione giornaliera. Senza questa capacità di valutare si affastellano i fatti e si sconvolgono le gerarchie dei valori. Pensarci per l'eternità è lo specifico cristiano. Un eterno però che non è la conquista di un superuomo, ma è il dono di un Redentore che ci ama.

E qui incontriamo l'altro messaggio di questa liturgia della Parola: l'annuncio che Paolo e Gesù nel vangelo ci fanno sul fondamento di questo annuncio di eternità. Il fondamento è l'amore di Dio, che se ci ha amato tanto da donarci il suo Figlio, non ci priverà dal farci condividere con lui quella vita a cui lo ha richiamato dalla morte di croce. E l'amore di Dio che si rivela in Gesù non tradisce; da questo amore nulla potrà separarci, neppure la morte. Questo amore non somiglia all'amore umano, spesso così inaffidabile, pronto a venire meno di fronte alle avversità, fragile davanti agli ostacoli. L'amore di Dio è sempre fedele e senza misura, è creatore di vita e vincitore sulla morte. Da questo amore siamo stati generati, in questo amore saremo rigenerati al termine della nostra vita. Credere a questo amore è, per usare le parole del vangelo di Giovanni, “conoscere” Gesù, e in Gesù conoscere il Padre, fare cioè esperienza del mistero d'amore che è Dio. Ma ciò implica, come ci ricorda ancora il vangelo, che noi siamo insieme con Gesù, ora nell'esperienza della Chiesa, come compagnia di fratelli in Cristo, e un giorno nella gloria, come comunione eterna e piena nella vita divina.

A questo passaggio dalla compagnia della Chiesa, che egli ha così fedelmente servito, alla comunione del Regno oggi accompagniamo il nostro fratello Alberto, certi che come egli ci aiutati quaggiù a conoscere meglio il Signore e a conoscere nel suo vero spessore divino la vicenda umana, così un giorno ci accoglierà nella luce del cielo.

+ Giuseppe Betori
Arcivescovo di Firenze

L'omelia di mons. Giuseppe Betori
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