Alberto Migone
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Un grande a dispetto dell'apparenza

Parole chiave: alberto migone (27)

di Dino Boffo
direttore di Avvenire

Alberto è stato un grande. Non lo dico solo adesso che è morto; l'ho sempre pensato. La sua grandezza però non è di quelle che colpivano per magnificenza o eleganza. Proprio no. Se riuscivi a intercettarla, ti colpiva per la squisitezza d'animo, la delicatezza del tratto, la profonda dedizione per ciò in cui credeva, la fedeltà nei rapporti con le persone, la finezza dei toni tutta fiorentina. Era un puro, e poteva addirittura scegliere di apparirti ingenuo e demodé, mai però ti trovavi a pensare che fosse fuori da l mondo. Bastava sbirciare un istante appena i suoi occhi, per intuirne la profondità e la vivezza.

Lo conoscevo da trentacinque anni. Era un insegnante di liceo, e vice-preside della sua scuola, stimato per un'applicazione di altri tempi al lavoro. Da allora ci siamo un po' rincorsi nei luoghi di impegno: dapprima in Azione cattolica, lui delegato regionale della Toscana e io improvvisato dirigente nel centro nazionale dell'associazione. Mi pareva quasi che mi avesse preso in simpatia in ragione della mia età, ma non ricordo né un'invadenza né mai un'intrusione paternalistica. Era fiero quando poteva presentarmi qualche persona della sua terra che aveva scoperto e stava facendo crescere, già perché lui nella forma dei rapporti era rimasto fondamentalmente un educatore. In seguito, ci incontrammo nel campo dell'editoria, entrambi impegnati nel giornalismo di ispirazione cristiana. Non era il suo settore di elezione, ma ci si era buttato con grande lena, attento a capire e così imparare, recettivo eppure già con una sua linea chiara, irrinunciabilmente equilibrata e saggia. Come lui era nella vita, così appariva anche il suo giornale. Ad un tempo fermo e mite, attento alle idee, preoccupato degli scivolamenti, alieno dalle arroganze, quasi attonito dinanzi a posizioni smodate ed eccentriche. Non amava le smargiasserie. Per stile era sobrio, eppure mai indistinto né anonimo. Le sue telefonate arrivavano − puntuali − nei momenti topici; ed appena questi si smorzavano, egli trovava il modo di dirti che c'era, ti seguiva, apprezzava. Se mi era capitato di dover prendere con il giornale una posizione forte, che lui immaginava costosa sul piano del coraggio, o se gli capitava di leggere un pezzullo in cui intravedeva qualcosa di importante che andava controcorrente, e che proprio per questo lui sapeva valutare, ti lasciava intendere la sua stima affettuosa, con uno spiraglio verso la benevolenza. Senza però lasciarsi mai scappare una parola che potesse inorgoglirti troppo. Il suo discorrere non era mai verboso, gli bastavano poche parole, ma rivolte diritte al centro. I suoi bigliettini, per le feste o durante le vacanze, erano autentiche perle. Non gli sfuggiva nulla, lui c'era e te lo faceva intendere. Misurato e autentico.

Ricordo come ora quando mi invitò a casa sua, in via Bolognese, eravamo ancora negli anni '70. Voleva farmi conoscere la mamma, in realtà era per presentare me a lei, perché lei conoscesse qualcuno di cui probabilmente gli capitava ogni tanto di parlare. Lei era esattamente come lui, se possibile ancora più affabile, ancora più dolce. Lui la trattava come fosse la sua regina, e lei ti avvinceva perché assolutamente non pretenziosa, anzi discreta e costantemente protesa al sorriso, preoccupata di non disturbare il figlio e i suoi ospiti. Ispirava una nobiltà innata. L'appartamento lasciava intendere che lì non erano di moda sfarzi o frivolezze. Nell'insieme si respirava un certo che di austerità, assolutamente linda e appena decorosa, ma senza cedimenti vezzosi. Si intuiva, tra loro due, un'intesa profonda, intessuta di premure e di ogni rispetto.

La malattia, come ogni eccesso, lo spaventava. Quasi lo ammutoliva. Sbirciava da lontano per vedere se la vita gliel'avrebbe prima o poi presentata dinanzi. E quando questo avvenne, non era impreparato. Si sottomise ai riti che la malattia imponeva con la stessa religiosa cura che impiegava per ogni altro impegno o appuntamento. Sembrava stupirsi che il dolore non gli si rivelasse ancor più spaventevole. Per ora ce la faccio, diceva, e per il resto speriamo. «Sarà quel che il buon Dio vorrà». In questa affermazione, intrisa della sua vita, c'era tutta la sua tensione esistenziale, il suo impegno con Gesù, la sua consacrazione vissuta nella maggiore riservatezza. La Chiesa era il suo spazio vitale, e la diocesi il luogo in cui la Chiesa si va facendo e chiede a ciascuno di noi qualcosa di importante, una Chiesa testimone credibile nei confronti del mondo, e dunque impegnativa sul piano delle nostre scelte personali. Amava i preti e sembrava conoscerli uno ad uno. Non gli erano sconosciute le chiacchiere o i si-dice. E quanto lo facevano soffrire le impurità e le miserie: sentiva come su di sé lo scandalo della contro-testimonianza. Tu avvertivi che non riusciva neppure ad immaginare come certe cose potessero accadere. Sui peccati degli altri non si soffermava volentieri, ma non rinunciava a stupirsi che chi avrebbe dovuto intervenire non l'avesse fatto. «È un mistero…» sussurrava, quando le cose gli sembravano più grandi della sua capacità di misurare.

Se mi si chiedesse: chi era per te Alberto Migone, direi che semplicemente era un laico di Azione cattolica, di un'Ac incontrata con la vita e che gli si era incuneata nell'anima fino a diventare la sua forma interiore. Era affidabile, pronto ad ogni chiamata, ma non supino né gregario, né − ancor meno − complice. Tutto dato e tutto votato, ma non potevi confonderlo. Era genuinamente se stesso. Senza pose. In lui il carisma dell'Azione cattolica, come il Concilio l'ha assunta e rilanciata, è diventato il filtro di una personalità convincente, umilmente e strenuamente propositiva.

Addio, Alberto. Questa parolina di saluto tu la amavi, e ne facevi un uso ricorrente, indizio di una prospettiva che non volevi che ti fosse mai estranea. Siamo nati per morire; e quindi, solo dopo, per regnare. Grazie per avercelo insegnato. E grazie per averlo oggi, a nostra consolazione, lassù raggiunto.

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