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La storia di Gemma Calabresi: l'omicidio del marito commissario, la disperazione e il perdono

Talvolta la vita è scandita in due momenti distinti, profondamente diversi e contrastanti. Nella vita di Gemma lo spartiacque arriva il 17 maggio 1972, esattamente cinquant’anni fa.

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Gemma Calabresi

Il marito è Luigi Calabresi, commissario di polizia: quella mattina viene assassinato, vicino a casa, da un commando terroristico di Lotta Continua. Lei aveva appena appena 25 anni, due figli piccoli e uno in grembo. Avevano una vita davanti. Invece tutto è finito con una raffica di pallottole sparate alle spalle. In quel momento poteva iniziare un percorso di distruzione. Invece, grazie alla forza e alla fede di Gemma, è iniziato un cammino che l’ha portata a rinascere. Gemma Calabresi Milite sta girando l’Italia per presentare il suo libro «La crepa e la luce» nel quale racconta la sua storia. Nella tappa fiorentina abbiamo avuto l’occasione di incontrarla.

Qual è, oggi, il suo atteggiamento nei confronti di chi ha pensato e poi realizzato quell’agguato mortale?
«Oggi prego per loro, perché abbiano pace nel cuore. Ho raggiunto la mèta di riuscire a perdonarli. Ci ho messo una vita, non che sia stato semplice. Ma questo mi dà molta serenità e pace. E posso dire che il perdono non è una debolezza ma è una forza».

Come si imbocca la strada del perdono partendo da un fatto così doloroso?
«Senz’altro la mia è una strada che ha seguito la fede. Io quella mattina del 17 maggio, quando hanno ucciso mio marito, ho ricevuto il dono della fede. Questo per me è stato fondamentale. Anche se, per anni, ho avuto tristezza, rabbia, sconforto, ho pianto».

Ha desiderato la vendetta?
«Soprattutto i primi mesi facevo fantasie di vendetta: quando andavo a dormire mi crogiolavo in questi sogni, immaginando di infiltrarmi nei covi dei terroristi, aspettare che qualcuno un giorno dicesse: “L’ho ucciso io” e così vendicarmi con un colpo di pistola. Avevo l’impressione che mi facesse star bene, in realtà stavo veramente tanto male».

Lo confessa oggi per la prima volta?
«Sì. Non l’ho confessato per 50 anni».

Perché?
«Per far capire che sono partita dal basso, da una disperazione profonda. Ma che si può risalire, si può fare un cammino, si può avere ancora fiducia nella vita, fiducia negli altri nonostante tutto. Si può cambiare anche opinione su quelli che tu vedevi solo come il male. E si può essere ancora felici. Direi che il mio libro è senz’altro un libro di dolore, ma anche un libro di speranza».

C’è qualcuno che l’ha accompagnata in questo cammino?
«La mia famiglia di origine mi è sempre stata molto vicino. La mia mamma soprattutto che è una donna di grande fede ma anche di grande apertura. Ma in fondo è stato un percorso mio, una mia scelta di vita».

L’assassinio di suo marito fu però solo l’ultimo tragico atto di un clima di grande violenza, verbale e non solo, iniziato molto tempo prima. Com’era la vita in famiglia?
«Mio marito ci proteggeva, non portava a casa niente di ciò che avveniva. Ovviamente sapevo, leggevo e vedevo perché sui muri di Milano c’erano scritte molto violente e aggressive nei suoi confronti. In tre anni abbiamo avuto tre figli: quando lui è morto il terzo era in arrivo, ero al terzo mese di gravidanza. Questo, in quel periodo, mi ha aiutato a essere “distratta”. La gioia che danno i figli è infatti meravigliosa».

Lui com’era in quel periodo, come si comportava?
«Un anno prima che morisse, aveva cominciato a dirmi quali regole seguire: “Non dire a nessuno il cognome Calabresi, non dire che faccio il commissario, quando arrivi sul portone guarda che non ci sia nessuna macchina o persona ferma, controlla che nessuno ti segua”. Insomma, tutta una serie di comportamenti che certo non davano una grande serenità. E poi, soprattutto nell’ultimo periodo, c’era veramente poco a casa. Ma quando era in famiglia riusciva a essere sereno, almeno ce la metteva tutta per farci vivere bene. Io cercavo di non chiedere per il suo bene e lui cercava di non dire per il mio bene».

