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Intervista a Enrico Letta: "Dall'emergenza può nascere l'Europa sociale"

Enrico Letta vede l’Europa a un bivio positivo. «Potrebbe nascere quel pilastro sociale» che ancora non c’è. Letta oggi è direttore della Scuola di affari internazionali dell’Istituto di studi politici di Parigi e fondatore della Scuola di Politiche che ogni anno ospita 100 giovani nelle sedi di Roma e Milano.

Enrico Letta

La decisione di lasciare il seggio in Parlamento, cinque anni fa, per dedicarsi all’insegnamento colse molti di sorpresa anche perché Enrico Letta è sempre stato uno dei politici considerati più preparati della generazione nata dalle ceneri dei grandi partiti di un tempo. In realtà da direttore della Scuola di affari internazionali dell’Istituto di studi politici di Parigi la sua voce non è mai mancata, e le sue analisi della situazione nazionale e internazionale non sono mai banali. Oggi vede l’Europa a un bivio positivo, «potrebbe nascere quel pilastro sociale» che ancora non c’è; in Italia «c’è bisogno di unità» per gestire anche un momento come questo con risorse davvero «eccezionali»; e si dovrebbe seguire l’esempio di Angela Merkel, uscita da questa emergenza parlando pochissimo, senza «urlare», e oggi vera «leader dell’Europa».

Con il Recovery Plan l’Europa ha dato le risposte attese?

«È l’ultima chance: la crisi ha colpito durissimamente il cuore dell’Europa cioè la parte economica e sociale e sul tema della solidarietà. Quindi il Recovery plan, con il Next generation eu, è l’occasione per l’Europa di diventare adulta. Soprattutto è l’occasione per dimenticare gli errori di 10 anni fa quando, rispetto alla crisi finanziaria, i Paesi europei non si resero conto del disastro che la crisi avrebbe creato, intervennero in ritardo, malamente. Ne portiamo ancora le ferite. Questa volta la risposta è stata rapida e con un pilastro sociale: per me, che mi inserisco nella scia di Jacques Delors e Romano Prodi che sono stati i presidenti della Commissione che hanno combattuto per far nascere il “pilastro” sociale, è una grande rivoluzione. Gli inglesi non lo hanno mai voluto: adesso senza di loro forse riesce finalmente a nascere».

Può essere davvero un «bazooka» per l’economia italiana come qualcuno lo ha definito?

«L’Italia ha più bisogno di tutti dell’intervento europeo: da soli non ce la faremmo e siamo più colpiti degli altri. C’è bisogno che questo intervento sia rapido, con poca burocrazia. Bisogna vigilare perché la fase di applicazione, che è quella più complicata, funzioni, non sia lenta. Non bisogna sbagliare nella comunicazione: non dobbiamo creare troppe aspettative di soldi immediati, perché la gente sta male e i tempi di questi finanziamenti europei non saranno immediati. Nel frattempo i finanziamenti nazionali devono fare da ponte».

Lei al posto di Conte userebbe anche il Mes?

«Non ho alcun dubbio, lo userei subito perché sono soldi immediati, che verrebbero erogati immediatamente e ci aiuterebbero a sistemare il sistema sanitario, a dare la risposta a un bisogno di welfare e sanità che soprattutto la popolazione anziana chiede. Un’idea che suggerirei al governo è questa: usare quei soldi per costruire 1.000 centri di diagnostica in telemedicina da piazzare in 1.000 comuni periferici, lontani dagli ospedali. Così, daremmo la possibilità alla popolazione anziana di avere una diagnosi immediata che li può tranquillizzare o, al contrario, consigliare il ricovero. Questa cosa, che ha un costo ovviamente, la potresti fare con quei soldi e il nostro Paese avrebbe, per sempre, una strutturazione sanitaria. Penso alla Toscana, ai comuni montani: sarebbe un modo per avvicinarli. Il Mes ci darebbe soldi a un tasso di interesse leggero (0,1%) e sarebbe una scelta intelligente anche perché il nostro sistema sanitario ha fatto fatica, in Lombardia in modo particolare, e rinnovarlo mi sembrerebbe una cosa intelligente».

Ma il Governo Conte è quello adatto, viste le divisioni che ci sono, e che Bankitalia ipotizza il calo del Pil fino al 13%?

«La cacofonia su questi temi è molto pesante. Penso ci sia bisogno di una maggiore unità con i sindacati, le associazioni di categoria che possano giocare un ruolo fondamentale insieme ai governi, nazionale e regionali, per orientare bene quest’operazione di spesa. In Italia, da molti anni, non sappiamo più spendere bene, sia perché di soldi non ce ne sono stati, sia perché il problema era tagliare più che spendere. Di fatto abbiamo perso la capacità di programmare una spesa di investimenti efficace. La preoccupazione è proprio questa: siamo bravi a contenere la spesa, a gestire il debito, ma abbiamo perso capacità di gestione della programmazione. Questa è la priorità per il governo: costruire dei luoghi di elaborazione in grado di gestire la programmazione. È la partita principale perché una quantità di soldi simile non si è mai vista e mai si vedrà per un bel po’. Quello che capiterà nei prossimi 12 mesi è assolutamente eccezionale».

