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Carceri, Corte europea condanna Italia. Prodi (Seac): C'è bisogno di un cambiamento

la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato oggi l'Italia per la violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea, dopo l'esposto di sette carcerati. Il commento di Luisa Prodi, presidente del Coordinamento enti e associazioni di volontariato penitenziario.

Percorsi: Carceri
Parole chiave: Cedu (24)

«Non è possibile che ogni volta sia l'Europa a dirci che stiamo facendo male: deve essere il Parlamento italiano a prendere atto della situazione e a prendere provvedimenti adeguati». Così Luisa Prodi, presidente del Coordinamento enti e associazioni di volontariato penitenziario (Seac), reagisce alla sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, emessa oggi, che condanna l'Italia per la violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea («Divieto della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti»). La procedura è stata avviata in seguito alle denunce esposte da sette persone, detenute nelle carceri di Piacenza e Busto Arsizio, che lamentavano una «sofferenza supplementare» nel periodo di detenzione dovuto principalmente alla «mancanza di spazio» nelle celle. La Corte europea concede dunque all'Italia «un anno di tempo» per la messa in atto di procedure che «garantiscano una riparazione delle violazioni» riguardo il «sovraffollamento carcerario».

 «C'è bisogno di un cambiamento», ribadisce al Sir Luisa Prodi: «Bisogna assolutamente immaginare un sistema di pene che non sia sempre e solo carcere ma soprattutto bisogna che il territorio si faccia carico di queste persone attraverso il reinserimento sociale, pedina importantissima di tutto il sistema carcerario». Secondo Prodi, «l'accompagnamento al lavoro, la possibilità di rientrare in possesso dei diritti civili, della residenza anagrafica, della tessera sanitaria» sono «cose piccole ma di grande importanza per non cadere nella reiterazione facendo sì che la persona anche se in carcere si senta pienamente cittadino». Da qui l'impegno «della collettività e della comunità cristiana» che, per Prodi, è chiamata a «sentire come propria la condizione di queste persone».

Fonte: Sir
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