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ANCHE A LIVORNO UN REGISTRO DEI TESTAMENTI BIOLOGICI; LA DIOCESI: UN ATTO INUTILE E DELUDENTE

Parole chiave: livorno (58), diocesi di livorno (7), testamento biologico (30), fine vita (45)

Il Consiglio comunale di Livorno ha approvato nella notte una mozione per l'istituzione del registro di raccolta dei testamenti biologici, sul tipo di quelli già varati dai consigli comunali di Pisa e Firenze. La mozione, votata all'unanimità dei presenti, era stata presentata da consiglieri di Pd, Idv, Sinistra e libertà, Rci e Città diversa. Al momento del voto sono invece usciti dall'aula i consiglieri di Pdl, Partito della libertà per Taradash e Gruppo misto. Sulla vicenda interviene la Diocesi di Livorno con una nota che pubblichiamo integralmente.

In seguito all'approvazione in Consiglio Comunale della mozione relativa all'istituzione del registro di raccolta dei testamenti biologici, la Curia di Livorno esprime la sua delusione e disapprovazione.
Disapprovazione per l'inutilità giuridica di un atto simile, la cui materia rientra nella esclusiva competenza del legislatore nazionale e pertanto la predisposizione da parte del Comune del suddetto registro rappresenta un atto illegittimo e privo di effetti concreti.
Disapprovazione per i contenuti, preoccupati di affermare dei presunti diritti individuali dimenticando il diritto del povero ad essere tutelato sempre.
Delusione per le modalità con cui esso è stato discusso e approvato.
Nel documento viene usata impropriamente l'espressione “testamento biologico” che non è assolutamente equivalente a quella di “testamento di vita o dichiarazione anticipata di trattamento o direttive anticipate o volontà previe di trattamento”.
E poi l'affermata legittimazione della cosiddetta “eutanasia passiva”: la libertà del soggetto di lasciarsi morire decidendo di non attivare le terapie necessarie è ben diversa dall'ipotesi di lasciare morire, non attivando o non proseguendo le necessarie terapie, un soggetto incapace di intendere e di volere sulla base di una sua precedente dichiarazione.
Suscita inoltre perplessità la qualifica del “fiduciario” quale “soggetto chiamato ad intervenire sulle decisioni riguardanti i trattamenti sanitari”: non risulta infatti chiaro cosa significhi “intervenire” e in particolare quale efficacia e limiti possa avere tale intervento, né se l'espressione “sulle decisioni” si riferisca alle decisioni precedentemente espresse dal paziente o nell'attualità della terapia dal medico. In ambedue le ipotesi verrebbe pericolosamente enfatizzato il ruolo decisorio di un soggetto diverso dal paziente e dal medico.
A questo proposito la Curia livornese non può non schierarsi ancora una volta dalla parte dei più deboli e teme che certe dichiarazioni di trattamento terapeutico a fine vita potrebbero essere fonte di pressioni psicologiche su malati e anziani da parte di familiari o affini senza scrupoli e che quelle dichiarazioni “volontarie” vengano strumentalizzate per secondi fini.
L'istituzione di questo registro sembra dunque dettata più da ragioni ideologiche e partitiche: essa non è ancora esecutiva e ci auguriamo non lo diventi.
La Curia livornese esprime dunque disapprovazione per il testo e per l'inutile lavoro del Consiglio Comunale e manifesta il proprio biasimo per i cattolici impegnati in politica che si siano fatti promotori e sottoscrittori di un simile atto, senza fra l'altro aver sentito neanche il bisogno di confrontarsi precedentemente e per tempo, con la comunità cristiana. Non tutto è lecito alla mediazione politica, vi sono valori non negoziabili dove è richiesta una limpida testimonianza cristiana.
Oltretutto in un tempo in cui la Diocesi, attraverso il Progetto Culturale ed in particolare il Tavolo dell'Oggettività (luogo di incontro tra il Vescovo ed i Primari dell'ospedale di Livorno) sta riflettendo proprio sui temi della vita.
Nonostante questo atto del Consiglio Comunale, la diocesi di Livorno continuerà a dialogare con tutta la città e con tutte le correnti di pensiero in essa presenti; dispiace constatare la mancanza di reciprocità: poteva essere questa una grande occasione di dialogo e di apertura di una nuova stagione civile, dove sulle grandi questioni antropologiche e etiche si preferiva la pazienza della riflessione comune alla solitudine dell'ideologia e del calcolo di parte.

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