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Migone: «A rischio il pluralismo nell'informazione»

«Il pluralismo nell'informazione è a rischio e la legge Gasparri potrebbe anche peggiorare la situazione». Lo ha detto Alberto Migone, direttore di Toscanaoggi, aprendo in Palazzo Vecchio a Firenze le celebrazioni per i vent'anni del settimanale delle Diocesi toscane. «I grandi mezzi di comunicazione sono nelle mani di pochi gruppi potenti. Ma dobbiamo domandarci anche con uguale franchezza - ha proseguito Migone - se i giornali cattolici sono realmente in grado di essere voci coraggiose e alternative, capaci di fare opinione». Lo stesso Toscanaoggi, il cui primo numero uscì il 18 dicembre 1983 riunendo numerose e prestigiose testate cattoliche locali, si propone, secondo il suo direttore, di «diventare sempre più una presenza significativa nel panorama giornalistico toscano che, nella chiarezza dia concretamente voce e stimolo al mondo cattolico e nello stesso tempo sappia parlare al mondo politico e sociale senza farsi confinare nelle sagrestie».

Ecco il testo integrale dell'intervento del Direttore di Toscanaoggi Alberto Migone:

Celebrazione è parola che mi piace poco: ha in sè un che di appagante che non si addice a un giornale che deve saper essere anche critico con se stesso e soprattutto proiettato al futuro.

Questo mio intervento, necessariamente breve, vuole semplicemente ricordare e ricordarci donde veniamo ed evidenziare le particolarità che ci collocano, in modo anche atipico, nel panorama dei settimanali cattolici italiani.
E' un ripensare a una storia per chiederci cosa ora ci è richiesto per essere fedeli a quel progetto, mentre se ne coglie, anche con un po' d'orgoglio,la lenta ma costante realizzazione.

E' il 18 Dicembre 1983 quando esce per la prima volta Toscanaoggi, settimanale regionale di informazione, unitario nei progetti e nella volontà, ma in quel numero con la partecipazione di due sole Diocesi - Firenze e Prato - che salivano a 11 col primo numero del 1984, mentre attualmente le diocesi sono 16 su 17.

Il progetto che prendeva corpo, era certo, per molti aspetti, audace. Dotare la nostra Regione di un settimanale che unificasse sotto un'unica testata l'esperienze giornalistiche delle singole Diocesi: unificare senza mortificarne né annullarne le peculiarità storiche, culturali, e anche religiose ben espresse nel tempo dai tanti settimanali diocesani, alcuni con alle spalle una lunga e vivace storia di presenza sul territorio. Apparve allora un progetto utopico, e come tale destinato al fallimento, peggio, un' imposizione dall'alto. Eppure non ci si muoveva certo all'insegna dell'improvvisazione.
Si era cominciato a parlarne alla fine degli anni '70 su iniziativa del Card. Benelli, era stato vagliato e verificato con esperti e presentato agli operatori del settore nelle singole Diocesi. Mancava solo un assenso ufficiale della Cet. La morte del card. Benelli ( ott. 1982 ) segnò una battuta d'arresto che molti speravano definitiva.

Un fatto imprevisto legato alla Diocesi di Prato, che col gen. 1984 non avrebbe più potuto stampare il proprio settimanale con quelli umbri e aveva quindi necessità di una decisione non più rimandabile diede al progetto un'improvvisa accelerazione. Card. Piovanelli, arcivescovo di Firenze e presidente della Cet, decise allora di partire : "poche o molte che fossero le Diocesi che aderivano".

E così cominciò questa avventura tra convinzione e scetticismo forti entrambi, ma intrapresa da quel primo gruppo che se ne assunse il peso con determinazione e serietà. Prendeva vita qualcosa di importante. E' doveroso qui ricordare alcuni nomi: Don Mario Carrera, Don Averardo Dini, Angiolo Maria Zoli, Andrea Fagioli. Anch'io, che niente avevo saputo di questo progetto, ne fui coinvolto, con responsabilità piena, quasi di forza anche se di forza episcopale si trattava!

Ma quale era il punto qualificante, che ha reso nel tempo questo progetto vincente e ne ha determinato la piena realizzazione? Era ed è l'unitarietà, proprio ciò che allora era maggiormente contestato: eppure erano i tempi che la richiedevano, soprattutto guardando al domani. Le varie chiese locali si trovavano ormai sempre più ad affrontare problemi comuni che richiedevano scambio di esperienze e di possibili soluzioni, mentre la stessa Conferenza episcopale assumeva, e ancor più avrebbe assunto nel futuro, un ruolo propulsivo, anche in vista di una necessaria - e per tanti aspetti obbligata - collaborazione pastorale, che per essere davvero proficua richiedeva un più di comunione ecclesiale che un settimanale comune avrebbe certamente favorito.
Ma anche l'Ente Regione stava assumendo nuovi importanti compiti che avrebbero inciso nella vita concreta delle persone : la dimensione regionale era dunque una realtà con cui la comunità cristiana avrebbe dovuto confrontarsi in uno spirito certamente costruttivo, ma anche con un atteggiamento libero da ogni compromissione.