Fino a oggi chi sembra rimetterci sono i Comuni...

«La partita deve essere gestita insieme agli enti locali che devono avere più risorse perché alla fine sono quelli che presidiano il territorio. E poi dobbiamo ridurre le tasse che è l’altro capitolo da gestire: la pressione fiscale così elevata impedisce investimenti e spese da parte dei privati, delle famiglie. C’è bisogno di vigilare e spingere le banche a essere più rapide nell’erogazione ed essere vicini alle piccole e medie imprese che sono il cuore pulsante dell’economia: vanno aiutate prima a non morire e poi a rilanciarsi».

Come legge il ruolo della Chiesa e dei cattolici nell’emergenza?

«Nel momento più duro della pandemia credo che la voce universalmente riconosciuta come la più autorevole, la più forte, sia stata quella di papa Bergoglio. Credo sia servita all’intero Paese: gli italiani non lo dimenticheranno e gli saranno grati. Ciò dà più forza anche alla voce dei cattolici nel nostro Paese. È un’occasione per il mondo cattolico, per il cattolicesimo italiano, per l’associazionismo. Si entra in una fase in cui l’Italia dovrà ricostruirsi intorno ai valori, in particolare a quelli della solidarietà. Io uso questo slogan: entriamo in un tempo in cui tutti dipendiamo da tutti. Un tempo nel quale non è “me ne frego dell’altro” la parola d’ordine, ma l’I care di milaniana memoria, ossia io mi faccio carico di te anche se sei lontano, perché è l’unico modo con cui posso proteggere anche chi mi è più caro, perché la pandemia ci ha spiegato che un fatto che capita lontano e non gestiamo ha un effetto molto pesante. Il tutti dipendiamo da tutti è molto importante».

Ma valori come scuola e famiglia, cari ai cattolici, sembrano tra i più penalizzati dal governo?

«La ripartenza del Paese non può che passare da un forte sostegno alla famiglia, che deve essere aiutata in tutti i suoi aspetti, partendo dal lavoro delle donne che sono le vittime maggiori perché la caratteristica della loro professionalità è stata messa in grande difficoltà. E con il sostegno al tema dei figli, della scuola. Le famiglie hanno duramente pagato queste chiusure: i bambini a casa hanno finito per essere una questione non secondaria. E poi la questione fiscale. C’è bisogno, nella ripartenza e in questa fase intermedia, di un aiuto alle famiglie, ai consumi, alle attività sportive, al turismo. Sostegno a una ripresa alla normalità che se sostenuta, essendo che la domanda aiuta anche l’offerta, aiuta a far circolare denaro, cosa assolutamente necessaria».

È andato in crisi anche il rapporto Stato/Regioni?

«Francamente penso sia da rivedere. Non è possibile non tirare conseguenze da quanto successo. Si è creato un meccanismo che ha dimostrato che siamo un Paese a “coriandoli”, dove ognuno andava per conto proprio. Anche nei momenti più duri si rimpallavano responsabilità. È stata l’immagine peggiore e credo che ne dovremo prendere atto e tirare un punto per ripartire perché è evidente che così non può andare. Il che non vuol dire automaticamente che bisogna riaccentrare. Credo sia una riflessione profondissima da fare insieme al tema della giustizia perché l’attrattività degli investimenti dall’estero passa anche attraverso una giustizia rapida, che funzioni, che non sia alla mercè di discrezionalità e di tempi infiniti».

Nel centrodestra Salvini o Meloni, o c’è ancora un ruolo per Forza Italia? E nel centrosinistra il Pd riuscirà a battere i rigurgiti di populismi di M5S?

«Quest’emergenza ha dimostrato che c’è ancora un ruolo per FI che ha messo Salvini e Meloni in un angolo, per certi versi, spiazzandoli perché ha preso una posizione di responsabilità verso il Paese che è stata apprezzata e oggettivamente ha dimostrato che non è soltanto urlando e cercando il capro espiatorio che riesci a convincere gli elettori. Così ha riacquistato centralità. Il Pd deve dare una risposta al populismo perché il tema di fondo è guardare il futuro: i cittadini chiedono concretezza per uscire da questo disastro. Vincerà chi sarà concreto, chi parlerà poco. Il modello è la Merkel che oggi esce come un gigante dalla crisi. Rispetto ai leader mondiali che hanno straparlato, insultato, cercato colpevoli, lei ha parlato poco e fatto tanto. È stata davvero la “madre” del suo Paese. Ed esce con dei sondaggi incredibili e con il ruolo di leader dell’Europa. Questo è il modello».

Un esempio anche per il candidato alla presidenza della Toscana Eugenio Giani?

«Non mi permetto di dare consigli a Eugenio che con la sua esperienza sa meglio di chiunque altro come muoversi».

Fonte: Tog
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