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Ici-Imu, Monti chiarisce: il no profit resta esente

Per il vero «no profit» non cambia assolutamente nulla. Con un gesto inusuale il premier Mario Monti ha voluto intervenire di persona, lunedì scorso davanti alla Commissione Industria del Senato, accompagnato da ben cinque sottosegretari, per spazzar via tutte le interpretazioni faziose che erano state date dalla stampa nazionale dell'emendamento al dl sulle liberalizzazioni, presentato venerdì 24 febbraio dal governo e riguardante le esenzioni Imu agli enti no profit.
DI CLAUDIO TURRINI

Parole chiave: chiesa (157), mario monti (68), ici (62), imu (29), governo (250)

di Claudio Turrini.

Per il vero «no profit» non cambia assolutamente nulla. Con un gesto inusuale il premier Mario Monti ha voluto intervenire di persona, lunedì scorso davanti alla Commissione Industria del Senato, accompagnato da ben cinque sottosegretari, per spazzar via tutte le interpretazioni faziose che erano state date dalla stampa nazionale dell'emendamento al dl sulle liberalizzazioni, presentato venerdì 24 febbraio dal governo e riguardante le esenzioni Imu agli enti no profit.

Era la prima volta che un premier partecipava a una riunione degli organi parlamentari in sede referente e lo ha fatto rivendicando il coraggio di aver affrontato una materia che «non era facile», tanto è vero che finora era rimasta irrisolta. Questo Governo, ha detto Monti, per la «familiarità quasi soggettiva con la commissione Ue, le sue procedure e le sue logiche», dovrebbe riuscire a «definire questa delicata materia in un modo che la ponga in futuro al riparo da qualsiasi polemica e interpretazioni distorte». Perché «il no profit è attività troppo seria e importante per permetterci che comportamenti non in linea si insinuino» godendo di agevolazioni fiscali indebite «e meno ancora che serie attività vengano macchiate nella percezione dell'opinione pubblica per la mancata chiarezza fiscale». In tutto il suo discorso Monti non ha mai citato la Chiesa, perché in effetti la norma non riguarda in modo specifico i suoi immobili, ma ha sempre parlato degli enti no profit, di ispirazione laica o religiosa che siano, riconoscendo che sono «un valore e una risorsa della società italiana».

Per quanto riguarda le scuole paritarie, per le quali era nato un forte allarme, Monti ha precisato che «sono esenti quelle che svolgono la propria attività in modo concretamente non commerciale». «L'attività paritaria – ha detto – è valutata positivamente se il servizio è assimilabile a quello pubblico», in particolare sul piano dei programmi scolastici, dell'applicazione dei contratti nazionali e su quello della «rilevanza sociale». Inoltre il bilancio dovrà essere «tale da preservare in modo chiaro la modalità non lucrativa»; e quindi «l'eventuale avanzo sarà destinato all'attività didattica».

Il premier ha poi invitato i senatori a non modificare l'emendamento poiché «informalmente» la commissione europea – cui la norma è stata sottoposta – ha dato la sua «assicurazione che la procedura d'infrazione possa essere chiusa». Invito prontamente accolto dalla Commissione, che ha approvato all'unanimità l'articolo 91-bis introdotto dal governo.

Le parole del premier Monti «prendono atto del grande contributo che il sistema scolastico paritario dà alla società italiana. Questa scuole sono espressione della società civile e come tali vanno valorizzate, non mortificate», ha commentato il giurista Giuseppe Dalla Torre, rettore della Lumsa, che giudica «del tutto ragionevole» che restino esentate dall'Imu  le scuole «che svolgono attività secondo modalità non commerciali». Proprio Dalla Torre, in un'intervista rilasciata sabato scorso al Sir, aveva chiesto al governo «istruzioni che chiariscano ulteriormente cosa s'intenda per attività commerciale».

«Il principio è corretto: l'Ici/Imu va applicata quando c'è una finalità commerciale, ossia tesa al lucro», conferma Francesco D'Agostino, docente all'Università di Roma «Tor Vergata» e presidente dell'Unione giuristi cattolici italiani. «Anche le scuole non statali che rilasciano titoli di studio con valore legale svolgono una funzione pubblica», sottolinea D'Agostino, e quindi «il loro fine è la formazione dei cittadini, non il guadagno economico». Il giurista contesta, in questi casi, la definizione di istituti «privati», termine «che solleva equivoci». Laddove l'istruzione è patrocinata dallo Stato, dunque, «non vi possono essere quelle imposizioni tributarie che vanno, invece, a chi ha un lucro». È il caso, quest'ultimo, di una piscina aperta al pubblico, con biglietto d'ingresso, all'interno di un complesso scolastico, come pure di un laboratorio linguistico usato per corsi di lingue. «In questi casi – sottolinea il giurista – è giusto pagare l'Ici/Imu per la parte di edificio destinata a tali attività, purché, beninteso, la piscina non venga utilizzata solo per le ore di educazione fisica degli studenti, ma vi sia effettivamente un'attività commerciale».

Più cauto il commento di don Francesco Macrì, presidente della Fidae (Federazione istituti di attività educative). «Sono principi ancora generali quelli esposti dal premier Monti, confermati da mille leggi, compresa la legge 62 del 2000, ma il problema è che le scuole paritarie cattoliche per alcuni fini, a parte il servizio pubblico e la loro appartenenza costitutiva all'unico sistema nazionale scolastico, hanno due profili: un profilo di non profit e un altro che le definisce attività commerciali, nel senso che se gli iscritti pagano una certa quota sotto il profilo giuridico si rientra in questa tipologia di attività commerciale». Per questo, don Macrì auspica che «siano chiariti alcuni aspetti tecnico-giuridici con estrema esattezza». Dunque, secondo il presidente di Fidae, «per dare seguito a questa dichiarazione di intenti del premmier Monti ci vuole un testo legislativo veramente calibrato e rigoroso sotto il profilo giuridico».

