Italia

Medio Oriente, i cristiani dimenticati

di Andrea Fagioli

Un vescovo cappuccino. Più cappuccino che vescovo. «Sono un francescano», esordisce monsignor Giovanni Bernardo Gremoli, per quasi trent’anni vicario apostolico d’Arabia: «Una grande missione, nove volte l’Italia, che comprende – spiega – tutta la Penisola arabica, ovvero Arabia Saudita, Yemen, Oman, Emirati Arabi, Qatar e Bahrein. Una missione nata nello Yemen del Sud nel 1845 e affidata ai cappuccini toscani». Padre Gremoli è nato infatti a Poppi, in provincia di Arezzo, nel 1926. Entrato nell’Ordine dei Frati cappuccini è stato ordinato sacerdote nel 1951 e vescovo nel 1976. Lo incontriamo nel convento di San Salvatore al Monte, sulle colline di Firenze, per la presentazione del libro di Giuseppe Caffulli Fratelli dimenticati, dedicato ai cristiani che vivono in Medio Oriente.

Rigorosamente in saio marrone, niente croce pettorale né tantomeno zucchetto viola, monsignor Gremoli si presenta con un sorriso francescano dietro la barbetta bianca: «Nel 1976 ero il primo vescovo che arrivava nel Golfo. I cristiani erano appena 200 mila».

Oggi il vescovo cappuccino si è ritirato a Montughi, altro convento francescano sulle colline di Firenze: «Il cardinale Antonelli mi chiede ogni tanto di andare nelle parrocchie fiorentine ad amministrare la Cresima. Almeno così rimango in attività».

«Può sembrare paradossale – scrive Caffulli nel suo Fratelli dimenticati – ma per avere precise coordinate sul cattolicesimo nella Penisola arabica, bisogna partire da qui», ovvero da Montughi, dove attualmente risiede padre Gremoli «il cui ruolo è stato fondamentale».

Quindi anche noi ripartiamo da qui, in questo caso da San Salvatore al Monte, dove incontriamo il vescovo e dove ha sede il Commissariato di Terra Santa per la Toscana.

A monsignor Gremoli potremmo chiedere tante cose, ma l’attualità impone la prima domanda.

Cosa significa, dal punto di vista del dialogo con l’Islam, la recente visita del re saudita Abdullah a Papa Benedetto XVI? Gli stessi giornali arabi l’hanno definita «storica». È così?

«Non c’è dubbio: è stata una visita storica, un grande avvenimento dal quale speriamo molto anche se il dialogo non è facile. Finora non c’erano mai stati contatti ufficiali se non la presenza di delegazioni saudite al funerale di Giovanni Paolo II e alla Messa d’inizio pontificato di BenedettoXVI. E già quelli erano due segnali di apertura e speranza».

Quanti sono oggi e come vivono i cristiani della Penisola arabica?

«La stima attuale è di almeno 3 milioni provenienti da 93 nazioni diverse. È il risultato della fortissima immigrazione registrata negli ultimi anni. In gran parte sono indiani e filippini. Un milione e mezzo di quest’ultimi vive in Arabia Saudita. L’85% sono cattolici e vivono come ai tempi delle catacombe. Non sono ammessi sacerdoti, né raduni per pregare. Quindi anche noi in Arabia si va di nascosto, nonostante poi i servizi segreti lo sappiano benissimo. Normalmente veniamo ospitati dall’ambasciata italiana anche per motivi di sicurezza. In Arabia esiste anche una polizia religiosa, i mutawa, molto efficiente che interviene subito quando ha il sospetto che ci sia una riunione religiosa non islamica. Eppure lì ci sono almeno 200 gruppi di cattolici che si radunano di nascosto. I nostri missionari (adesso non più solo i francescani toscani) vanno là quando possono e consacrano l’Eucarestia per poi lasciare le particole, oppure amministrano i sacramenti. Anche a me è capitato, grazie ad alcuni amici medici, di indossare un camice bianco e di andare camuffato a portare i sacramenti ad alcuni ammalati. In altri Paesi però c’è più tolleranza».

Monsignor Gremoli, qual è il suo parere sulla reciprocità? Qui in Italia spesso si sente dire che dovremmo far costruire le moschee ai musulmani immigrati quando ai cattolici faranno costruire le chiese in Arabia.

«La reciprocità è importante. Però bisogna interpretarla. È sbagliato il risentimento contro l’Arabia, anche perché, come detto, ci sono Paesi musulmani che le chiese ce le fanno costruire. In tutto, nel vicariato, ne abbiamo costruite una dozzina. Per me tutti hanno il diritto di avere i loro luoghi di preghiera. Però bisogna essere realisti e tener presente anche i Paesi in cui le autorità sono pressate dalle frange più fanatiche».

IL LIBRO

Nel Medio Oriente sappiamo davvero poco. E spesso, dal punto di vista religioso, tendiamo a semplificare: Medio Oriente uguale terra di musulmani. Ce ne accorgiamo leggendo il libro del giornalista Giuseppe Caffulli, Fratelli dimenticati – Viaggio tra i cristiani del Medio Oriente (Milano, Ancora Editrice, pp. 160, euro 13), che offre delle chiavi di conoscenza di una realtà in cui vivono milioni di cristiani e lo fa con un linguaggio e modi giornalistici. Più che un saggio è un bel racconto con tante notizie, ovvero un esempio di buon giornalismo attraverso un viaggio che tocca la Terra Santa, l’Egitto, la Siria e la Penisola arabica.