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Gioco d’azzardo: don Zappolini (Cnca), dove girano tanti soldi fanno affari le mafie

«Piccoli passi positivi sono stati fatti da quando cinque anni fa è nata la campagna 'Mettiamoci in gioco', ma non basta». La denuncia è del presidente del Coordinamento nazionale comunità di accoglienza, per il quale la priorità dello Stato non può essere «tirare più soldi possibile», ma «salvaguardare la salute della gente». Per le prossime elezioni si chiederà ai candidati di prendere degli impegni per il contrasto all'azzardo.

Percorsi: Cnca - Gioco d'azzardo
Gioco d’azzardo: don Zappolini (Cnca), dove girano tanti soldi fanno affari le mafie

Una sessantina di clan mafiosi impegnati, dal Veneto alla Sicilia, in affari riguardanti l’azzardo legale e illegale; 223 violazioni penali, 1.687 amministrative, 53 sequestri penali, 245 persone denunciate, 30 milioni di euro di sanzioni e 22 milioni di imposte accertate nel 2016 dall’Agenzia dei Monopoli; 6.205 siti illegali oscurati a novembre 2016. Sono alcuni dei dati presenti nel dossier «Gioco sporco, sporco gioco. L’azzardo secondo le mafie», promosso dal Coordinamento nazionale comunità di accoglienza. Partendo dal quadro attuale, al presidente del Cnca, don Armando Zappolini, chiediamo di fare il punto della situazione nel contrasto all’infiltrazione delle mafie nel gioco d’azzardo.

Presidente, come contrastare l’intreccio mafie azzardo?

«Bisogna regolamentare il sistema avendo chiaro che è un’affermazione teoricamente giusta che il gioco legale riduca lo spazio del gioco illegale, ma nella pratica non è così. Infatti, la regolamentazione attuale ha come unico obiettivo “tirar su” più soldi possibile, quindi i 9/10 miliardi che lo Stato ricava ora dall’azzardo sono ottenuti calpestando la salute dei cittadini e lasciando dei varchi immensi all’ingresso delle mafie: non c’è controllo all’accesso all’azzardo né trasparenza del flusso dei soldi e non c’è tessera sanitaria. Ci sono, insomma, delle situazioni che non permettono alle nostre forze dell’ordine, che pure hanno fatto tantissimi sequestri e bloccato in questi anni moltissimi siti di scommesse on line, di stroncare il fenomeno. Nella legalizzazione più libertaria la gente più debole si rovina, influenzata da una pubblicità martellante che porta dentro un baratro. Noi diciamo: regolamentiamo il settore. Non possiamo proibire, perché giocano 25/30 milioni di italiani e se si toglie il gioco legale si apre una finestra alle mafie, ma va regolamentato: dei 9 miliardi che si ricavano ora dall’azzardo se ne mettono 5 a bilancio; i 4 miliardi in meno sono quelli che si risparmiano con la tutela della salute. Insomma, si deve fare in modo che la gente non si faccia male, si riducano gli spazi e il consumo, non ci sia più pubblicità. Se rendo più difficile l’accesso al gioco e più trasparente il flusso dei soldi, si bloccano le mafie, che riciclano i soldi guadagnati attraverso l’azzardo in commercio di droga, prostituzione, inquinamento ambientale. Far guadagnare le mafie vuol dire far star male sicuramente qualcuno in qualche parte dell’Italia o del mondo».

L’intreccio tra azzardo e mafie è più presente nel Mezzogiorno o è diffuso in egual misura in tutta Italia?

«Le mafie vanno dove ci sono i soldi. Tranne la ‘ndrangheta che ha ancora i capi nei paesi di origine, le altre mafie hanno i loro cda sparsi per l’Italia e l’Europa. Non c’è più una territorialità arcaica, contadina della mafia, per cui è chiaro che bisogna fare attenzione soprattutto nelle regioni più ricche dove c’è più giro di denaro. Invece, in alcune regioni del Sud l’azzardo in mano alle mafie è un ottimo sistema di controllo del territorio, ad esempio attraverso il pagamento del pizzo».

Oltre alla regolamentazione da parte dello Stato e la repressione dell’attività illegale da parte delle forze dell’ordine, ha un ruolo importante anche l’opera di sensibilizzazione sulla gente?

«Il fatto che in Italia giochino in modo non problematico 25 milioni di persone vuol dire che c’è un’immagine del rapporto con la vita e con il futuro che si gioca sulla fortuna e non sul lavoro. C’è, quindi, un approccio problematico ai soldi. Tutto ciò rappresenta una sfida di un modello di società che tutti devono cercare di contrastare. È la prevenzione più efficace, ma va accompagnata alla regolamentazione che abbia come finalità la tutela della salute e il contrasto dell’illegalità».

Da cinque anni è stata avviata la campagna «Mettiamoci in gioco»: quali sono gli obiettivi attuali?

«Stiamo aspettando i decreti applicativi dell’intesa raggiunta nella Conferenza Stato-Regioni lo scorso 7 settembre. Noi abbiamo espresso un parere favorevole rispetto a quello che si è raggiunto dicendo che il grosso è ancora da fare. Per chi come noi si occupa di persone con gravi problemi di dipendenza ogni giorno perso è un giorno troppo lungo perché la gente sta male e si rovina davvero. Il 15 dicembre ci siamo incontrati a Roma come «Mettiamoci in gioco» per definire le priorità della piattaforma politica per il nuovo governo. Chiederemo a tutti i candidati alle prossime elezioni di prendere un impegno formale su alcuni punti».

Il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta ha detto che finora non c’è stato il decreto applicativo dell’intesa, che doveva essere pronto entro il 31 ottobre scorso, perché, nei fatti, la legge regionale del Piemonte, entrata in vigore il 20 novembre, rende impraticabile la parte dell’accordo riguardante il numero di slot presenti in quella Regione. Cosa ne pensa?

«Il fatto che una Regione abbia la premura di adottare una legislazione di protezione dei propri cittadini è positivo. Politicamente va capito se questa legge può bloccare quei piccoli passi positivi che sono stati fatti oppure no. Restiamo in attesa con prudenza: sono positive sia l’intesa Stato-Regioni per il riordino del settore dell’azzardo sia la legge piemontese, ma bisogna trovare un punto d’incontro tra la volontà della Regione e la salvaguardia dell’accordo di massima dello scorso 7 settembre».

Avete ottenuto dei riscontri positivi alle vostre richieste finora? Lei ha parlato nell’introduzione al dossier di un muro di gomma…

«Da cinque anni a ora le cose sono cambiate. Quando parlo di muro di gomma, mi riferisco al fatto che non si è messo in agenda che al primo posto ci debba essere la tutela dei cittadini e non l’esigenza di cassa. Le proposte di legge fatte in questi anni, a cui abbiamo lavorato anche noi, sono tutte bloccate con il parere negativo della Commissione finanze. Alcuni parlamentari sono stati sensibili e attenti al problema, ma poi nei propri gruppi non hanno ottenuto l’adesione che avrebbe permesso di fare dei passi concreti. C’è una legge sulla pubblicità di tre articoli che Pd e Cinque stelle hanno concordato insieme, ma è un anno e mezzo che è ferma a Camera e Senato. Questo è il muro di gomma. Ma noi siamo ostinati: sapremo mordere la caviglia».

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