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Istat: nascite sempre più giù. L'Italia è un paese vecchio

Presentato oggi il Rapporto Istat 2019. Prosegue la «recessione demografica», nel 2018 oltre 439mila nascite (-140mila rispetto al 2008). Straniero l'8,7% della popolazione. I giovani escono dalla famiglia di origine sempre più tardi. Giovani in fuga, soprattutto dal Mezzogiorno.

Manifestazione contro la denatalità (Foto Sir)

I giovani escono dalla famiglia di origine sempre più tardi sperimentando, rispetto alle precedenti generazioni, percorsi di vita più frammentati che spostano in avanti le tappe principali. Lo conferma oggi l'Istat nel «Rapporto annuale 2019».

Al 1° gennaio 2018, spiega l'Istat, i giovani dai 20 ai 34 anni sono 9 milioni e 630mila, il 16% del totale della popolazione residente; rispetto a 10 anni prima sono diminuiti di oltre 1 milione 230mila unità (erano il 19 per cento della popolazione al 1° gennaio 2008).

Più della metà dei giovani dai 20 ai 34 anni, celibi e nubili, vive con almeno un genitore. Nel 2016 sono circa 5 milioni 500mila, il 56,7% del totale dei giovani in quella fascia di età. «Questa proporzione - si legge - è in continuo aumento a causa del rallentamento dei tempi di uscita dalla famiglia di origine. Il fenomeno è legato soprattutto alla mancanza di indipendenza economica dovuta al protrarsi degli studi, alle difficoltà nel trovare un'occupazione adeguata o all'incapacità di sostenere le spese per un'abitazione, ma anche a tratti caratteristici della cultura italiana che portano i giovani a cercare garanzie e stabilità prima di lasciare la famiglia di origine».

Lo spostamento in avanti delle fasi della vita, viene spiegato nel Rapporto, riguarda anche la transizione allo stato anziano: «Vi è una progressiva crescita della distanza tra l'età anagrafica, la sua rappresentazione sociale e la percezione che ne hanno gli individui».

Nel 2018 si stima che gli uomini possano contare su una vita media di 80,8 anni, le donne di 85,2 anni. Nel tempo i vantaggi di sopravvivenza delle donne rispetto agli uomini si sono ridotti: il differenziale osservato ha raggiunto 4,4 anni - quasi un anno in meno rispetto a dieci anni prima - a testimonianza dei maggiori guadagni registrati per gli uomini.

Il saldo migratorio con l'estero degli italiani è sempre negativo dal 2008 e ha prodotto una perdita netta di circa 420mila residenti in dieci anni. Circa la metà di questa perdita (208mila) è costituita da giovani dai 20 ai 34 anni e di questi, due su tre sono in possesso di un livello di istruzione medio-alto. Lo certifica oggi l'Istat nel «Rapporto annuale 2019».

Nel 2018, si legge nel documento, il collettivo dei giovani laureati occupati e non più in istruzione presenta un mismatch pari al 42,1%, valore che, sebbene più contenuto rispetto a quello dei giovani diplomati (52,6%), risulta ben più elevato di quello relativo alla popolazione laureata adulta (31,7%). «Il fenomeno del mismatch per i giovani laureati - spiega l'Istat - sembra avere un elevato grado di persistenza nel corso della carriera lavorativa degli occupati, mantenendosi infatti al di sopra del 40 per cento anche per coloro che hanno iniziato il primo lavoro da più di sei anni».

Sul fronte delle migrazioni interne, si è avuto un sistematico e ancor più significativo deflusso di giovani dai 20 ai 34 anni con livello di istruzione medio-alto dalle regioni del Mezzogiorno verso il Centro-nord (circa 250mila in dieci anni). Campania, Puglia, Sicilia e Calabria hanno perso complessivamente oltre 226mila giovani con un livello di istruzione medio-alto nell'ultimo decennio. Le regioni che nello stesso periodo hanno guadagnano in termini di capitale umano sono quelle del Centro-nord, in particolare, la Lombardia e l'Emilia-Romagna che hanno in attivo circa 154mila giovani.

Secondo l'Istat, le seconde generazioni, costituite dai figli di cittadini stranieri nati nel nostro Paese e dagli stranieri che sono immigrati prima dei 18 anni, rappresentano un importante patrimonio su cui investire. Al 1° gennaio 2018 i minori di seconda generazione sono 1 milione e 316mila, pari al 13% della popolazione minorenne; di questi, il 75% è nato in Italia (991mila).

