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Così Nissim, i preti e Bartali salvarono 800 ebrei

DI ANDREA FAGIOLIUna nuova piccola grande storia di eroismo che vede coinvolti un ragioniere ebreo di Pisa, un campione di ciclismo e quasi un’intera comunità ecclesiale con in testa il proprio vescovo. La storia è quella che ruota attorno ad uno «Schindler» toscano scoperto quasi per caso, grazie ad una foto: un piccolo ritratto esposto alla mostra «Orizzonti chiusi» a Castelnuovo Garfagnana, in provincia di Lucca, per la recente «Giornata della memoria» 2003. A notarlo e a promuovere rapidi studi sono stati il presidente e il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana, Riccardo Nencini ed Enrico Cecchetti. Sotto alla foto il nome di Giorgio Nissim, la cui storia è rimasta quasi sconosciuto per 60 anni.

Nissim (nella foto), tra il 1943 e il 1944, costruì una rete clandestina tra Genova e Firenze salvando dalla deportazione almeno 800 ebrei grazie anche alla collaborazione di Gino Bartali, che nel corso di finti allenamenti in bicicletta portava il materiale per stampare carte di identità false.

Ed è per questo che il presidente del Consiglio regionale ha consegnato lunedì scorso ai tre figli di Nissim, Pietro, Lydia e Simona, il «Gonfalone d’argento» alla memoria del padre, presente il anche il figlio di Bartali.Nel ricostruire questa storia, è stata fondamentale la testimonianza, durante la cerimonia in Palazzo Panciatichi a Firenze, del sacerdote lucchese don Arturo Paoli (tuttora missionario in Brasile nonostante i 92 anni) e di Maria Eletta Martini, figlia dell’allora presidente diocesano dell’Azione cattolica di Lucca e poi primo sindaco democristiano della città. Dai loro racconti, ma anche dalle relazioni della storica Liliana Picciotto e del vicepresidente del Consiglio regionale Enrico Cecchetti, è emerso soprattutto il ruolo della Chiesa lucchese e dell’arcivescovo Antonio Torrini in prima persona.Mezza banconota da 50 lire era il segno di riconoscimento. Nissim ne consegnava una metà agli ebrei ricercati. Don Arturo conservava l’altra metà per la verifica, dopo di che si procedeva a trovare il nascondiglio o a fornire una nuova identità. Nell’impresa furono coinvolte le parrocchie, i padri certosini, le suore Barbantini, le dorotee, le mantellate, le passioniste, le suore di Santa Zita e di San Quirico…, ma soprattutto gli oblati nella cui casa Nissim (che a sua volta si faceva chiamare Giorgio Niccolini) aveva impiantato l’ufficio per la preparazione dei documenti necessari all’occultamento. L’altro punto di riferimento era casa Martini. «Nissim arrivava la sera tardi – racconta Maria Eletta Martini –, aveva un grande mantello nero. Per noi ragazzi era soprattutto un signore simpatico, ma con mio padre organizzava il rifugio degli ebrei presso le parrocchie e gli istituti religiosi. Mio padre, per essere stato presidente dell’Azione cattolica – spiega ancora l’ex parlamentare lucchese –, conosceva bene tutti i preti». E con don Arturo Paoli, ecco i nomi di don Guido Staderini, don Sirio Niccolai e don Renzo Tambellini. «Ma tutta la nostra attività – ha voluto ribadire don Paoli – veniva dalla decisa e chiara volontà di monsignor Antonio Torrini di dedicarsi ai poveri e agli oppressi».«Ma l’arcivescovo stesso – a giudizio della Martini – non poteva non tenere conto di quanto succedeva a Firenze, per l’autorevolezza del cardinale Dalla Costa e per la sua azione in favore degli ebrei».

Alla cerimonia per la consegna del «Gonfalone d’oro» alla memoria dello «Schindler» toscano, presente l’arcivescovo di Pisa e presidente della Conferenza episcopale toscana, Alessandro Plotti, è intervenuta anche Paolina Meyer, 90 anni, una delle donne salvate da Nissim e che ora vive a Gerusalemme. Paolina era al confino assieme al marito medico e ad altri 70 ebrei a Castelnuovo Garfagnana. Giorgio Nissim l’avvisò per tempo che sarebbero stati deportai e riuscì ad organizzare la fuga. «Purtroppo – ricorda la donna – io e mio marito fummo gli unici a credere all’avvertimento di Nissim. Gli altri ebrei di Castelnuovo non gli credettero e non li ho più visti».