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Edizione on line del 26 novembre 2002

Le profezie di La Pira

“Aveva il senso dei fini, sapeva dove andare”: con questa immagine Papa Paolo VI ricordava Giorgio La Pira, 25 anni fa, all'indomani della sua morte il 5 novembre 1977. La definizione di Papa Montini è stata rievocata più volte nel corso del convegno su “La Pira, comunicatore profetico”, organizzato dalla Fondazione “Giorgio La Pira” e dall'Ucsi, in collaborazione con la Regione Toscana e con il comune di Firenze. L'incontro, che si è svolto nel capoluogo toscano il 23 novembre, ha voluto ricordare la figura del suo sindaco a 25 anni dalla morte e a 50 anni dal primo dei cinque convegni internazionali per la pace e la civiltà cristiana che La Pira organizzò dal 1952 al 1956.
DI IGNAZIO INGRAO

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Le profezie di La Pira

di Ignazio Ingrao
“Aveva il senso dei fini, sapeva dove andare”: con questa immagine Papa Paolo VI ricordava Giorgio La Pira, 25 anni fa, all'indomani della sua morte il 5 novembre 1977. La definizione di Papa Montini è stata rievocata più volte nel corso del convegno su “La Pira, comunicatore profetico”, organizzato dalla Fondazione “Giorgio La Pira” e dall'Ucsi (Unione cattolica della stampa italiana), in collaborazione con la Regione Toscana e con il comune di Firenze. L'incontro, che si è svolto nel capoluogo toscano il 23 novembre, ha voluto ricordare la figura del suo sindaco a 25 anni dalla morte e a 50 anni dal primo dei cinque convegni internazionali per la pace e la civiltà cristiana che La Pira organizzò dal 1952 al 1956.

“La concezione finalistica della storia per La Pira è stata un'ipotesi di lavoro, niente affatto fantasiosa”, ha sottolineato uno dei relatori, il giudice della Corte costituzionale, Ugo De Siervo, ripercorrendo “le profezie di Giorgio La Pira”. De Siervo ne ha ricordato la “ferma volontà di rompere le gabbie, di non cedere ai condizionamenti”. Questa si traduceva nella convinzione che “la politica deve trovare la forza di alzare gli occhi dalle schermaglie” fino a puntare agli unici due obiettivi che, ad avviso dell'ex sindaco di Firenze, meritavano di essere realisticamente perseguiti: “L'unità dei popoli e lo sradicamento della guerra”, ha spiegato il relatore.
La Pira non teneva in grande considerazione i giornalisti è stato ricordato da diversi testimoni della carta stampata presenti al convegno. Tuttavia “questo suo fiuto dei fini, questo senso delle ‘quote alte', faceva sì che La Pira finisse spesso per fare notizia, riuscisse sempre a scaldare i cuori”, ha osservato Emilio Rossi, presidente dell'Ucsi, spiegando il perché della riflessione su “La Pira, comunicatore cristiano” proposta dal convegno. “La sua – ha proseguito Rossi – era una comunicazione profetica non nel senso di ‘predittiva' ma di consapevolezza della pazienza della storia. Così gli è stato possibile comunicare oltrepassando l'avidità del quotidiano” tipica del mondo dell'informazione.

Non era neanche un uomo lontano dalla vita: “Il suo spirito profetico – ha spiegato uno dei ‘testimoni' invitati al convegno, Ettore Bernabei, oggi presidente della Lux Vide – era dovuto alle sue letture e alle sue riflessioni, ma anche alla sua capacità di operare nelle realtà umane”. In questo senso fu molto fecondo il suo rapporto con Amintore Fanfani, che gli era molto legato nonostante avesse una diversa concezione della politica. Il rapporto intenso che ci fu tra La Pira e Fanfani è testimoniato dalle oltre 900 lettere che i due si sono scambiati e che la Fondazione La Pira ha raccolto. Tra qualche settimana questo epistolario, accompagnato da alcuni saggi di commento, vedrà la pubblicazione in un volume.

“Uno dei più gravi torti che potremmo fare a La Pira sarebbe quello di imbalsamarlo in un santino”, ha avvertito Mario Primicerio che fu uno dei più stretti collaboratori di La Pira e ora presiede la Fondazione a lui intitolata. Primicerio ha invitato a “riflettere su questa figura come su un uomo scomodo, che ci interpella anche oggi, continuamente”. Intanto la causa di beatificazione è aperta presso il tribunale ecclesiastico regionale fin dal 1986 ma stenta ad andare avanti, ha ricordato il postulatore, Vittorio Peri, nonostante gli ultimi quattro pontefici abbiano “rilanciato la visione di La Pira come una vera e propria teologia della storia”.

Per La Pira, ha spiegato Peri, “la politica era il luogo teologico dove vivere la propria spiritualità laica”. Ma, ha lamentato il postulatore, molte “domande sulla sua visione politica complessiva sono rimaste senza risposta” poiché troppo spesso questa figura “è stata presentata in maniera sfocata da una certa memorialistrica intimista o provinciale che non ha saputo dare adeguatamente spazio all'attività politica internazionale di La Pira”. Non c'è termine che ricorra più spesso nei suo scritti dal '60 al '77 dell'aggettivo “globale e questo è un segno dell'attualità del suo pensiero”, ha notato Peri.

Ma non si può comprendere La Pira senza fare riferimento anche alla sua “teologia della città”, ha osservato il teologo Giordano Frosini: “La Pira è stato il teologo, il filosofo, il poeta della città, intesa come domicilio organico della persona. Gli Stati passano e mutano, ripeteva sempre, ma le città restano”. A questa convinzione è legato anche l'impegno a “conservare la città”, che La Pira avvertiva come un dovere inderogabile, ha ricordato un altro testimone di quegli anni, il giornalista Vittorio Citterich. “Ci ha insegnato – ha detto Citterich – il concetto che la città non è nostra ma ci è stata consegnata dalle generazioni passate per riconsegnarla alle generazioni future”. Questa idea di città è strettamente legata alla nozione della persona: “In La Pira – ha concluso Frosini – tutto parte dalla persona, tutto arriva alla persona, tutto passa attraverso la persona e il rapporto tra città e persona è di immediata evidenza”.

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