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Gentiloni riparte da Renzi, ma senza parlare di riforme

Confermata quasi in blocco la squadra dei ministri, con due spostamenti importanti per Maria Elena Boschi e Luca Lotti. Esce la lucchese Stefania Giannini e al suo posto arriva un’altra «toscana» Valeria Fedeli. La nuova legge elettorale lasciata alla competenza del Parlamento.

Percorsi: Governo - Matteo Renzi - Politica
Giuramento del governo Gentiloni

Questa volta il passaggio del campanello, tradizionale cerimonia tra il vecchio e il nuovo presidente del Consiglio, è stato all’insegna dei grandi sorrisi. Paolo Gentiloni e Matteo Renzi scherzano tra loro. Tutt’altra cosa dalla faccia scura di Enrico Letta che nel febbraio 2014 si era sentito tradito dal segretario del Pd, al quale aveva dovuto cedere la guida del governo. Renzi oggi, seppure pesantemente sconfitto nel referendum del 4 dicembre, può preparare la sua rivincita facendo salire a Palazzo Chigi l’amico Paolo Gentiloni, che aveva chiamato in corsa al ministero degli esteri. Si possono leggere in questa chiave anche i pochi – ma significativi – cambiamenti nella compagine di governo. A Maria Elena Boschi, madrina della riforma costituzionale, il nuovo premier ha affidato con grande sorpresa il delicato compito di sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Una mossa che non suona come «bocciatura» per Luca Lotti, promosso al redivivo ministero dello sport (mantenendo però deleghe forti, come quelle all’editoria e al Cipe). Il principale collaboratore di Matteo Renzi sarà infatti più libero in quel ruolo di lavorare all’interno del partito per aiutare il premier uscente a riconquistarsi il Pd. La road map sembra tracciata: ai primi di marzo si dovrebbe tenere il congresso del partito per poi puntare nella prima metà di giugno alle elezioni anticipate, con una nuova legge elettorale.

Tra le novità del governo Gentiloni, composto da 18 ministri, lo spostamento di Angelino Alfano dagli interni, ora assegnati a Marco Minniti, fin qui sottosegretario con delega ai servizi segreti, al dicastero degli esteri; l’ingresso di Anna Finocchiaro (un’altra delle protagoniste della riforma costituzionale essendone stata relatrice) ai Rapporti con il Parlamento; il nuovo ministero della Coesione territoriale e del Mezzogiorno, affidato all’ex sottosegretario Claudio de Vincenti e la sostituzione del ministro della «buona scuola», Stefania Giannini, con l’ex vice presidente del Senato Valeria Fedeli. Così la Toscana non perde «peso» all’interno del governo, dato che la Fedeli, pur essendo nata in Lombardia, è stata eletta nella nostra regione, dove era capolista Pd al Senato.

Le conferme vedono Andrea Orlando alla Giustizia, Roberta Pinotti alla Difesa, Pier Carlo Padoan all’Economia, Carlo Calenda allo Sviluppo economico, Maurizio Martina all’Agricoltura, Gianluca Galletti all’Ambiente, Graziano Delrio ai Trasporti, Giuliano Poletti al Lavoro, Dario Franceschini ai Beni Culturali, Beatrice Lorenzin alla Salute. Tra i cinque ministri senza portafoglio le riconferme riguardano Marianna Madia e Enrico Costa che, oltre agli Affari Regionali dovrebbe conservare anche la delega alla famiglia.

Sul piano politico la differenza principale tra l’esecutivo Renzi e quello di Gentiloni è l’uscita di quel che rimane di Scelta civica e il non coinvolgimento dei «verdiniani». Un passo che potrebbe sembrare rischioso dal momento che Ala aveva garantito a Renzi una sicura maggioranza al Senato. Ma che riduce anche le possibilità di manovra della minoranza del Pd che non potrà più smarcarsi a meno di non voler far cadere il governo.

Nel breve discorso programmatico letto questa mattina in una Camera dei deputati mezza vuota (Lega e M5s non hanno partecipato), Gentiloni ha ribadito la continuità con l’esecutivo Renzi, soprattutto per quanto riguarda la politica europea in tema di migranti e ha posto tra le priorità la ricostruzione delle zone terremotate. Ha anche sottolineato gli impegni internazionali che lo attendono e che hanno spinto Mattarella ad agire in fretta per risolvere la crisi: «Tra pochi giorni – ha detto il premier – prenderemo la presidenza del G7 ed entreremo nel Consiglio di sicurezza, e lo faremo in un momento difficile, che coincide con la transizione americana, con la quale siamo prontissimi a collaborare, e con la presenza di moltissimi teatri di guerra». Il mio – ha detto Gentiloni – è un «governo di responsabilità, garante della stabilità delle nostre Istituzioni. E intende concentrare tutte le proprie energie sulle sfide dell’Italia e i problemi degli italiani».

Ma il nuovo premier è consapevole che oltre all’agenda del governo «prenderà corpo tra le forze parlamentari un confronto sulla legge elettorale per la necessaria armonizzazione delle norme tra Camera e Senato», confronto – ha annunciato Gentiloni – «nel quale il governo non sarà attore protagonista, spetta a voi la responsabilità di promuovere e provare a cercare intese efficaci. Certo non staremo alla finestra cercheremo di facilitare e sollecitare», l’accordo. L’enfasi renziana sulle «riforme» sembra però davvero lontana.

Gentiloni riparte da Renzi, ma senza parlare di riforme
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