Alberto Migone
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Migone, la lezione sinodale di un giusto

Una vita al servizio della Chiesa con al centro la preghiera.

Parole chiave: alberto migone (27)

di Carlo Zaccaro

Martin Buber, una delle più significative figure tra i nostri «fratelli maggiori», commentando un polittico salmico, ha voluto – così interpreta il biblista Ravasi nel presentarne il libretto: Il cammino del giusto (ed. Gribaudi) – dar forza ad alcune immagini del bene e del male senza arrestarsi alle soglie del privato, cioè a livello personale, ma piuttosto con il fine di colpire il conseguente aspetto sociale e politico che è quello che in definitiva fa storia.

Due, infatti, sono le scelte che nella concretezza della vita s'impongono all'uomo: accettare di vivere una situazione esistenziale dai recinti ben definiti che ha in sé il proprio centro nelle ragioni della propria autosufficienza (potremmo chiamarla carnale con il linguaggio paolino) o un'esistenza che richiede di non avere in se stessa il suo punto di appoggio, ma di averlo fuori di sé (existieren) nella «vis» attrattiva del T trascendente di Dio. Tutta la vita di Alberto – questa è la sua più alta lezione – è stata la feriale, coerente, fedele trascrizione di questa seconda scelta, impossibile senza la preghiera, da lui mai ostentata, ma che ne faceva un rabdomante abile a discernere le acque di sorgente da quelle di cisterna. La forza della sua invisibile preghiera gli consentiva di riproporre senza stancarsi, tra le variegatissime vicende negative diventate quasi pane quotidiano, una nuova frontiera giornalistica per un progetto culturale montinianamente ispirato – furono importanti per Lui gli anni della Fuci che avrebbe dovuto riparare le breccie causate dagli eccessi di opposti proselitismi. Al di là e al di sopra del successo di questo progetto una cosa è certa: la preghiera di Alberto, divenuta il cantus firmus della sua vita, a poco a poco decapitava le diffidenze degli estranei ai lavori e riuniva intorno a Lui il consenso sempre più convinto ed affettuoso dei collaboratori e la stima degli avversari.

Perché? Perché Alberto attraverso la forza della preghiera aveva centrato e dato una sua avvincente risposta, con il settimanale che si avvaleva della sua paternità, al bisogno profondo dell'uomo: «Noi abbiamo bisogno – scriveva Ionesco citato dal teologo Ratzinger – di ciò che è fuori del tempo; infatti cosa è la religione senza il sacro? A noi non resta niente, niente di stabile, tutto è in movimento... Eppure abbiamo bisogno di una roccia» (Joseph Ratzinger, Toccati dall'invisibile, Queriniana p. 181). Nelle varie stagioni della Chiesa fiorentina che si sono succedute durante la sua direzione del settimanale, si guardava ad Alberto come a una roccia, che nella sua ferma dedizione al fascino della verità (veritatetm facentes in caritate) costruiva la casa del settimanale su la triplice Fedeltà proclamata da S. Cipriano: nihil sine episcopo, nihil sine consilio vestro (detto al presbiterio), nihil sine consensu vestro (detto al popolo). Forse aveva ben riflettuto su quanto aveva scritto il teologo perito conciliare Ratzinger: «In questa triplice forma di cooperazione alla costruzione della comunità sta il modello classico della democrazia ecclesiale che non nasce da una trasposizione insensata di modelli estranei alla Chiesa, bensì dall'intima struttura dello stesso ordinamento ecclesiale e che è perciò conforme alla esigenza specifica della sua essenza» (Joseph Ratzinger, Democrazia nella Chiesa possibilità e limiti, Queriniana 2005, pp. 160-161).

La sua scomparsa dalla scena visibile di questo mondo permette ora di fare un bilancio della sua inesausta opera al servizio della Chiesa, da Lui amata con amore verginale. Quale? Egli ha reso con la sua testimonianza giornalistica e di vita incontrovertibile l'urgente necessità di quel passaggio che il laicato deve essere «costretto» a fare dal ruolo di collaboratore (anche un gregario è un collaboratore) a quello di «corresponsabile». Lo riconferma Benedetto XVI il 26 maggio al convegno ecclesiale della Diocesi di Roma.

«È necessario migliorare l'impostazione pastorale così che nel rispetto delle vocazioni e dei ruoli dei consacrati e dei laici si promuova gradualmente la corresponsabilità dell'insieme di tutti i membri del popolo di Dio. Ciò esige un cambiamento di mentalità riguardante particolarmente i laici, passando dal considerarli “collaboratori” del clero a riconoscerli realmente “corresponsabili”, dell'essere e dell'agire della Chiesa, favorendo il consolidarsi di un laicato maturo ed impegnato».

Alberto ha dato la vita per quest'opera di consapevolezza – è stata la sua Kenosi – a cui si doveva arrivare non per singole anticipazioni che vi sono state e stupende, raccolte poi dal Concilio, ma per quella graduale e universale trasformazione da Lui, costantemente perseguita in cospectu Domini sempre attento ad evitare «banali accondiscendenze», tenace seminatore «in silentio et in spe» della radicalità del vangelo nel campo (spazio e tempo) offerto dalla Divina Provvidenza a ciascuno di noi.

 E' abbastanza noto l'episodio di Alessandro Manzoni che al capezzale di Antonio Rosmini, ormai morente, angosciato, domanda all'amico un programma che in qualche modo continui a renderlo presente fra i suoi. La risposta di Rosmini porta il profumo dell'evangelo di Giovanni: «Adorare, tacere, godere».
Viene il legittimo dubbio che questo potrebbe essere stato il programma spirituale adottato da Alberto.
Fervido adoratore dello Spirito di verità non fu meno brillante fruitore e datore di quella gioia al mondo, che nasce dall'amore ligio all'insegnamento di Vittorio Bachelet secondo il quale «per dare la gioia al mondo non devo chiedere di scendere dalla croce ma di salirvi».

Un inalterabile Amen è stato pronunziato nella giornata serena della sua comunità, fondata dal Vescovo Giuliano, padre nella fede, e ai piedi del crocifisso nell'aspra solitudine della sofferenza.

Ma nel tacere Alberto ha nascosto la dolcezza del suo silenzioso colloquio con Dio e il disappunto irenico per i ritardi e l'incomprensione del suo progetto da parte di coloro che pur gli volevano bene. Dobbiamo riconoscere noi, eletti amici per bontà sua, di aver poco lavorato a quel processo di trasformazione del laicato a cui Egli sinodalmente soleva pervenire.

Siamo stati, in realtà, allievi parzialmente disattenti alla lezione che un grande Maestro con signorile umiltà ci ha impartito come segno efficace di sicura speranza.

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