L'emendamento
La riforma delle esenzioni Imu (ex Ici) è stata affidata ad un emendamento (91.0.500) presentato dal governo (testo integrale ), la sera di venerdì 24 febbraio, al ddl 3110 di conversione del decreto-legge sulle liberalizzazioni (24 gennaio 2012, n. 1), in esame al Senato. L'art. 91 bis è composto da quattro articoli, di cui l'ultimo di abrogazione della norma interpretativa varata dal governo Prodi e che garantiva l'esenzione per attività «che non abbiano esclusivamente natura commerciale» (comma 2-bis dell'art. 7 della legge 2 dicembre 2005, n. 248). Il primo articolo prevede che all'articolo 7 della legge istitutiva dell'Ici (n. 504 del 30 dicembre 1992) là dove si prevede l'esenzione per otto attività, vengano aggiuntante le parole «con modalità non commerciale». Il secondo stabilisce che «qualora l'unità immobiliare abbia un'utilizzazione mista, l'esenzione (...) si applica solo alla frazione di unità nella quale si svolge l'attività di natura non commerciale, e identificabile attraverso l'individuazione degli immobili o porzioni di imobili adibiti esclusivamente a tale attività». Il terzo articolo riguarda il caso non sia possibile distinguere compiutamente le aree di attività esentate dalle altre, in tal caso «l'esenzione si applica in proporzione all'utilizzazione non commerciale dell'immobile quale risulta da apposita dicharazione». Spetta dunque ad un successivo decreto del ministero dell'Economia fissare, entro 60 giorni dalla conversione del decreto liberalizzazioni, «modalità e procedure relative alla predetta dichiarazione e gli elementi rilevanti ai fini dell'individuazione del rapporto proporzionale». Le nuove norme valgono dal 1° gennaio 2013.

La polemica
«La Chiesa pagherà l'Ici». «Monti fa pagare l'Ici alla Chiesa». Chi in questi giorni ha sfogliato i quotidiani italiani o abbia ascoltato le notizie a radio o tv ha sentito ripetuto fino alla noia questo ritornello. E giù con la solita solfa dell'albergo di lusso che non pagava perché aveva una cappellina. Ci sarebbe da ridere, come per le bufale dell'avvocato Canzona – quello delle suore multate perché andavano a 180 all'ora all'udienza del Papa – se non ci fosse di mezzo il diritto ad un'informazione seria, onesta. E se sulla Chiesa non venisse gettato fango a palate, accusandola di privilegi ed evasioni. Mai che si senta un esperto vero. Mai che si dia conto di quanto hanno documentato più volte «Avvenire» o «Toscana Oggi». La Chiesa ha sempre pagato l'Ici per le attività commerciali. Per quelle assistenziali, sanitarie, educative, sportive o ricettive no, ma solo quando la legge lo consentiva. Come tutto il mondo del no profit, di qualsiasi orientamento. Ed era giusto così. Perché non credo convenga a nessuno impoverire questo mondo che garantisce un welfare diffuso e crea coesione sociale. Ben vengano invece norme più chiare per colpire i «furbetti» e il finto no profit. Anche quello «radicalchic» che in questi anni ha tuonato contro i «privilegi della Chiesa».

Dall'archivio:

Esenzioni Imu, l'incognita dell'emendamento Monti

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consiglia 08/03/2012 00:00
Per la cronaca si dice NON profit dall'inglese not for profit. Dire no profit (quindi nessun profitto) è sbagliato perchè il profitto DEVE esserci ma deve essere reinvestito nella causa sociale. Usciamo da questa logica contorta.
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Claudio Turrini 08/03/2012 00:00
E' vero, per la lingua inglese c'è una bella differenza di significato tra dire "non profit" e "no profit". Ma la lingua muta e in Italia, per analogia con altre espressioni (es. "no global") e soprattutto per quella "n" finale che davanti a consonanti suona davvero male, si è diffusa l'espressione "no profit", usata ormai abitualmente anche dalle stesse realtà non lucrative. Ovviamente ai puristi è lecito storcere il naso, ma la nostra prima preoccupazione è sempre quella di farci capire. Segnalo sul tema la sostanziale approvazione che l'Accademia della Crusca dà alla versione "no profit" in italiano (http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8483&ctg_id=93). Ne cito una parte: "C'è un’ulteriore breve considerazione da fare su queste due forme, ambedue ormai diffuse e accolte come corrette (non profit, anche nella variante non-profit è attestata dal 1992 e registrata nei principali dizionari dell’uso che segnalano, nella maggior parte dei casi, anche no profit come variante): i due prefissi, almeno inizialmente, si sono distribuiti secondo sfumature di significato leggermente diverse da attribuire al composto. Il primo elemento no dei composti no global, no logo ecc. contiene infatti, oltre alla valenza semantica della semplice negazione, un valore aggiuntivo di 'rifiuto', 'opposizione' a qualcosa che il non semplice non esprime. In non-profit è sufficiente la prima parte del composto non a indicare che si tratta di qualcosa che non prevede 'profitto', mentre il no, nella variante no profit, rafforza il principio sotteso ad alcune iniziative e attività che trovano il loro principio fondante e la loro forza proprio nella scelta di non prevedere alcun vantaggio per chi le esercita: non solo quindi la semplice assenza di profitto, ma la scelta precisa di non lucrare su alcune attività".

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