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Istat: la ripresa si consolida ma crescono diseguaglianza e povertà assoluta. Un Paese in declino demografico

Sui dodici indicatori di benessere equo e sostenibile inseriti dal governo nel Documento di economia e finanza del governo (l'Italia è stato il primo Paese al mondo a farlo) l'Istat rileva per il 2017 un deciso miglioramento in cinque di essi e un arretramento nei rimanenti sette.

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Disugluaglienze e povertà (Foto Sir)

In positivo la riduzione della criminalità predatoria, il miglioramento nella partecipazione al mercato del lavoro e la riduzione della durata delle cause civili; in negativo, l'aumento della diseguaglianza e della povertà assoluta. Quest'ultima, secondo le stime preliminari, nel 2017 interesserebbe l'8,3% dei residenti contro il 7,9% del 2016. Nel suo Rapporto annuale presentato oggi a Roma, l'Istat utilizza la chiave di lettura delle «reti» a tutti i livelli, tra le imprese come tra le persone, e come sempre fornisce una immensa mole di dati e di informazioni sulla situazione del Paese.

Il quadro economico complessivo del 2017 è quello di un'economia che cresce, ma meno degli altri Paesi europei, di una modesta ripresa del mercato del lavoro, dei consumi (i salari sono rimasti sostanzialmente al palo) e dell'inflazione. Gli indicatori disponibili per i primi mesi del 2018 «segnalano la prosecuzione del recupero della crescita dell'economia italiana, pur se a ritmi moderati». A livello di economie territoriali, il Rapporto segnala che il 17,5% dei sistemi locali ha una produttività del lavoro superiore alla media nazionale. Sono sistemi collocati nel centro-nord, fatta eccezione per Ortona, in Abruzzo, e Brindisi, in Puglia. All'estremo opposto i sistemi che hanno una produttività inferiore alla metà della media nazionale, situati prevalentemente in Calabria e Sicilia. Ma vengono rilevate aree a bassa produttività anche nel nord-ovest e diversi picchi di produttività in alcuni sistemi del Mezzogiorno.

«La solidità economica della famiglia è determinante nelle scelte di vita, scolastiche e lavorative dell'individuo», scrive l'Istat nel Rapporto Annuale presentato oggi a Roma. L'Istituto nazionale di statistica ha definito il concetto di «dote familiare» per le persone, misurandolo sulla base della solidità della famiglia in termini di occupazione e istruzione dei genitori e di proprietà della casa. In questa chiave, nel 2016, il 43,5% degli individui disponeva di una dote «bassa», il 48,2% di una dote «media» e l'8,4% di una dote «alta». Nel 2017 le famiglie senza percettori di redditi da lavoro erano 2,1 milioni, in riduzione del 3,5% rispetto all'anno precedente.

Più in generale, l'Istat rileva una «crescita sostenuta» del numero di occupati anche nel 2017: +265 mila, l'1,2% in più. Aumentano soprattutto gli occupati tra le donne e tra gli over 50, mentre l'unica area geografica con un saldo negativo è il Mezzogiorno (-4,8%). E' il quarto anno consecutivo di crescita dell'occupazione, che si avvicina al livello pre-crisi (manca ancora lo 0,7%) ma resta comunque lontana dalla media Ue. Quasi il 90% della nuova occupazione viene dai servizi, mentre il settore agricolo è l'unico in calo (-1,4%). Stretta appare la correlazione tra occupazione e livello d'istruzione, anche se le mansioni concretamente svolte spesso non corrispondono al titolo di studio. L'aumento degli occupati riguarda prevalentemente i contratti a termine (+298 mila) e in misura inferiore i lavoratori dipendenti a tempo pieno (+99 mila). Per il quarto anno consecutivo, anche se in misura inferiore rispetto all'anno precedente, nel 2017 sono diminuiti gli inattivi tra i 15 e i 64 anni. Analoga tendenza tra i giovani 15-29 anni non occupati e non in formazione (i Neet), che diminuiscono dell'1,1% dopo il forte calo del 2016.

L'Italia è il secondo Paese più vecchio al mondo, con una stima di 168,7 anziani ogni 100 giovani al 1° gennaio 2018. Lo conferma il Rapporto Annuale dell'Istat: «Il nostro Paese è entrato in una fase di declino demografico». Al 1° gennaio 2018 si stima una popolazione di 60,5 milioni di residenti, con un'incidenza della popolazione straniera pari all'8,4% (5,6 milioni). La popolazione totale diminuisce per il terzo anno consecutivo, scendendo di quasi 100mila unità rispetto all'anno precedente. Ed è dal 2016 che la variazione della popolazione straniera registra variazioni annuali modeste (a inizio 2018 solo 18mila persone in più), non riuscendo a compensare il calo delle nascite, giunto al nono anno consecutivo e all'ennesimo minimo storico: nel 2017 si stimano in 464mila, -2% rispetto all'anno precedente. Del resto diminuisce anche il numero di figli delle cittadine straniere, pur restando nettamente superiore a quello delle italiane (1,95 contro 1,27). Cresce il numero di ragazzi che acquisiscono la cittadinanza italiana per trasmissione del diritto dai genitori: al 1° gennaio 2017 risultavano circa 218 mila minori.

Il saldo migratorio complessivo, positivo da oltre vent'anni, si contrae ma è in lieve ripresa negli ultimi due anni (184 mila unità stimate nel 2017). Le immigrazioni dall'estero, comunque sono passate dai 527mila iscritti all'anagrafe nel 2007 ai 337mila nel 2017. Le migrazioni per l'estero sono invece triplicate, passando da 51mila a 153mila. In Italia si contraggono le migrazioni dal sud verso il centro-nord, mentre aumentano quelle verso l'estero: le prime sono scese da 132mila e 108mila, le seconde sono quasi raddoppiate, da 25 mila a 42 mila.

In Italia operano 1.344 strutture ospedaliere del Servizio sanitario nazionale, per un totale di 217mila posti letto (dati 2015). L’80% delle Asl garantisce l’offerta di dipartimenti d’emergenza di primo livello, circa il 50% quella di secondo livello. Ampie zone del Paese, in particolare nelle Isole, nel Lazio, in Abruzzo e in alcune parti del Nord-Est, non sono quindi in grado di fronteggiare emergenze di particolare gravità se non attraverso trasporti speciali.  Le regioni da cui ci si sposta di più per avere prestazioni ospedaliere sono Molise, Basilicata e Calabria, le regioni più attrattive in questo senso sono, invece, Lombardia ed Emilia-Romagna.

Per quanto riguarda il trasporto pubblico, l’Istat sottolinea il sottoutilizzo da parte dei cittadini: gli utenti abituali di autobus, filobus e tram sono solo l’11,2% dei residenti e quattro italiani su cinque (dai 2016) si spostano giornalmente per motivi di lavoro con mezzi privati. Il cosiddetto «tasso di motorizzazione» è di 625 autovetture ogni 1.000 abitanti (555 in Germania, 492 in Spagna, 479 in Francia). Nel biennio 2015-2016 il trasporto pubblico locale ha recuperato una parte della flessione registrata nei quattro anni precedenti, ma da questa ripresa è rimasto escluso il Mezzogiorno, che pure aveva accumulato la perdita di gran lunga maggiore.

La rete delle organizzazioni non-profit contava nel 2015 su oltre 330mila entità, con 788mila dipendenti e 5,5 milioni di volontari, in aumento rispetto agli anni precedenti.

Fonte: Sir
Istat: la ripresa si consolida ma crescono diseguaglianza e povertà assoluta. Un Paese in declino demografico
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