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Giovanni Fallani, quando scrivere diventa un atto d'amore

Di origine fiorentina, il primo direttore del Sir (l’agenzia di stampa della Cei) era molto legato a «Toscana Oggi». Ha vissuto una vita esemplare come marito, padre, nonno e giornalista scrupoloso ed essenziale. Da ricordare la sua battaglia contro l’«ecclesialese».

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Giovanni Fallani

L'immagine che a distanza di tanti anni è più che mai viva in me è quella di Giovanni Fallani che accarezza i capelli della moglie Maria. C’era un’infinita tenerezza in quel gesto e a distanza di molto tempo lo rivedo come un soffio che ha attraversato tutta la sua vita, compresa l’esperienza professionale.

Nel giorno dei funerali, era morto il 21 novembre 1999, quell’immagine tornò nella chiesa di Santa Maria in Traspontina quando il suo carissimo amico don Giuseppe Cacciami lesse: «Anche stamattina sono andato sulla riva del mare, ho accarezzato il prato verde e i cespugli, e ho ringraziato Dio per aver creato questa bellezza. Poi mi sono inginocchiato e ho detto “grazie” a Dio perché ci ha mandato suo Figlio Gesù per rivelarci che al di là della terra, al di là del mare, al di là di ogni sofferenza, ci attende Colui che sazia la nostra sete di infinito». Aveva scritto queste parole nella casa di famiglia a Santa Severa di ritorno da una passeggiata mattutina. È la tenerezza, cioè il guardare e raccontare gli altri e il mondo con lo sguardo del Padre, la prima chiave di lettura della sua vita, della sua umanità, della sua professione.

Una consapevolezza interiore lo portava a pensare che quando si è ai bordi del mistero dell’uomo si deve camminare in punta di piedi, trattenere il respiro, deporre per qualche istante la penna o il mouse.

Non ricordo di averlo sentito citare Ryszard Kapuscinski ma certamente condivideva del reporter polacco l’affermazione che il cinico non è adatto al mestiere di giornalista e solo chi è buono può svolgere una professione che si misura con il vertice e con l’abisso dell’umano.

Aveva una cura straordinaria nella scelta delle parole perché, scriveva, «sono uno strumento per indagare nel mistero». Scrivere era per Giovanni Fallani un atto di amore, era come accarezzare i capelli di Maria.

La lotta contro l’ecclesialese era il frutto del suo essere ribelle per amore. Non era solo un esercizio di contrasto all’incomprensibile e all’arrogante, era soprattutto la difesa di chi rischiava di venire travolto da un linguaggio senz’anima, per nulla umano. Le parole della Chiesa erano per lui come le parole di una madre e non smise mai di battersi perché nessuno le rendesse fredde, vuote, pesanti.

«Ha ragione il biblista Bruno Maggioni – annotava in un intervento sull’ecclesialese – quando dice che “oggi la parola non corre più perché è appesantita dai troppi strumenti che abbiamo inventato per farla correre”. L’uso del concettualese non è affatto amore per il linguaggio. Esso può rientrare anche nella cialtronaggine di chi non vuole più mettere nulla in discussione».

In occasione del decimo anniversario del Sir di cui fu il primo direttore, precisava: «Anche l’informazione religiosa può cadere in quella che lo scrittore inglese G.K. Chesterton chiamava “frivolezza” cioè dire qualcosa con gravità pomposa ma senza che abbia un senso per chi la ascolta».

Entrava nel campo della comunicazione mediatica con un fioretto che di volta in volta prendeva la forma della penna, dei tasti della macchina da scrivere e di quelli del computer. Si destreggiava come un moschettiere sfoderando un’ironia che mai offendeva perché la temprava alla severa e umile scuola dell’autoironia.

In redazione comparivano spesso in un angolo da lui appositamente scelto, l’angolo del caffè, i collage dei titoli che ritagliava da diversi giornali creando, con insuperabile creatività, accostamenti di forma e di sostanza che suscitavano risate in redazione. Erano in realtà impareggiabili lezioni di giornalismo.

Un’altra chiave di lettura della storia di Giovanni Fallani è stata la ricerca appassionata della bellezza.

Erano le sue radici fiorentine a renderlo particolarmente sensibile alle opere d’arte, ai paesaggi dove il finito sfumava nell’infinito, ai volti dalle espressioni più sorprendenti, alle parole purificate nel silenzio.

Firenze era sempre nel suo cuore e nel suo parlare, ogni settimana si immergeva nella lettura di «Toscana Oggi» e non mancava di citare con affetto e con stima il direttore Albergo Migone.

Amava i giornali del territorio, li sfogliava ogni settimana con delicatezza: li accarezzava.

Nel 1997 così concludeva il convegno nazionale della Federazione italiana settimanali cattolici di cui era segretario nazionale: «Verrà il giorno in cui, dopo la grande ubriacatura dei mass media, la gente sentirà il bisogno di rivolgersi a fonti più pure anche se modeste, all’acqua di sorgente che è umile, preziosa e casta. È in vista di questo che dovremmo progettare. Progettare significa guardare oltre quello che l’oggi ci offre».

Il progetto non può fare a meno della memoria e di questo indissolubile legame Giovanni Fallani era un deciso e lucido assertore.

«Il giornalista è lo storico dell’istante»: diceva Igor Man e lui condivideva questa definizione perché riteneva fondamentale nel giornalismo il rigore della ricerca della verità. Nulla andava lasciato al sentito dire.

Scavava nella realtà e ancor più scavava dentro sé stesso.

«La realtà che viviamo – scriveva il 31 dicembre 1987 a don Giuseppe Cacciami da Sant’Andrea in Percussina presso Firenze – è abitata da una Presenza (che viene da profondità sconosciute e antichissime e future. Anzi, dal futuro ci porta luci e stupori e gioie del tutto sconosciuti in natura) essa ha una particolarità ancor più stupefacente. Essa ama stare qui, ama questo mondo, vuole stare in compagnia con questi noiosissimi esseri umani. In una parola ama la vita. E noi se amiamo la vita la possiamo amare solo con il suo cuore. Da soli non riusciremmo. Un lieto e spensierato abbandono dunque a questa Presenza che giuoca sulle acque come il caso, è quanto di meglio possa dunque augurare a me e a te, amico mio».

Sì, scrivere è un atto di amore.

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