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L’allarme di Blangiardo, «Crisi demografica senza precedenti»

Il Paese del 2017 raccontato dall’Istat ci consegna un’Italia più vecchia e con ancora meno bambini. Solo nel 1917 e 18, per la guerra e l'epidemia di spagnola, nacquero meno bambini. Ne parliamo con Gian Carlo Blangiardo, docente di demografia presso l'Università di Milano Bicocca.

Percorsi: Famiglia - Natalità - Politica
Parole chiave: Istat (98)
Una nonna con bambino (Foto Sir)

Gli indicatori demografici rilevano come al primo gennaio 2018 la popolazione italiana conti quasi 100mila residenti in meno rispetto all’anno precedente. Superata la soglia dell’emergenza, si parla di crisi strutturale. Ne ragioniamo con Gian Carlo Blangiardo, docente di demografia presso l'Università di Milano Bicocca.

Professor Blangiardo, come leggere questi dati Istat?

«Le statistiche lanciano un messaggio, che poi si può decidere di ascoltare o meno, ma che andrebbe recepito da coloro che hanno il compito di dare un indirizzo al Paese. I dati ci dicono che stiamo attraversando una crisi demografica senza precedenti, con un’importanza pari alla crisi economica. Ma mentre abbiamo discusso molto per risolvere la crisi economica, non si vede analogo coinvolgimento  per la crisi demografica in cui siamo finiti. Scopo della statistica non è risolvere i problemi ma evidenziarli, insieme agli elementi che li fanno nascere. E i dati ci dimostrano che ci infiliamo sempre di più in un tunnel».

Il primo elemento rilevante è il calo della natalità.

«Ogni anno stabiliamo il record della più bassa natalità di sempre. Abbiamo un saldo naturale negativo per 183mila unità, il terzo valore mai registrato nella Storia italiana: gli altri due sono stati nel 1917, in piena prima guerra mondiale, e l’altro nel 1918, quando alla fine del conflitto si aggiunse l’epidemia di influenza Spagnola. Oggi, nel 2017, anno di pace e di epidemie sconfitte, un secolo dopo abbiamo toccato il terzo valore negativo. Il primo caso di diminuzione della popolazione è stato nel 2015, con meno 130mila unità, nel 2016 nuovo calo con meno 77mila, infine nel 2017 meno 100mila. In soli tre anni abbiamo perso 300mila abitanti, quasi si fosse cancellata una città come Catania».

E per quanto riguarda le cause? I dati non le forniscono ma sono note…

«Si può fare come Poirot: partiamo dagli indizi e rintracciamo l’assassino. Se alcuni fenomeni manifestano tendenze di cambiamento, è perché dietro ci sono i comportamenti che le determinano. Le famiglie italiane fanno pochi figli perché incontrano innumerevoli difficoltà e devono arrangiarsi in tutto, stante che il sistema non li aiuta anche se ne beneficerebbe. Chi, eroicamente, fa la scelta di investire in una famiglia di più di due figli, si trova di fronte a un clima diffuso che non dà gratificazioni, ma mortifica. Poi, è chiaro anche che gli uomini e le donne di oggi non sono più quelli di cinquant’anni fa: manca la propensione al sacrificio, il lavoro è più instabile, sono cambiati i valori. Essere genitori è ancora una missione importante, ma viviamo in una società in cui le donne realizzano che, dopo aver investito in studi e carriera, la nascita di un figlio le penalizzerebbe, e allora rimandano la maternità. In gioco non è la rinuncia, ma il rinvio, solo che partono già svantaggiate perché cominciano a pensare a un figlio a trent’anni e poi lo cercano a quaranta. A questo punto, se già faticosamente riescono ad averne uno, difficilmente faranno il secondo».

Secondo elemento di criticità è l’invecchiamento della popolazione.

«L’età media degli italiani è 45 anni, con una popolazione anziana in aumento. Al 1 gennaio 2018, il 22,6% della popolazione ha un’età compiuta superiore o uguale ai 65 anni, il 64,1% compresa tra 15 e 64 anni, il 13,4% ha meno di 15 anni. All’inizio del 2018 gli ultra 65enni sono poco più di 13 milioni e mezzo ma arriveranno a quasi 20 milioni nel giro di 30 anni e supereranno il 30% della popolazione. Allo stesso modo, quelli che hanno almeno 90 anni sono oggi 700mila e diventeranno quasi 2 milioni e mezzo entro quarant’anni. Percentuali pesanti su un Paese che continua a mantenersi stabile attorno ai 60milioni di abitanti».

Qual è la prima conseguenza di questa situazione?

«È evidente che vanno affrontati nuovi equilibri e nuove regole sul fronte del welfare, che necessiterà di un ripensamento dai costi ingenti. Ci si sta prospettando un futuro sempre più difficile da governare e più aspettiamo e più il prezzo da pagare si farà alto. Questo è il messaggio da mandare a una classe politica che continua a infilare la testa nella sabbia e non capisce che non intervenire per arginare questa tendenza in atto contribuisce a peggiorare il futuro. In questo momento le idee sono ancora confuse ma abbiamo qualcosa che ci dice che dobbiamo muoverci. Solo facendo qualcosa adesso potremo arrestare un’evoluzione insostenibile».

Ci sono dei rimedi immediatamente applicabili?

«Dentro un cassetto della Presidenza del Consiglio c’è il Piano nazionale della famiglia, 40 pagine in cui si diceva come fare per ricostruire la famiglia e, quindi, il Paese. Nel 2011 è stato tirato fuori per essere approvato dall’allora governo Monti, ma poi, una volta apposti i timbri, è tornato nel cassetto, dove langue tuttora. Quello che dice il Piano è che non basta il bonus bebè, che non si sa mai se ci sarà o se non si troveranno i fondi, ma che servono norme più serie sul piano fiscale, su quello delle tariffe, sulla conciliazione di lavoro e maternità. Invece, quando si parla di queste cose, continuiamo ad assistere alle sfilate di politici che dicono di essere ‘sensibili al problema’ ma poi finisce tutto lì».

Fonte: Sir
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