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Araldo Poliziano: cento anni di storia

Il testo della relazione storica tenuta da Laura Valdesi durante il convegno celebrativo dei 100 anni dell'Araldo Poliziano (Teatro Poliziano, sabato 8 ottobre 2005, Montepulciano).

Raccontare 100 anni di vita e di storia della nostra provincia, di riflesso anche dell'Italia, attraverso gli occhi dell'Araldo Poliziano costringe a sintesi e flash che tuttavia spero riescano a rendere in maniera viva impegno, battaglie, idee che hanno caratterizzato questa ormai secolare testata cattolica.

Ho scelto di soffermarmi maggiormente sul Novecento, fino agli anni '90, perché è qui che a mio avviso si rinvengono forti motivi di attualità dell'Araldo che ciascuno di voi può cogliere anche alla luce degli eventi recenti che meglio conosce.

“La scommessa è vinta”: sono certa che esordirebbe così monsignor Alberto Angelotti, fondatore dell'Araldo Poliziano, se stasera fosse qui insieme a noi.

Basta sfogliare le polverose pagine dell'ultimo secolo del giornale per rendersi conto che la prima testata settimanale cattolica del circondario di Montepulciano ha superato mille difficoltà e ostilità: è stata davvero una scommessa.

Provate a immaginare. ERA IL 1905. Angelotti, insieme ai sacerdoti Benedetto Neri, Libero Natali e Ferdinando Svetoni, stava passeggiando lungo la strada che porta a Chianciano. Discutevano animatamente degli attacchi degli anticlericali e delle nuove dottrine che, anche nella loro città, si diffondevano rapidamente attraverso la stampa, in primis grazie a “La Martinella”, organo della Federazione socialista senese, e all' Eco della Valdichiana, voce dei liberi pensatori di Montepulciano. Tutti concordavano che bisognava rispondere alle provocazioni, arginare, specie nelle campagne, l'invadenza dei socialisti e dei repubblicani accentuatasi in particolare dopo il primo sciopero dei mezzadri svoltosi nel 1902 a Chianciano. Per fare questo, quale mezzo più efficace di un giornale? “Anche una voce esile che si levi a difes a del vero, del bene - scriverà la redazione nel primo numero del 23 aprile 1905 – è sempre utile”. Ma in una piccola diocesi come quella poliziana la pubblicazione di un giornale non era cosa da poco. I quattro sacerdoti lo sapevano bene tuttavia decisero di tornare subito in città e di sottoporre al vescovo Giuseppe Batignani il loro audace progetto. Questi dapprima esitò, poi, di fronte al loro entusiasmo non seppe dire no. “Se duriamo con 10 numeri – assicurarono al presule – abbiamo vinto”.

Ed hanno avuto ragione. Stasera …. siamo qui a festeggiare i 100 anni dell'Araldo.

Un'impresa, COME HO DETTO ALL'INIZIO, ripercorrerli tutti. Un'impresa restituire attraverso le sue pagine la guerra del '15-‘18 che vede il giornale aprire subito una rubrica in cui si riassumono “i fatti d'arme”, pubblicare l'elenco dei deceduti sul campo, invitare i cattolici a “facilitare la corrispondenza fra militari e loro famiglie”, descrivere l'accoglienza calorosa riservata nel 1915 ai primi profughi dal Friuli che vengono accompagnati in ospedale mentre l'allora sindaco poliziano Colombi partiva volontario per il fronte. E quando nel 1918, siamo nel novembre, l'Araldo titola “Grande vittoria italiana, Trento e Triste liberate”, “le miniere fecero riposo, gli uffici rispettarono l'orario festivo. Si dettero generi alimentari e carne senza tessera”.

Che cosa voglio dire con questo?

