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Referendum, Ceccanti e Simoncini ci spiegano le ragioni del "Sì" e del "No"

Il 20 e 21 settembre saremo chiamati alle urne per il referendum costituzionale per esprimerci sulla proposta di riduzione del numero dei parlamentari. Due costituzionalisti toscani ci spiegano le ragioni del voto: per il "Sì" Stefano Ceccanti, per il "No" Andrea Simoncini

Parlamento

In tale occasione, più forse che in altre, ci è chiesto capacità di andare oltre gli slogan per capire realmente cosa c’è in gioco. Comunque la si pensi è bene, infatti, essere coscienti che si tratta di un voto importante in quanto riguarda la nostra Costituzione che è la base del vivere politico, civile, economico, sociale. Essa è il fondamento a partire dal quale l’Italia si è sviluppata, è cresciuta, ha resistito a stagioni buie e difficili. Per i cattolici fa parte del proprio patrimonio culturale e valoriale. È qualcosa di davvero prezioso, certo non immodificabile, ma i cui possibili cambiamenti vanno soppesati in modo da non determinare danni all’impianto complessivo. Con il nostro voto diremo se siamo d’accordo sul contenuto della riforma e sul metodo con cui avviene ovvero senza una serie di altre riforme, per ora ipotizzate ma da presentare e poi approvare in Parlamento, necessarie per armonizzare il quadro complessivo. Il taglio prevede 345 parlamentari in meno: da 630 deputati a 400 e da 315 senatori a 200. Un taglio pari al 36,5 per cento dei rappresentanti. Se vincerà il Sì ne resteranno solo 600 e l’Italia sarà tra i Paesi con il più basso rapporto tra eletti ed elettori.

Perché Sì: Stefano Ceccanti 

Prima di spiegare le ragioni del Sì vorrei fare una breve premessa articolata su due punti. Il primo è che discutere di revisioni della Costituzione, è una cosa assolutamente normale e che non deve suscitare obiezioni pregiudiziali. La Costituzione repubblicana è il patto che ci unisce. Essa, però, non è immodificabile, contiene anche le norme per poterla adeguare ai tempi, per aggiornare il patto: alcune votazioni del Parlamento con numeri più elevati e tempi più lenti rispetto alle normali leggi. Alla fine, a determinate condizioni, ci può anche essere un referendum per confermare o per opporsi. Già ci sono state una quindicina di revisioni che hanno riguardato una trentina di articoli su 139.
Fare manutenzione di un edificio complesso non solo è ammissibile, ma, in generale, anche consigliabile; se non la facessimo periodicamente questo patto apparirebbe più debole perché datato, non in grado di rispondere ad esigenze nuove. Il secondo punto è che le persone chiamate a votare con senso civico devono stare attente alla domanda che è loro posta, senza curarsi di schieramenti politici, del votare pro o contro uno o un altro partito. Per quello ci sono le altre elezioni, come le regionali, non il referendum costituzionale. Terminata così la premessa, il quesito è chiarissimo: riteniamo che debba restare la cifra di 945 parlamentari eletti direttamente dai cittadini, 630 alla Camera e 315 al Senato, stabilita non dai padri costituenti ma da una riforma del 1963, oppure pensiamo che sia opportuno scendere a 600, di cui 400 alla Camera e 200 al Senato?

A questo punto dobbiamo trovare dei criteri di risposta. Ne vedo due. Il primo è quello di capire se le ragioni che hanno portato a quella scelta nel 1963 sono ancora valide oppure no. Allora il Parlamento nazionale era l’unico livello effettivo di rappresentanza politica generale, sia per l’approvazione di leggi sia come cerniera tra cittadini e istituzioni. Si passava direttamente dalla piccola scala dei Comuni fino a lì, senza niente sopra. Invece nel corso dei decenni abbiamo creato e rafforzato i Consigli regionali ed eleggiamo il Parlamento europeo. La sussidiarietà, principio giustamente tanto caro all’insegnamento sociale della Chiesa, si è espansa sia sotto sia sopra lo Stato nazionale. Possiamo pensare che essa debba solo creare istituzioni aggiuntive senza toccare quelle che ci sono? Non credo.

Il secondo è quello di capire cosa stanno facendo i Paesi europei che hanno una grandezza analoga alla nostra. La Francia ha 577 parlamentari eletti per dare la fiducia al Governo, ha visto crescere anch’essa le Regioni oltre che il ruolo dell’Unione europea, e per questo sta pensando di scendere a 404. Il Regno Unito, che ha istituito i Parlamenti regionali in Scozia, Galles e Irlanda del Nord, elegge 650 deputati che danno la fiducia e vuole scendere a 600. In Germania, dove la popolazione è un terzo maggiore della nostra, i seggi fissi dei parlamentari che danno al fiducia al Governo sono 598; per una serie di problemi legati alla legge elettorale ora, alla fine, sono arrivati di fatto ad eleggerne 700 e vogliono mettere un tetto. In Spagna sono eletti e danno la fiducia in 350. Tutto considerato, quindi, una certa discesa da 945 a 600 rientra in una tendenza generale. Lo spiega molto bene il prof. Delle Donne della Scuola S. Anna in un bel volume curato dal prof. Rossi per Pisa University Press.

