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Dal n. 1 del 5 gennaio 2003

Giù le mani dalla domenica

Una direttiva dell'Unione Europea obbliga i singoli Paesi a scegliere il giorno di riposo settimanale, ma l'Italia ancora non l'ha fatto, rischiando una grossa multa. Una dichiarazione possibilista del sottosegretario Sacconi accende il dibattito ma alla fine il governo rassicura: non cambierà niente.
DI CLAUDIO TURRINI

di Claudio Turrini
La solita tempesta in un bicchier d'acqua. Toni indignati, dichiarazioni roboanti, minacce di gesti clamorosi. Tutto finito a tarallucci e vino. È stato solo un frainteso, spiega alla fine il governo. Se entro il 9 gennaio le parti sociali non avranno trovato un accordo per recepire la direttiva europea sull'orario di lavoro, il giorno dopo il ministro presenterà la sua proposta «mantenendo la domenica giorno di riposo preferenziale».

In Italia, tra l'altro, l'accordo tra la Repubblica e la Santa Sede del 18 febbraio 1984, che ha rivisto il Concordato, ha riconosciuto come giorni festivi tutte le domeniche. Difficile quindi che il nostro Paese potesse decidere diversamente. E non l'hanno fatto neanche i nostri partner europei, ad eccezione della Francia, come noi finita dietro la lavagna per non aver recepito in tempo la direttiva. Tutti quanti hanno confermato senza indugi la domenica come «giorno di riposo preferenziale».

Eppure sotto sotto il problema esiste. Ad alcune parti sociali (in particolare ai commercianti, ma anche agli industriali) farebbe molto comodo che il giorno festivo non fosse più fisso, così smetterebbero di pagare come straordinario il lavoro domenicale. Perché poi il vero nodo è prevalentemente economico. Ormai c'è già un piccolo esercito di persone costrette a non santificare la festa. Tra grande distribuzione e negozi che ottengono la deroga perché in aree turistiche, è quasi più facile far la spesa di domenica che negli altri giorni.

È in questa chiave che può esser letta la dichiarazione del sottosegretario al lavoro Maurizio Sacconi che ha innescato tutte le polemiche. L'Italia, aveva detto all'indomani della rottura della trattativa tra le parti sociali, potrebbe limitarsi a recepire la direttiva europea senza aggiungere altro, lasciando ai singoli contratti di regolamentare la settimana lavorativa e il relativo giorno di riposo.
Le reazioni sono state immediate e fortissime. «Giù le mani dalla domenica!», ha dichiarato Luigi Bobba, presidente nazionale delle Acli, che ha aggiunto: «La domenica non si tocca. E lo diciamo con tutta la nostra voce, di credenti in primo luogo, perché la domenica è il giorno del Signore, ma anche di cittadini perché non ci rassegniamo ad una società, incapace di incontrarsi e riconoscersi in tempi comuni». Sulla stessa lunghezza d'onda anche il Forum delle famiglie che per bocca del suo presidente Luisa Santolini si è detto preoccupato che si voglia cancellare uno dei pochi momenti d'incontro nelle famiglie. E monsignor Bregantini, presidente della Commissione Cei per il lavoro, ha minacciato dalle colonne del «Corriere della Sera» un referendum popolare in difesa della domenica.

Per una volta tanto anche i politici si sono dimostrati compatti, da An a Rifondazione. E al sottosegretario Sacconi, smentito anche dal suo ministro, il leghista Roberto Maroni, non è restato altro che far marcia indietro. Ovvero, nella migliore delle tradizioni del politichese, evocare l'«ennesima provocazione orchestrata dai soliti noti».

Archiviata la polemica e dissipati gli equivoci, il problema resta però tutto, almeno per la comunità cristiana. Come ha osservato l'arcivescovo di Bari mons. Francesco Cacucci, che nel 2005 organizzerà il Congresso eucaristico nazionale proprio sul tema «Senza la domenica non possiamo vivere», «non ci si deve comunque limitare alla denuncia: il senso della domenica deve essere vissuto in modo nuovo. È necessario dunque riscoprire la domenica come giorno di festa perché giorno del Signore. La domenica e la parrocchia come tempo e spazio per una comunità di fede sono valori irrinunciabili anche per la nostra cultura».

Queste le norme europee
Sul riposo settimanale l'Unione europea era intervenuta nel 1993 (direttiva 104). «Per quanto concerne il periodo di riposo settimanale – si legge nelle premesse della direttiva – è opportuno tenere debitamente conto delle diversità dei fattori culturali, etnici, religiosi e altri negli Stati membri», per cui «spetta ad ogni Stato membro decidere se e in quale misura la domenica deve essere compresa nel riposo settimanale». Ma sulla coincidenza del riposo settimanale con la domenica, nella stessa direttiva si affermava che: «Il periodo minimo di riposo (settimanale) comprende in linea di principio la domenica».

Questa disposizione è stata annullata dalla Corte di giustizia della Comunità europea nel 1996, sulla considerazione che il Consiglio aveva omesso di motivare la circostanza per cui la domenica, giorno di riposo settimanale, «soddisfi in maggior misura le istanze di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori rispetto ad un diverso giorno della settimana». Sulla questione, in seguito, è intervenuta la risoluzione d'iniziativa del Parlamento europeo del 12 dicembre 1996, con la quale gli Stati membri e le parti sociali sono invitati «a tenere debito conto, nel trasporre in norme di diritto nazionale la direttiva sull'orario di lavoro, delle tradizioni e delle esigenze culturali, sociali, religiose e familiari dei loro cittadini e a riconoscere il carattere particolare della domenica come giorno di riposo». Con la direttiva del 2000 (n. 34) è stata data applicazione alla sentenza della Corte di giustizia del 1996, ritenendo opportuna la soppressione della disposizione che ricomprendeva la domenica nel «periodo minimo di riposo settimanale».

Gli Stati membri dovranno adottare le disposizioni regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla direttiva entro il 1 agosto 2003. Tredici Paesi dell'Unione hanno già confermato di volere il riposo domenicale. Italia e Francia non hanno ancora deciso. Il nostro Paese rischia di pagare una multa di 238.950 euro al giorno.

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