Anche sotto questo profilo dunque era importante una presenza giornalistica saldamente radicata nella realtà sia ecclesiale che socio-culturale della Toscana.

E questo ruolo non poteva essere svolto efficacemente da singole voci che necessariamente coprivano un ambito circoscritto, anche se era importante non annullare questo loro radicamento sul territorio.

Tutto questo lo esprimeva bene il nome stesso dato al nuovo settimanale, Toscanaoggi, e la sua struttura. Pagine comuni più pagine specifiche per le singole Diocesi. Con questa formula si realizzava una unitarietà che non mortificava le varie realtà locali.

Ma tutto questo presupponeva un modo nuovo di fare il giornale. Prima di tutto serviva una effettiva e efficace redazione centrale che curasse le pagine generali con servizi e articoli propri - bando alle forbici! - , coordinasse le varie edizioni, soprattutto coagulasse intorno a sé firme autorevoli che certo non mancavano nel panorama toscano. Questo esigeva che la Redazione fosse composta - oltre che da un gruppo di volontari - da persone a tempo pieno, giornalisticamente qualificate e motivate anche da uno status giuridico ed economico certo e che col tempo potessero diventare professionisti , come poi è effettivamente accaduto. Anche sotto questo aspetto Toscanaoggi doveva essere un giornale vero, e affidato sempre più ai laici, in una loro effettiva valorizzazione in un settore che gli è, per tanti aspetti, proprio. Una redazione centrale che si affacciasse e sostenesse concretamente le redazioni locali ancora, nella quasi totalità, affidate all'impegno volontario dei singoli.

La stessa amministrazione doveva indirizzarsi verso criteri di efficienza e trasparenza, nel rispetto delle norme vigenti che stavano diventando sempre più esigenti: la centralizzazione - meccanizzazione, che fu realizzata nel 1992, va vista in quest'ottica.

Nel corso degli anni queste mete, anche molto innovative, rispetto al passato, sono state conseguite ma i traguardi raggiunti impongono ora sempre più, un'intelligente integrazione tra i vari settori, un sapere e volere lavorare in squadra, un valorizzare le capacità di ognuno, armonizzandole al contempo in una linea comune. Su questo piano Toscanaoggi deve ancora camminare non per un efficientismo, che non ci appartiene, ma per mettere a frutto tutte le potenzialità - e sono tante - di chi quotidianamente vi opera. Di questo intelligente impegno giornalistico devo ringraziare pubblicamente la Redazione tutta e i tanti collaboratori esterni, anche prestigiosi e molto apprezzati dai lettori, che quasi ogni settimana ci arricchiscono soprattutto quando sanno suscitare un dibattito delle idee. Come un grazie riconoscente va all'Episcopato Toscano.

I Vescovi, che del settimanale hanno l'effettiva proprietà, sia singolarmente che come Conferenza episcopale hanno sempre più creduto all'importanza di Toscanaoggi e l' hanno concretamente sostenuto, in un rapporto impostato a fiducia e responsabilità. Una fiducia largamente concessa, a cui ha corrisposto una responsabilità pienamente esercitata, sempre nel rispetto della giusta autonomia che un giornale deve avere. Credo che Toscanaoggi sotto questo aspetto in questi anni sia stata esempio concreto di feconda collaborazione tra gerarchia e laicato. E anche questo non è poco.
Oggi le nostre Chiese locali dispongono di un settimanale unitario che, mentre informa e collega, certamente aiuta la comunione intraecclesiale, un giornale che ha raggiunto una riconosciuta dignità nell'ambito della stampa di Toscana, apprezzato per la serietà anche in ambienti da noi lontani, che è diventato, per quanto è possibile, luogo d'incontro e di dibattito tra cattolici.

Questo può insegnarci qualcosa anche come comunità ecclesiale : camminare insieme si può, anche se costa; testimoniare uniti alcuni valori è doveroso ; essere voce significativa è una sfida che non si vince divisi.