Semplice. Che il giornale era un termometro della vita civile, sociale e religiosa di quello che allora veniva definito il circondario di Montepulciano, formato da 5 mandamenti e 15 Comuni in grande maggioranza nel cuore della Valdichiana senese: Chianciano, Sarteano, Sinalunga, Torrita, Trequanda, per esempio. Ma nell'Araldo si parlava anche dei fatti dell'Amiata.

Un settimanale-termometro che ha registrato, nel percorso che andiamo a fare va tenuto ben presente, “le origini del non facile risveglio religioso” nelle diocesi di Montepulciano, Chiusi e Pienza. Richiese davvero un grande impegno accendere la “fiammella”, stante l'apatia della popolazione locale che il settimanale stesso più volte stigmatizzerà.

Tutto ciò è premessa indispensabile, a mio avviso, per iniziare a leggere con il passo giusto il “segno” lasciato dal settimanale in 100 anni nei più svariati settori.

Innanzitutto nella difesa dei valori cristiani, della religione, nell'essere il leale interprete del magistero della Chiesa che si vede – ECCOME SE SI VEDE - in tante piccole e grandi battaglie. Fa scalpore, per esempio, la proiezione al Cinema Varietà Naddi di un episodio del romanzo di Victor Hugo “Nostra signora di Parigi”, si critica il modo in cui viene dipinto l'arcidiacono e non si accettano più inserzioni dell'impresa che replica insinuando che si vuole dare spazio al cinema “Nobili” gestito “dalla giunta diocesana”. Avviene nel 1919. Proprio in quell'anno, nell'articolo di fondo del 2 febbraio, si parla del Partito popolare italiano, “in politica la nostra guida, il nostro consigliere”. L'Araldo dedicò ampio spazio ai congressi e alle idee propagandate dal partito di Sturzo che rese possibile l'ingresso ufficiale dei cattolici nella vita politica dello stato italiano. Monsignor Angelotti venne anche eletto, nel '21, membro del consiglio direttivo della sezione locale. In seguito, quando la Santa Sede cominciò ad allontanarsi dai popolari perché favorevole ad accordi diretti con il regime fascista, anche il giornale assunse un atteggiamento più distaccato nei confronti del partito popolare.

Il FASCISMO. E' impossibile saltare a piè pari questo periodo. Il rapporto che con esso ha avuto L'Araldo viene ben sintetizzato nel numero del 15 agosto '43 quando il re ha affidato a Badoglio pieni poteri. “Nel clima controllato e sospettoso del recente tramontato regime l'Araldo non scese mai ad umilianti concessioni che rinnegassero il suo passato, pieno di attaccamento all'insegnamento di Cristo e alla sede di Pietro, ma con il rispetto dovuto all'autorità costituita mantenne il suo posto dignitoso, cattolico sempre senza incrinature”. Dopo il 25 luglio '43, in effetti, sul giornale erano iniziati ad apparire, con l'approvazione del vescovo Giorgi, gli articoli di alcuni giovani e intraprendenti poliziani: in testa Lidio Bozzini, che fu poi costretto a darsi alla macchia e si rese protagonista della battaglia di Monticchiell o, anche di Mario Guidotti e Francesco Mei, del più anziano Luigi Forlivesi, costretti a nascondersi dopo l'8 settembre. NEI LORO SCRITTI, prima pubblicati in un foglio clandestino, “LA FRONDA”, era forte lo spirito antifascista seminato da Aldo Moro durante i suoi soggiorni a Montepulciano.

“Il fascismo – scriveva comunque l'Araldo già nei primi anni '20 - non può togliere alla stampa avversaria il diritto di combatterlo con tutta lealtà e serenità. Non siamo nemici, noi, ma avversari onesti e leali. Che vogliamo cooperare alla pace della patria nostra e alla sua prosperità”.