Personalmente credo che l’aggiornamento dovrebbe riguardare anche altro e che il cambiamento dei numeri è solo un piccolo passo: Però il successo del Sì può dare a tutti coraggio per percorrere altre tappe, altrimenti si bloccherebbe tutto.

Perché No: Andrea Simoncini

Siamo ormai alle battute finali di una campagna referendaria che per molti versi è stata surreale. Un paese in ginocchio per le conseguenze della pandemia di Covid-19 e angosciato per il futuro e, in tutto ciò, una classe politica divisa come non mai: intenta solo a scaricare il barile delle colpe. Ebbene, in questo clima surreale, siamo chiamati a decidere se il nostro Parlamento debba tagliare i suoi membri di oltre un terzo. La mia prima considerazione è quella di una fortissima preoccupazione, che viene prima ancora del si o del no. Mi chiedo: in che condizioni andremo a votare? Siamo dinanzi ad una proposta di revisione della Costituzione; non stiamo cambiando questa o quella regola della vita civile, ma il modo stesso di fare tutte le regole. Occorre capacità di visione e senso delle generazioni future. Temo, invece, che il voto sarà, come si suol dire oggi, più che mai di «pancia»: affidato a paure e irrazionalismi sempre più di moda (e abbinarlo alle elezioni regionali o alle suppletive per le politiche, certamente non aiuta).

Ma veniamo al merito. I partiti sono – salvo qualche eccezione – tutti per il Sì. I professori di diritto costituzionale, come al solito, sono divisi. Colleghi stimabilissimi si sono espressi a favore e altrettanti contro. Come mai? Io penso che dipenda dal fatto che questa riforma, di per sé, è incompleta; non è in grado da sola di produrre risultati (e questo è il motivo fondamentale che mi spinge a votare no). Provo a spiegare. Qual è il motivo del taglio dei parlamentari? All’inizio lo scopo era chiaramente «punitivo»: la classe politica è corrotta e inaffidabile e quindi ne «mandiamo a casa» un terzo. Bisogna dare atto che questa motivazione, per quanto rudimentale e primitiva, è coerentemente ancora la ragione fondamentale dei grillini. Gli altri partiti, che si sono aggregati alla spicciolata, hanno «aggiunto» un’ulteriore ragione: «meno parlamentari più efficienza del Parlamento». Ed è questo il motivo per cui – con diverse sfumature e argomentazioni – molti colleghi si sono schierati per il Sì.

Proverò, visto che molto è già stato detto, a sintetizzare perché questi argomenti non convincono. Innanzitutto, ripropongo una metafora calcistica. Questa riforma nasce da una profonda sfiducia nella classe politica, ebbene pensare che, diminuendo il numero di parlamentari, possa migliorare,è un po’ come pensare che se hai una squadra di 11 «brocchi», i risultati cambino se da 11 diventano 8 o 7. Se sono brocchi, ahimè, brocchi rimangono, anche se ne togli 3 o 4. Fuor di metafora: il problema della qualità della classe politica sta nei processi di reclutamento, nel sistema elettorale e nei meccanismi di selezione interna ai partiti. Agire sul numero dei rappresentanti semplicemente, non coglie l’obiettivo, lì renderà ancora più scollegati dagli elettori, ma soprattutto non ne cambierà la cultura, la formazione.

Veniamo, allora, alla seconda argomentazione fondamentale per il sì. «Ma intanto cominciamo!». Cambiamo le regole della Costituzione e poi completeremo con la nuova legge elettorale, i nuovi regolamenti parlamentari, le nuove regole interne dei partiti etc... Scusate se sarò tranchant: ma pensiamo davvero che queste Camere siano in grado di produrre una riforma elettorale saggia ed equilibrata, ovvero una modifica dei regolamenti, in grado di far lavorare meglio un Parlamento a ranghi ridotti che, questo è certo, avrà notevoli difficoltà di funzionamento a seguito del taglio? Mi spiace, ma l’idea «intanto cambiamo la Costituzione e poi vediamo che succede», mi pare sbagliata e irresponsabile. Se davvero le Camere sono in grado di cooperare intelligentemente per migliorare il sistema elettorale e i processi decisionali interni, lo facciano. Solo a quel punto si potrà mettere mano alla Costituzione.

Fonte: Tog
Referendum, Ceccanti e Simoncini ci spiegano le ragioni del "Sì" e del "No"
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