Secondo i dati provvisori relativi al 2018 sono stati iscritti in anagrafe per nascita oltre 439mila bambini, quasi 140mila in meno rispetto al 2008, mentre i cancellati per decesso sono poco più di 633mila, circa 50mila in più. È quanto emerge dal «Rapporto annuale 2019» diffuso oggi dall'Istat.

«La diminuzione delle nascite - si legge - è attribuibile prevalentemente al calo dei nati da coppie di genitori entrambi italiani, che scendono a 359mila nel 2017 (oltre 121mila in meno rispetto al 2008)».

Secondo l'Istat, la diminuzione della popolazione femminile tra 15 e 49 anni osservata tra il 2008 e il 2017 - circa 900mila donne in meno - spiega quasi i tre quarti della differenza di nascite che si è verificata nello stesso periodo, mentre la restante quota dipende dalla diminuzione della fecondità (da 1,45 figli per donna del 2008 a 1,32 del 2017).

La popolazione residente in Italia è in calo dal 2015. Al 1° gennaio 2019, l'Istat stima che la popolazione ammonti a 60 milioni 391 mila residenti, oltre 400mila residenti in meno rispetto al 1° gennaio 2015 (-6,6 per mille). La popolazione di cittadinanza italiana scende a 55 milioni 15 mila unità, mentre i cittadini stranieri residenti sono 5 milioni 234 mila (+43,8 per mille rispetto al 1° gennaio 2015). La stima dell'incidenza della popolazione straniera sul totale ha raggiunto l'8,7 per cento nel 2019 (era il 5,2 per cento nel 2008).

«Negli ultimi decenni - si legge - è cresciuto lo squilibrio nella struttura per età della popolazione e più recentemente si sono manifestati i segni della recessione demografica. In un contesto di bassa natalità come quello italiano, infatti, l'aumento della sopravvivenza ha portato a una prevalenza della popolazione anziana rispetto ai giovani, con squilibri intergenerazionali che possono costituire un fattore di rischio per la sostenibilità del sistema Paese».

Il Rapporto conferma poi due tendenze già emerse riguardo ai cittadini stranieri: il loro contributo alla natalità della popolazione residente si va lentamente riducendo mentre si alza l'età media.

Nel 2050 la quota dei 15-64enni potrà scendere al 54,2% del totale, circa dieci punti percentuali in meno rispetto a oggi. Si tratta di oltre 6 milioni di persone in meno che alimenterebbero la popolazione in età da lavoro. Il processo di riduzione, avviatosi già dalla metà degli anni '90, sembra destinato a subire una brusca accelerazione tra il 2030 e il 2040. È quanto emerge dal «Rapporto annuale 2019» diffuso oggi dall'Istat, secondo cui «l'Italia sarebbe così tra i pochi Paesi al mondo a sperimentare una significativa riduzione della popolazione in età lavorativa».

Rispetto ai saldi migratori, l'Istat stima un'immigrazione che, dalle iniziali 349mila unità del 2018, scende fino 289mila unità all'anno nel 2050. Si prevede, quindi, che nell'intervallo 2018-2050 potrebbero immigrare complessivamente in Italia 10,5 milioni d'individui. Parallelamente, ci si aspetta un numero annuo di emigrati che passa da 160mila nel 2018 a circa 129mila nel 2050: nel complesso, circa 4,5 milioni di persone potrebbero emigrare tra oggi e il 2050.

Secondo l'Istat, c'è «un'elevata probabilità (78%) che la popolazione residente al 2050 risulti inferiore a quella odierna, scendendo da circa 60,4 milioni al 1° gennaio 2019 a 60,3 milioni nel 2030. Negli anni successivi, il calo risulterebbe più accentuato (58,2 milioni la popolazione nel 2050), con una perdita complessiva di 2,3 milioni di residenti rispetto al 2018».

«La diminuzione della quota dei 15-64enni - prosegue il Rapporto - si accompagnerebbe a una sua trasformazione rispetto alla struttura per età dovuta all'asimmetrico avvicendamento tra le generazioni in uscita e in entrata, che rispecchia l'andamento delle nascite tra gli anni '60 e '90. Anche nella popolazione in età lavorativa si determinerebbe una struttura a piramide rovesciata tipica di una forza lavoro sempre più ‘anagraficamente matura', con effetti potenzialmente rilevanti sull'interazione tra domanda e offerta di lavoro e sulle caratteristiche del lavoro impiegato dalle unità economiche».

Fonte: Sir
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