Il vento, come si è visto, con il passare degli anni lentamente cambierà sebbene resti il ricorso a un linguaggio declamatorio e altisonante, retoricamente celebrativo secondo le caratteristiche della pubblicistica fascista del tempo. Dura comunque la condanna della Federazione del clero per le bastonate a don Arturo Bambagini (colpevole di avere all'occhiello il distintivo dei reduci di guerra), nel '23 (dopo le dimissioni dei popolari dal governo Mussolini), il 4 aprile, l'Araldo fu sequestrato ma, sia chiaro, “non dall'autorità governativa piuttosto da alcuni fascisti – scrive – che lo tolsero dalle mani dei venditori pagando loro il prezzo delle copie. Lo cercarono nelle case e per gli esercizi e ritirarono tutte quelle che poterono avere. Il gesto ci recò meraviglia – si legge - perché l'Araldo è sempre stato m oderato e corretto e anche nel numero di domenica non scrivemmo nulla di provocante contro il fascismo”.

Ma una notte furono anche rotti i vetri delle finestre della tipografia Madonna della Querce dove il giornale si stampava. E nel '31 L'Araldo invita alla “prudenza sul diritto di associazione” perché, come sapete, erano stati sciolti i circoli cattolici. Scrive: “La curia vescovile comunica che chi è già diffidato potrebbe incorrere in sanzioni di legge se li ricostituisse”.

Tuttavia L'Araldo non si limita a questo. Racconta la guerra, sebbene dalle colonne del settimanale non si avverta forte tutta la sua tragedia. Eppure riferisce della morte di Gulmio Fontani, 20 anni, primo poliziano caduto sul fronte greco nel '41, dell'oscuramento per la protezione antiaerea dalle 20 alle 7 nel '42, fino alle incursioni del maggio-giugno '44: a Bossona una bomba cadde nell'aia e provocò quattro morti nella famiglia Di Betto, ad aprile 16 persone avevano perso la vita a Salcheto, sempre per un'incursione aerea. Fu danneggiato anche l'ospedale.

L'Araldo è più prudente, però, nel parlare di politica, sa bene che equivale a camminare sui cristalli.

DI POLITICA, intesa nella sua espressione più alta, tornea infatti ad occuparsi intensamente dopo che il Comitato di liberazione elegge sindaco il conte Bracci nel '44 senza cessare, anche in seguito, di fornire ai cattolici una propria lettura della situazione. Dà notizia della nascita, nel '44 del Partito sociale cristiano che si era già costituito nella clandestinità da un paio di anni, quindi, nel febbraio '45, della sezione locale del partito democratico cristiano che inaugurerà poi la sede di via Roma nel '50 alla presenza di Rumor, allora fresco vice segretario del partito. C'era anche Amintore Fanfani, che negli anni a venire sarà sempre molto presente a Montepulciano e dintorni. E anche molto votato visto che nel '63 viene confermato, se ricordo bene, con 57mila preferenze alle politiche. Montepulciano, si amo nel '49, è uno dei primi centri a beneficiare dei fondi della “Fanfani-case”: 30 milioni di vecchie lire. Si dibatte allora sulle colonne del giornale dell'ubicazione degli alloggi stessi, costruiti alla fine nei pressi dell'ospedale e a Montepulciano stazione e inaugurati nell'agosto '52.

Nel dopoguerra, e per molti anni a venire, tiene comunque banco, come scrive il giornale in occasione delle politiche del '53, “la minaccia comunista alle libertà religiose e morali”, la posizione della gerarchia cattolica sull'incompatibilità fra l'appartenenza alla Chiesa e l'adesione ai partiti della sinistra è netta e deve tenere conto del cosiddetto decreto di scomunica del 14 luglio del '49 in cui c'è la presa di posizione ufficiale della Chiesa nei confronti del comunismo.

