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Coronavirus, morire soli in ospedale: la riflessione della suora medico

Suor Costanza Galli, primario dell’hospice di Livorno: il fatto che le persone muoiano senza i familiari vicino è straziante. L’unica risposta che possiamo cercare è nel riprendere contatto con la nostra parte spirituale, per superare la mancanza con altre forme di presenza

morire in ospedale

Morire soli, morire senza i familiari vicino. Morire senza poter avere un funerale. Uno strazio doppio: per chi in questi giorni si ritrova in ospedale, o in casa di riposo, teme per la propria vita e sa che nessuno potrà andare a trovarlo. Ma anche per chi ha un amico o un parente ricoverato e aspetta con ansia di avere notizie.
Costanza Galli è primario di oncologia a Livorno dove dirige l’unità di cure palliative, il cosiddetto «hospice», e sa bene cosa significa accompagnare qualcuno negli ultimi momenti di vita: alla competenza di medico di un ospedale pubblico unisce la sensibilità di suora delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli.
Suor Costanza, come viene vissuto il momento della morte dentro un ospedale?
«Nella nostra unità di cure palliative, non avendo pazienti Covid-19 e avendo camere singole, abbiamo mantenuto anche in questo periodo la possibilità che almeno un familiare possa stare accanto al paziente, soprattutto a quelli più gravi. Resta il problema del dopo: anche per noi vale il fatto che non possono essere celebrate le esequie. È come se mancasse un pezzo, vedi sparire la persona da sotto gli occhi senza avere il tempo di abituarti alla sua assenza. Negli altri reparti il divieto è ancora più rigido: lì si muore davvero da soli, è veramente una tragedia nonostante il personale faccia il possibile per stare vicino alle persone».
Cosa si sente di poter dire a chi fa fatica a sopportare questa situazione?
«In casi come questi ci si fa forza sapendo che è una necessità, è una situazione che ci è imposta da motivi di sicurezza, per il bene di tutti: non ci sono soluzioni. L’unica strada che abbiamo è quella di rafforzare quei circuiti interpersonali che ci uniscono ai nostri cari al di là della vicinanza fisica e delle parole. Ogni volta che mi capita di parlare con qualcuno che manifesta il suo dolore per la mancanza di una persona cara, la raccomandazione che faccio è di andare ad attingere a quell’altro tipo di presenza, che per chi crede avviene tramite Dio. Chi non crede può fare riferimento all’esperienza d’amore che ci unisce. Quando ami una persona, tu sei dentro di lei e lei è dentro di te. È quello che raccomando quando devo telefonare per dare a un familiare la brutta notizia: ricordare sempre che nel pensiero possiamo tenere vive le persone».
Qual è la situazione dentro gli ospedali?
«Anche le persone malate spesso manifestano il dolore di sapere che i propri cari sono in ansia, anche loro sentono il distacco. Ma in questo momento purtroppo non c’è scelta. Il personale sanitario fa il suo lavoro, ma lasciami dire: lo fa come l’ha sempre fatto. Qualcuno è anche un po’ infastidito da questa targa di eroe che ora gli viene data, quando prima la sanità era criticata. La Toscana sta reggendo l’onda d’urto, pur tra tante difficoltà, perché abbiamo un sistema sanitario fatto di persone competenti e coscienziose, che in questi giorni cercano di rispondere all’emergenza, e allo stesso tempo di portare avanti tutto il resto con calma e lucidità, anche nelle retrovie. E per il dopo vorrei che questo venisse riconosciuto».
Possiamo dire alle persone che i loro cari sono in buone mani?
«Per l’esperienza che ho io, le persone vengono assistite oltre che dal punto di vista medico, anche con umanità, pur con tutte le difficoltà della situazione, con attenzione all’essere umano. Noi poi purtroppo nell’unità di cure palliative siamo preparati a certe situazioni, è normale che la morte sia l’esito del nostro accompagnamento. Ci sono reparti invece che non erano abituati a questo, in cui la morte di un paziente è considerata una sconfitta: in questo senso anche medici e infermieri sono spesso schiacciati dal peso, devono essere aiutati a sostenere una situazione che li coinvolge molto anche emotivamente».
Quello che stiamo vivendo cambierà anche il modo di vedere la vita?
«Ci stiamo ricordando che la morte esiste, fa parte del nostro percorso: certo fa impressione vederla in questa forma, con questi numeri. Tendiamo a nasconderla, invece ci è stata scaraventata addosso, abbiamo visto tutti le immagini delle bare accumulate e trasportate per la cremazione. Facevamo di tutto per estrometterla dalla nostra visuale, invece ci è stata riproposta nel modo più brutale».
La morte nel suo aspetto più nudo, senza ornamenti...
«Anche gli aspetti rituali, lo scegliere il vestito, il funerale, un momento di ricordo condiviso, sono tutti elementi che permettono di completare l’accompagnamento: sarà più difficile, mancando questa parte, elaborare il lutto».
Come reagire a tutto questo?
«Bisogna diventare più spirituali. Che non vuol dire sentimentalismo, ma concentrarsi sul dentro, sulla propria interiorità, dove c’è il ricordo dei momenti condivisi con le persone che amiamo, dove anche chi non crede può cercare quella energia psichica buona, come dico io, da inviare a chi ci manca. Anche la difficoltà che in questi giorni tante persone manifestano nel restare a casa, in fondo viene da questa incapacità di stare con noi stessi, di spendere del tempo con la nostra interiorità, con le nostre domande esistenziali. Nel momento in cui dobbiamo per forza affrontare temi come malattia, morte, distacco, vita ultraterrena, se non riusciamo a riconcentrarsi con la nostra interiorità, a riprendere contatto con la parte spirituale, non troviamo una risposta».

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