Festa per i 35 anni di Toscana Oggi
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Alberto Migone, il direttore che ascoltava, dialogava e ancora ascoltava

Forse oggi verrebbe apostrofato, e liquidato, con un «buonista», solo perché cercava sempre, con dolce e ferma ostinazione, l’incontro e non lo scontro. Questo è l’Alberto Migone dell’Azione cattolica degli anni Settanta, e il direttore della nuovissima «Toscana Oggi» negli anni Ottanta, che ricordo.

Alberto Migone

La differenza d’età era tale che, nel Consiglio nazionale dell’Azione cattolica della seconda metà degli anni Settanta, lui poteva essere mio padre e io suo figlio. Eppure veniva naturale trovarsi d’accordo, lui con la pacatezza di un temperamento mite, io con la sfrontatezza dei vent’anni. Poi, a veder bene, chi fosse il più tenace non si sa…

Si andava d’accordo perché passioni e riferimenti erano gli stessi. Entrambi eravamo rimasti molto colpiti da un passaggio cardine della lettera che i vescovi italiani avevano inviato all’Ac il 2 febbraio 1976, là dove si invitava l’associazione a essere «movimento di opinione e di azione». La parola «movimento» turbava, disorientava, forse perfino irritava alcuni. Ma non dovevamo soprattutto, anzi soltanto formare i laici? Eppure quella lettera era stata materialmente scritta dalla mano insospettabile dal segretario della Cei, il fiorentino Enrico Bartoletti, che sarebbe morto pochi giorni dopo.

Firenze… Per me, fiorentino sequestrato in fasce, era bello pensare che Alberto appartenesse alla migliore tradizione del cattolicesimo fiorentino. Non possedeva il carisma di un La Pira, ma ne condivideva l’intelligenza e la sobrietà, perfino la povertà, la vita fatta di preghiera e di rinunce vissute sempre con il sorriso. Non a caso era figlio spirituale di un altro grande fiorentino, Giuliano Agresti, arcivescovo prima a Spoleto poi a Lucca. Uomini grandi, preti santi.

Lo avvicinava al presidente Mario Agnes – tutt’altro carattere, tutt’altra impronta – la volontà di costruire la nuova stagione dell’Azione cattolica nella fedeltà al Concilio, in una prospettiva profondamente ecclesiale. Un laico in piedi, senza mai ostentare questo suo tratto. Anche più tardi, da direttore di «Toscana oggi», questo faceva: ascoltava, dialogava, e ancora ascoltava. Una volta al mese andava a trovare un vescovo della regione. Non contemplava se stesso allo specchio ma cercava gli altri. E i vescovi toscani di allora avevano profili ben marcati e certo non uniformi. Ascoltare significava anche leggere. Leggeva tantissimo e, se ti leggeva, prima o poi con garbo te lo faceva sapere. Ho ricevuto tante critiche e pochissimi complimenti per i miei articoli, spesso da persone di cui mi interessava ben poco. Ma i complimenti (sobri, ci mancherebbe) di Alberto erano autentico zucchero, perché autentici, senza secondi fini.

Era un laico libero dall’animo profondamente ecclesiale, mai tentato dai due micidiali morbi del clericalismo e del protagonismo narcisista. Un amico comune ha dato di lui questa definizione: «Da delegato regionale dell’Ac, e ancor più da direttore di “Toscana oggi”, apriva un ombrello sotto il quale tutti, destra o sinistra, potessero stare». Credo che ad Alberto, Lassù, piacerebbe essere ricordato così.

Alberto Migone, il direttore che ascoltava, dialogava e ancora ascoltava
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