L'ARALDO, FACCIO UN PASSO INDIETRO, NEL '46 invita a votare compatti per la democrazia cristiana, anche la donna “viene chiamata a compiere il sacro dovere. L'omissione costituisce un peccato grave”. Ampio spazio dà anche ai risultati del referendum che videro oltre 12 milioni di voti per la repubblica (a Montepulciano furono 8.237) e poco più di 10 per la monarchia (a Montepulciano 2304). “Assicurato un indirizzo cristiano salutiamo auguralmente l'avvento della repubblica” sottolinea il settimanale che tempo dopo evidenzia: “Non ci siamo battuti per la Dc, come molti vogliono far credere, ci siamo battuti per la religione. Possiamo fidarci della Dc ma non vogliamo essere confusi con essa. La Chiesa è maestra, la democrazia scolara”. Serrata la campagna per le politiche dell'aprile '48 all'insegna in tutta Italia degli slogan “O Roma o Mosca”. A Montepulciano, racconta il settimanale, “si svolsero con calma, serenità e ordine. Solo una bambina fu sfiorata da una macchina alla sezione del Comune”.

In occasione delle politiche del '58 l'Araldo pubblicò anche i risultati elettorali degli altri Comuni, seguendo poi in maniera costante e attenta ogni passaggio alle urne e “levando alta la voce”. Anche quando, siamo a inizio anni '90, dopo mesi di trattative si formò la giunta guidata da Giuliano Olivieri.

UN ALTRO SETTORE in cui il settimanale ha lasciato il segno è quello economico-sociale al quale ha portato un contributo di idee e una spinta, recependo già allora le istanze dei cittadini come quando, nel '19, pubblicò una lettera – curiosità - in cui dei chiusini scrivevano all'Araldo per protestare contro la scritta “Bagni di Chianciano” alla stazione ferroviaria.

Oppure quando si occupò delle lotte agrarie e dei problemi dei contadini. Su questo vorrei soffermarmi perché la provincia di Siena, non lo dimentichiamo, era insieme a quelle di Arezzo e Firenze, una delle più tipicamente mezzadrili della Toscana. L'arretratezza delle campagne era legata a questa forma di conduzione agricola che veniva considerata a inizio Novecento (e non solo), anche dai cattolici della zona, valido strumento di conservazione dell'equilibrio sociale di stampo paternalistico e patriarcale. L'Araldo, per la verità, fu costretto ad occuparsi della questione dei patti colonici per evitare che la presenza della fede nelle campagne venisse messa in forse dalla diffusione fra la popolazione rurale delle teorie del socialismo scuotendo al contempo i proprietari dal torpore, facendo capire loro che dovevano essere fatte concessi oni giuste ai coloni prima che a causa del malcontento si verificassero altre agitazioni. Buona volontà da parte degli uni, fu la ricetta esposta dall'Araldo in una lunga serie di articoli e interventi, “meno esigenza” da parte dei mezzadri. Emerge uno spaccato triste e al contempo curioso delle condizioni di vita dei coloni. Solo alcuni flash. Dovevano sottostare addirittura al dazio della chioccia. “Il proprietario esige un barile di vino per il guardia, quattro o cinque staia di grano, più lire cinque in denaro per i danni che può arrecare quell'animaletto tanto utile e tanto piccino che tutti conoscete: la chioccia”.