***

Ma, come dicevo all'inizio, è il futuro che c'interessa con gli impegni che la situazione italiana ci pone davanti.
Ecco il significato del Convegno che si è aperto stasera.
La relazione del Cardinale Martino ci ha ben delineato le sfide di un mondo globalizzato : è importante conoscerle sia perché ormai ci coinvolgono direttamente sia per avere quello sguardo ampio e quel cuore aperto che è - o dovrebbe essere - tipico del cattolico. Le relazioni di venerdì e sabato ci porteranno a riflettere sul nostro ruolo che si chiarifica, a mio parere, alla luce delle risposte che sapremo dare ad una serie di interrogativi, che vanno affrontati con libertà e verità. Esiste in Italia oggi un effettivo pluralismo dell'informazione? Può oggi un lettore comune contare su una diversità di voci che lo aiutano a formarsi opinioni personali e motivate? Sono domande forti, che esigono risposte vere. E questo convegno dovrà darle, pena la sua insignificanza. Per parte nostra crediamo che il pluralismo di fatto si stia restringendo per la concentrazione dei mezzi di comunicazione nelle mani di pochi gruppi forti. Una situazione che potrebbe ulteriormente stabilizzarsi con la riforma del sistema radiotelevisivo, con contraccolpi seri per le nostre testate, indebolendo così voci libere che possono dire la loro anche sotto il profilo religioso.

Ma dobbiamo domandarci anche con uguale franchezza: i nostri giornali sanno essere voci coraggiose e per tanti aspetti alternative, come è nella loro tradizione più autentica? E alla luce della nostra identità siamo in grado di fare opinione, di creare mentalità, di portare un contributo di idee e di collocarci tra la gente, liberi e lontani dalle mode e dai poteri? Siamo consapevoli che la nostra visone dell'uomo e del mondo può offrire un contributo positivo per costruire una società più giusta e solidale? Sono domande forti che debbono scuoterci, in una qualche misura metterci in crisi : vale anche per Toscanaoggi il duc in altum (= prendi il largo) che incessantemente Giovanni Paolo II ci ricorda.

Questo vuol dire diventare sempre più una presenza significativa nel panorama giornalistico toscano che, nella chiarezza, dia concretamente voce e stimoli al mondo cattolico, che - anche se un po' disperso - ha qualcosa da dire e da proporre e non vuol confinarsi - e tanto meno essere confinato - nelle sacrestie e neppure nel solo ambito del volontariato. Può essere questo un compito per certi aspetti nuovo, ma sono i tempi che lo richiedono: senza un giornale, una radio, una tv noi non avremmo voce. O meglio, avremmo voce che subisce selezioni.

Ma per far questo Toscanaoggi deve vincere due sfide: la prima è quella della qualità. E' vero, non possiamo non riconoscere che in questi anni c'è stato un balzo notevole sotto questo aspetto. Ma non basta; dobbiamo ancora camminare nella ricchezza dei servizi, nella varietà degli argomenti, nel coraggio delle posizioni, nel radicamento nel territorio e nell'assicurare un'informazione religiosa sempre più ampia e accurata, anche per superare "quel crescente analfabetismo religioso" che è - come si riconosce negli orientamenti pastorali della Cei per il primo decennio del 2000 - "oggi, nel paese, ostacolo al compito della trasmissione della fede" (p.40).
L'altra è quella del consenso all'interno del nostro mondo. Bisogna realisticamente riconoscere che i nostri giornali - e Toscanaoggi non fa certo eccezione - vi trovano in genere scarsa accoglienza quando addirittura non se ne ignora l'esistenza o si snobbano come stampa inferiore. E' un pregiudizio che viene da lontano e che determina il paradosso che molto spesso i cattolici si informano, anche per quel che attiene alla vita della Chiesa, attraverso giornali laici, quando non apertamente laicisti. Un informarsi che spesso determina un mentalizzarsi. Questo disinteresse comporta difficoltà nella diffusione che non può non preoccuparci. Non è un discorso di bottega anche se l'aspetto economico ha un suo peso. È che si riduce la possibilità di incidere, di essere presenti, di offrire su tanti aspetti della vita una visione ispirata al vangelo. Recriminare non serve. Urge un' opera intelligente e paziente di promozione a livello di base anche perché ci sono molti potenziali lettori che non riusciamo ancora a raggiungere. È una sfida che si gioca in casa, ma che non è per questo più facile.

***

Nel dicembre del 1983 demmo vita a questa esperienza giornalistica, vent'anni dopo ripartiamo con maggiore consapevolezza delle difficoltà ma con la stessa determinazione perché crediamo che la nostra fatica settimanale abbia un valore.

Migone: «A rischio il pluralismo nell'informazione»
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