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Consulta islamica, legittimazione o integrazione?

Condanna di ogni "strumentalizzazione dei valori religiosi a fini politici" che "spinga all'odio e alla violenza", l'auspicio che "la pace e la democrazia si affermino come realtà concrete in tutti i Paesi musulmani", il riconoscimento del "diritto di Israele a convivere a fianco dello Stato palestinese indipendente nella pace e sicurezza reciproca", ma anche la richiesta di lauree per imam e sermoni in italiano. Sono alcuni dei punti contenuti nel documento discusso il 7 marzo dai membri della Consulta per l'Islam italiano, presieduta dal ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu.

Consulta islamica, legittimazione o integrazione?

Condanna di ogni "strumentalizzazione dei valori religiosi a fini politici" che "spinga all'odio e alla violenza", l'auspicio che "la pace e la democrazia si affermino come realtà concrete in tutti i Paesi musulmani", il riconoscimento del "diritto di Israele a convivere a fianco dello Stato palestinese indipendente nella pace e sicurezza reciproca", ma anche la richiesta di lauree per imam e sermoni in italiano. Sono alcuni dei punti contenuti nel documento discusso il 7 marzo dai membri della Consulta per l'Islam italiano, presieduta dal ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu. Un testo che non ha soddisfatto l'Unione delle comunità Islamiche italiane (Ucoii) che si è fatta promotrice di altre richieste, come l'istituzione nelle scuole italiane dell'ora di religione islamica come scelta alternativa, l'insegnamento della lingua araba e l'aggiornamento dei libri scolastici che presentano, a detta dell'Ucoii, "notizie false sull'Islam e i musulmani".

UN PRIMO PASSO. "Non mi stupisce che nella Consulta emerga una linea più rivendicativa che cerca soprattutto spazi e visibilità, accanto a una linea che mira più decisamente all'integrazione. Mi pare naturale e utile che anime diverse dell'Islam organizzato nel nostro Paese si confrontino". È il commento di Paolo Branca, docente di lingua araba all'Università Cattolica di Milano, al documento approvato dalla Consulta per l'Islam italiano. "Tuttavia – aggiunge l'esperto - le dichiarazioni di principio sono soltanto un primo passo e non mi soffermerei troppo a polemizzare su questo tipo di manifestazioni di intenti, preoccupandomi piuttosto che nella concretezza delle situazioni quotidiane siano incoraggiate e valorizzate le esperienze più valide e promettenti ai fini dell'integrazione". "Sulle parole si può stare a discutere all'infinito, trovando magari dei compromessi formali per accontentare un po' tutti – conclude -. Nell'azione mirata sul territorio è più facile superare steccati ideologici e collaborare per la soluzione di questioni oggettive che si affronteranno preferibilmente e con maggiore efficacia con quanti si dimostreranno in pratica più disposti a collaborare in una sincera prospettiva in favore del bene comune".

UN RUOLO DA CHIARIRE. "Espressioni condivisibili ma non credo che la funzione della Consulta islamica sia quella di lanciare dichiarazioni di tipo politico. Il suo ruolo dovrebbe essere quello di organo tecnico utile ad affrontare i problemi concreti della comunità musulmana in Italia". Silvio Ferrari, docente di diritto ecclesiastico e canonico alle Università di Milano e Lovanio e membro del Commissione di esperti dell'Osce per la tutela della libertà di religione e convinzione, esprime soddisfazione per principi contenuti nel documento della Consulta islamica ma avverte della necessità di chiarirne il ruolo. "Essendo all'inizio del loro lavoro – spiega l'esperto - appare comprensibile che i membri che la compongono si siano ritrovati intorno ad ampie dichiarazioni di intenti però è importante che il ruolo della Consulta sia quello di provvedere ai problemi concreti delle comunità". Si tratta, per Ferrari, di "mettere a fuoco due o tre problemi prioritari e formulare proposte che siano fattibili sul piano politico e pratico".

E cita, per esempio, "l'alimentazione differenziata" una proposta che si presta ad "essere risolta anche in modo arricchente per tutti se inserita nel quadro più ampio dell'educazione e della cultura alimentari". Altra questione è "la formazione degli imam", basata "anche sull'apprendimento della lingua e sulla conoscenza basilare della cultura del nostro Paese.

Qualcosa di simile lo sta facendo il Governo francese, senza interferire nell'aspetto religioso". Giudicate, infine, eccessive "una norma che preveda i sermoni degli imam in italiano" e la richiesta dell'Ucoii di "rivedere i libri di testo nelle parti riguardanti l'Islam".

UN TENTATIVO DI DIVIDERE. "Non considero questo documento un manifesto dell'Islam italiano ma un tentativo di autolegittimazione di quella parte dell'Islam laico o moderato. Uno strumento per ottenere la stessa visibilità che hanno altre associazioni Islamiche". Non usa mezzi termini il sociologo, esperto di Islam, Stefano Allievi, per definire il documento della Consulta. "I principi esposti – dichiara – sono pienamente condivisibili da tutti i membri della Consulta. Il problema sta nel modo e nello scopo che hanno prodotto il testo".

Secondo Allievi, infatti, "si è arrivati all'incontro con un documento già pronto e con alcune firme già concordate. Non credo che l'obiettivo fosse quello di condurre un'operazione unitaria". Dunque "un tentativo di dividere la componente musulmana" quasi una "replica del recente manifesto dei moderati dell'Islam". "C'è una forte componente di laici, persone che non frequentano il mondo delle moschee e dell'associazionismo religioso musulmano. È stata una mossa per ottenere visibilità nel panorama islamico italiano. Una scelta di poco respiro che non porta da nessuna parte. Senza dimenticare che non era compito della Consulta preparare questo tipo di documento".
a cura di Daniele Rocchi

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