Da brivido invece la descrizione delle abitazioni in cui vivevano tanto da indurre il settimanale a invocare “non lussi, non esagerazioni ma che siano abitabili senza perderci la salute del corpo e dell'anima”. “Diroccate, malsane, piuttosto stalle di animali che di uomini”, si legge nel 1906. “ Mi ricordo che visitai una malata – si legge ancora – la quale durante la sua patologia lunga 7 mesi stette sempre in una camera che prendeva aria dalla cucina con certe pareti nerissime da far concorrenza alla faccia di un africano”. Venivano utilizzati come servitori, racconta il settimanale, i padroni prendevano l'uva scelta, raramente liquidavano a fine anno i conti anche se i contadini, intendiamoci bene, si “difendevano” perché magari consegnavano ai proprietari solo la metà della metà del raccolto. Della riforma agraria si parlerà diffusamente nel dopoguerra allorché si registra l'abbandono delle campagne e, già nel '56, l'Araldo inizia a fare i conti con ben 600 disoccupati nel comune legati, a suo dire, “alla mancata realizzazione di opere di una certa consistenza, al crescente esodo dei contadini in città, all'assenza di una manodopera sufficientemente qualificata”. Tema centrale, questo, anche sulle pagine de “L'Osservatore Toscano” al quale l'Araldo si “consocia” dal '49 fino a metà anni Settanta affidandogli l'analisi di temi nazionali e internazionali, senza per questo esimersi dall'affrontarli in prima persona quando serve. Nel '56, infatti, dopo gli episodi sanguinosi in Ungheria, viene organizzato un grande corteo di protesta a Montepulciano al quale, sostiene l'Araldo, presero parte ben 2mila persone fra cui il vescovo, il comandante dei carabinieri, il preside del liceo e molti altri mentre i consiglieri comunali della Dc abbandonarono l'aula al termine di una discussione caldissima dopo la presenta zione di un ordine del giorno. Anch'esso di protesta.

Nel '49, dicevamo, il settimanale torna a quattro pagine dopo l'unico periodo buio , quello della guerra, quando esce con un solo foglio, nel '44, e carta scura. Nel 1961 la foliazione sale addirittura a sei pagine, documentando il boom economico che investe anche la Valdichiana e porta la testata a privilegiare una dimensione interna; nell'ottobre '78 lo troviamo in veste tabloid e via via più pronto a volgere l'occhio alla situazione internazionale. “Dagli avvenimenti del 1989 le speranze per il 1990”, è infatti il titolo di un lungo commento dedicato alla caduta del muro di Berlino.

In questa sede possono essere soltanto elencate le tante BATTAGLIE dell'Araldo per lo sviluppo e la valorizzazione del territorio, come quella per il tribunale, riattivato nel '34 dopo la soppressione avvenuta un decennio prima. Qui per alcuni anni, dal '39 al febbraio ‘43, fu giudice Alberto Moro, fratello di Aldo. Quando lo statista venne ucciso nel '78 dalle Brigate rosse l'Araldo lo descrisse “Un amico di Montepulciano”: nel '40 aveva voluto qui il convegno della Fuci (universitari cattolici) che allora guidava, mantenendo nel tempo, come precedentemente accennato, contatti con vari amici. C'è poi il dibattito sulla sanità, in anni più recenti, acceso dalla decisione del consiglio regionale, nel '77, di unificare gli ospedali di Chianciano, Chiusi, Montepulciano e Sarteano, poi anche Torrita e Sinalunga conclus osi con il taglio del nastro del monoblocco di Nottola, nel 2000 se non sbaglio. Della risorsa-vino si comprendono da subito le potenzialità economiche e l'argomento è presente in modo costante, da quando il prodotto viene portato negli Usa, è il 1935, alla costituzione del Consorzio del Nobile (1965), all'ottenimento del marchio Docg (siamo a inizio anni ‘80). Quindi la Cassa rurale, di cui nel '53 si inaugurano gli spazi in piazza delle Erbe che sostiene le attività locali ed era nata nel '21 quando l'avvento del fascismo in altre parti d'Italia aveva invece frenato le iniziative del clero in campo economico-sociale. Gli artigiani, e in modo peculiare i contadini, ne trassero subito grandi vantaggi poiché questa si ripromise “di dare il massimo appoggio al piccolo commercio e all'agricoltura”.

E ancora. Le Terme di Montepulciano vedono la luce nel '62 (grazie alla Società Pergine e terme di Boario) per sfruttare l'acqua sulfurea. Nel '63 l'Araldo riferisce dell'asta per il primo lotto di lavori, nel maggio '66 dell'apertura. Non si trascurano ovviamente quelle di Chianciano dove nel '92 già si coglie una “lieve crisi”, oggi ben più grave e che tuttora come sapete bene attanaglia il comparto.