Qual è stata la reazione dei figli dopo la morte del padre?
«Mario aveva solo due anni e l’altro 11 mesi per cui non poteva esserci un dialogo su questo. E soprattutto un bambino a due anni non ha ancora idea di cosa sia esattamente la morte. È stato un periodo terribile di grandissimo dolore, di vuoto, di perdita. Ho cercato di rispondere alle domande dei figli, piano piano nel tempo, senza dire bugie perché poi non si riesce più a tornare indietro. Così, a seconda dell’età, davo loro quel poco che serviva per accompagnarli. E ho scelto di non crescerli nell’odio e nel rancore».

Ha avuto l’impressione che lo Stato non lo abbia protetto?
«Beh, è indubbio. Lo Stato non era preparato ad affrontare il terrorismo, tanto che ci sono voluti anni per riuscire a debellarlo. Dobbiamo arrivare a Ciampi, a Napolitano, a Mattarella per poter dire che siamo stati veramente protetti».

Nel 1988 per l’assassinio di suo marito furono arrestati Marino, Bompressi, Sofri e Pietrostefani. Cosa pensò?
«Ogni tanto, quando c’erano degli arresti, veniva sempre chiesto se conoscevano i responsabili della morte di Calabresi. Per cui pensavo che anche questa volta si sarebbe tutto risolto in un nulla di fatto. Ma quando ho visto che c’era una persona che confessava allora le cose sono cominciate ad andare diversamente, mi sono molto interessata, mi sono costituita parte civile e poi sono cominciati i processi».

La persona che ha confessato quanto accaduto è il pentito Leonardo Marino. Lei lo ha incontrato. Cosa vi siete detti?
«L’ho incontrato due anni fa, dopo che l’avevano visto i miei figli che ci avevano parlato a lungo. Il mio incontro è stato molto più breve. Gli ho portato prima di tutto il mio perdono. Lui, dopo aver confessato e avere rivelato i nomi dei complici, è stato denigrato e trattato come un traditore. Per questo gli ho detto una cosa che era davvero importante per me: “Quando uno dice la verità non tradisce mai”».

Con Adriano Sofri ha avuto dei contatti?
«No, mai».

A proposito di incontri, lei ne ha avuto un altro davvero emozionante il 9 maggio 2009. Ha incontrato la vedova di Giuseppe Pinelli, l’anarchico della cui morte veniva accusato suo marito. Cosa ha pensato quando è arrivata la richiesta e come ricorda quel momento?

«È stato un incontro bellissimo. L’allora presidente della repubblica Giorgio Napolitano in occasione della giornata per la memoria delle vittime del terrorismo chiese di far incontrare queste due vedove, messe spesso in contrapposizione dalla politica e dalla stampa, per dare un chiaro segno di pacificazione al paese. Ma, vorrei sottolineare, che noi non ci siamo mai odiate. Anzi. Ho pensato che anche in quella casa un giorno il papà non era più tornato e quindi condividevamo lo stesso dolore. Così quando ci siamo viste al Quirinale, ci siamo date la mano, ci siamo guardate negli occhi e ci siamo abbracciate. Io le ho detto “Finalmente” e lei mi ha risposto “Peccato non averlo fatto prima”. È uno dei ricordi che conservo nel mio cuore».

Quando ha sentito, dentro di sé, che la memoria di suo marito, infangata per tanto tempo, era stata ristabilita?
«Prima di tutto vorrei dire che la verità e la giustizia sono fondamentali per la vita di un paese ma anche per la vita di una famiglia, tanto è vero che io il mio percorso di perdono l’ho cominciato dopo i processi. All’inizio del percorso giudiziario ho detto ai miei figli: “Riabiliteremo la figura di papà con il nostro comportamento”. E così è stato. Oggi posso dire che il paese guarda a lui come a un uomo onesto, un uomo di valore, che amava il suo lavoro e la sua famiglia».

Il suo libro ha un titolo evocativo e poetico. Perché ha deciso di intitolarlo «La crepa e la luce»?
«Perché indubbiamente nella mia vita c’è stata una crepa, un vero e proprio tsunami. Però da questa crepa a un certo punto ha cominciato a filtrare la luce. A mano a mano, sempre di più finché la luce ha vinto».

Fonte: Tog
La storia di Gemma Calabresi: l'omicidio del marito commissario, la disperazione e il perdono
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