ED E' SU STRADE E TRASPORTI CHE COLGO la capacità del giornale di leggere la situazione e guardare avanti. Sentite un po'. Alla fine del 1916 un'intera pagina dà voce al responsabile della Società anonima miniere di mercurio del Monte Amiata. Facendo una panoramica sull'economia, questi pone l'accento sulle vie di comunicazione e sostiene che “la provincia di Siena è una delle più povere in fatto di pubblici trasporti”. Da sempre, dunque, nostro tallone d'Achille.

Eppure già nel '40 il professor Giovanni De Agostini, illustre geografo, nelle sue visite a Montepulciano evidenziava “l'importanza di mettere in collegamento i due mari, l'Adriatico con il Tirreno, Montepulciano avrebbe dovuto essere il centro. Nuova arteria ricca di valori economici, commerciali, militari e anche turistici”. Bisognerà attendere però gli anni '60 per avere quantomeno la Siena-Bettolle-Perugia che fu comunque realizzata in breve tempo anche se all'epoca il giornale non mancò di sollecitare l'ultimazione. “Si può percorrere il tracciato in 45 minuti – scrive nel settembre '66 l'Araldo - sebbene solo a due corsie riesce a velocizzare la percorrenza”.

In molti altri articoli negli anni seguenti il settimanale testimonierà come la realizzazione di infrastrutture importanti, siano esse strade o ferrovie, sia sempre risultata faticosa in questo territorio.

PER MISURARE LA NATURA e l'orientamento di un giornale non basta tuttavia limitarsi ai contenuti espliciti che intende veicolare. Emblematica al riguardo la cronaca, che l'Araldo privilegia ed è sempre stata suo punto di forza. Persino quella “nera”, sebbene la scelta degli eventi riferiti non risulti mai casuale e ad essi venga data una lettura in sintonia con la linea del giornale. Qualche esempio. Rapidissimo.

SIAMO NEL 1920. “La brutalità della teppa rossa”, titola l'Araldo dedicando un'intera pagina a un episodio sanguinoso – il bilancio fu di sette morti – che, comprendete bene, oggi avrebbe tenuto banco per giorni. “I socialisti hanno aggredito il corteo dell'Assunta ad Abbadia San Salvatore. Prima che si sciogliesse il comizio dell'onorevole Mascagni, il quale intercalava a detta del settimanale “le invettive più violente contro il partito popolare”, c'era stata la processione religiosa. Decisero di impedire che la sacra funzione si potesse compiere, il corteo fu assalito, un socialista sparò a bruciapelo, uccidendolo, all'appuntato dei carabinieri in forza a Radicofani, un altro era stato pugnalato al petto. Quanto al frate Angelino fu raggiunto da un colpo d'arma da fuoco mentre cercava di ostacolare l'ingresso in cattedrale. Ve nne ucciso anche un bambino… Pensate un po'….

E' IL 1946. Il vescovo di Chiusi e Pienza Carlo Baldini viene “aggredito” a Montefollonico: quattro finiscono in tribunale per offese alla religione a causa del vilipendio a sua eccellenza. E vengono condannati a un anno, concesse attenuanti e condizionale.

SPOSTIAMOCI NELLA PRIMAVERA 1960. Oltre ad occuparsi del crollo della parte centrale del cinquecentesco muro del San Gallo che comportò la chiusura del giardino di Poggiofanti a Montepulciano, si sofferma sul delitto di una diciassettenne avellinese Maria Addolorata Rinaldi che da tempo risiedeva nel podere San Carlo a Pianoia. Ad ucciderla un ventunenne coltivatore diretto che da due anni, riferisce il settimanale, la corteggiava. All'ennesimo rifiuto lo spasimante aveva premuto il grilletto. Era fuggito, costituendosi successivamente. Il vescovo monsignor Emilio Giorgi pronunciò parole toccanti sulla tomba della ragazzina: il fatto che avesse rifiutato e resistito al fidanzamento assurgeva ad esempio di fortezza cristiana.

MA NON MANCAVA nelle colonne della testata quello che noi oggi definiremo un tocco di MONDANITA'. Nel '53 si accenna alla visita a Montepulciano di re Gustavo di Svezia, nel '57 l'indimenticato speaker –Rai del Palio, Silvio Gigli, cura la regia del Bruscello, la “Pia dei Tolomei”, facendo il bis nel '68 con quello dedicato a Santa Caterina. Bruscello che viene seguito dall'Araldo fin dagli albori, nel '39, e di cui il vescovo scrisse allora: “Il paese sente di aver trovato un genere di spettacolo che merita di essere elevato a tradizione cittadina”. Fu poi un evento, nel '64, l'arrivo della tappa del Giro d'Italia a Montepulciano, nel '70 foto ricordo sul giornale delle nozze del giocatore della Fiorentina Esposito, nella cattedrale di Pienza. Vi partecipò anche Picchio De Sisti. Ed orgoglioso è l'Araldo nel riferire l'assegnazione del David di Donatello a “In nome del papa re”, film con Manfredi girato in esterni a Montepulciano.

MI AVVIO ALLA CONCLUSIONE, SPERO DI NON AVERVI STANCATO TROPPO, aprendo una finestra nell'ordine sugli anni della contestazione, sul divorzio e sul modo in cui viene accolta la salita al soglio pontificio di Papa Giovanni Paolo II.

SIAMO NEL '69. A marzo il movimento studentesco, in occasione della serata di gala per la consegna del “Grifo ‘68” entra in azione. Un gruppo di giovani, racconta l'Araldo, distribuisce agli eleganti signori, tra cui il sindaco, un ciclostile. Due erano con il maglione nero, volevano entrare ma furono messi alla porta”. Ci voleva l'abito adeguato. Fu fatto un nuovo ciclostile con l'accusa di divismo cercando di far capire ai poveri lo scotto di essere stati esclusi. “Perché – commenta un tantino acido - fare tanto chiasso per un ballo quando ci sono tanti problemi? Contestiamo cose più serie, da tempo manca l'acqua e non si trova una soluzione”.

Ma il bello arriva nel maggio di quell'anno quando si verifica un episodio che approda su tutte le cronache nazionali. Viene rappresentata l'opera di Dacia Maraini “Ricatto a teatro”. Finisce con l'arresto di 5 componenti della compagnia per oscenità e turpiloquio, presunte scene scabrose, l'uso di un “frasario realistico”. Nel febbraio '70, mi sembra di ricordare, il tribunale li assolve: il fatto non costituisce reato. “Al di sopra del pronunciamento del tribunale – si interroga comunque L'Araldo - resta l'interpretazione che ne dà la coscienza umana”.

SUI GRANDI TEMI quali MATRIMONIO e DIVORZIO, la testata è sempre stata puntuale difensore della linea della Chiesa. Pensate che lo è già nel lontano 1909 nel momento in cui il candidato dell' “ordine”, l'avvocato siciliano Angelo Muratori, venne eletto nel collegio poliziano dietro indicazione del deputato uscente Bastogi. I cattolici ebbero un peso importante nella sua affermazione – era il periodo delle alleanze clerico-moderate –, altrettanto nell'affossarlo dopo essere stati presi letteralmente per i fondelli. Tutti torti non li avevano perché fece un repentino voltafaccia presentando addirittura al parlamento nel 1910 una proposta di legge per la precedenza obbligatoria del matrimonio civile al rito religioso (vi lascio immaginare le reazioni) che comunque non giunse in porto. Così nel 1913, in occasione delle prime elezioni politiche a suffragio universale - i CLERICALI, CON IN TESTA L'ARALDO! - riuscirono a impedire che gli elettori confermassero il mandato al Muratori.

LA QUESTIONE DEL DIVORZIO campeggia a lungo sulle colonne del settimanale che difende a spada tratta il valore della famiglia e successivamente della vita, in occasione della legge sull'aborto. Riferisce l'Araldo nel maggio '71 (la legge Fortuna Baslini è la n.898 del dicembre '70) che quattro vescovi del Senese furono denunciati per la lettera pastorale di Pasqua sulla famiglia. Un atto “di rancido anticlericalismo”, scrive sdegnato. E racconta così il fatto. Il 21 aprile la segreteria nazionale e la presidenza della Lid (Lega italiana per il divorzio) “ha presentato alla procura di Siena e a quella generale di Firenze denuncia contro Ismaele Castellano, Renato Spallanzani (Chiusi e Pienza), Alberto Giglioli e Fausto Vaillanc (Colle). Il motivo? “Alcune frasi sono state ritenute da codice penale dai tutori della famiglia italian a – osserva ironico l'Araldo - che hanno contestato ai vescovi senesi anche un'indebita ingerenza nella vita politica del Paese”.

Recitava fra l'altro la lettera dei vescovi del 1971: “E' motivo di grande dolore e grave preoccupazione la recente introduzione del divorzio nella legislazione italiana. Com'è noto, non risolve ma aggrava quei mali sociali che dice di voler risolvere. Significa più figli illegittimi,… più delinquenza minorile, più crisi coniugali, ecc”. I crimini sarebbero stati per la Lid il dispregio e il vilipendio delle istituzioni, delle leggi e degli atti dell'autorità, la pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, l'abuso con impostura della credulità popolare. Si chiede il settimanale: “Ma è proprio un delitto dare un giudizio morale sul valore di una legge dello Stato?”

L'Araldo sostiene di aver fiducia nel buon senso della gente. Tuttavia nel '74 il Paese dice no all'abrogazione della legge Fortuna-Baslini. Il giornale riporta le percentuali, nette, del pronunciamento e lascia solo al documento della Cei il commento dei risultati.

CONCLUDO, QUESTA VOLTA DAVVERO!, SOFFERMANDOMI SUL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II, CHE CI HA LASCIATO QUALCHE MESE FA. Anche nell'interpretare l'elezione del primo pontefice non italiano dopo 455 anni (l'ultimo fu Adriano VI, fiammingo, 1522-1523) l'Araldo dimostra sensibilità e lungimiranza.

“Sostanzialmente il giudizio è positivo, anche se non è stato univoco. C'è chi si è mostrato scandalizzato per l'interruzione di una tradizione secolare, per il declassamento dell'Italia sul piano ecclesiastico nell'ambito internazionale...

Ma SONO STATE VOCI SPORADICHE – sottolinea don Mario Dionori, allora direttore -, residui di un irriducibile tradizionalismo. La maggior parte degli intervistati ha giudicato matura e importante la svolta, prevede un allargamento degli orizzonti nella comprensione dei problemi mondiali”.

Prosegue: “Locamente, nel nostro popolo… affiora una presa di coscienza della Chiesa come comunità di fede e annunciatrice del Vangelo nel mondo, nella sua attuale realtà storica. Anche la stampa può aiutare a far passare questo messaggio”.

Ci riuscirà perché anche in Val di Chiana, come nel resto del mondo, sarà grande l'emozione per la scomparsa di Giovanni Paolo II e forte il riconoscimento del segno lasciato dal suo pontificato.

L'Araldo Poliziano era nato, spiegava la redazione nell'editoriale del primo numero nel 1905, “per fare e diffondere un po' di bene per mezzo della stampa” che allora, come adesso, è strumento opportuno e prezioso per formare e informare l'opinione pubblica.

Cento anni dopo queste parole, come spero di avervi aiutato a comprendere, sono ancora valide.

Araldo Poliziano: cento anni di storia
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