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Seconda Intifada, un disastro per tutti

di Asem KhalilIl 28 settembre 2004 ha segnato l’inizio del quinto anno della cosiddetta «Seconda Intifada», scoppiata nei territori palestinesi in seguito alla visita di Ariel Sharon alla spianata di Haram ash-Sharif. Il bilancio è di 4.351 morti, di cui 3.334 palestinesi e 1.017 israeliani. Queste perdite umane sono molto più catastrofiche di quanto sembrino: ogni 10 ore muore un palestinese; ogni 30 ore muore un israeliano; ogni due giorni muore un bambino! Secondo Palestine Monitor, una organizzazione non governativa, l’82% dei palestinesi uccisi sono dei civili, di cui 621 al di sotto di 17 anni; altri 10 mila bambini sono stati feriti. Secondo Btsalem, un’organizzazione israeliana per i diritti dell’uomo, il 63.5% dei 1.017 israeliani uccisi sono dei civili, di cui 110 bambini. Il conflitto israelo-palestinese ha anche delle conseguenze economiche disastrose sulla popolazione civile; «il popolo palestinese – si legge in un comunicato della Caritas di Gerusalemme – è sempre più nell’abisso della povertà e della disperazione». Ecco qualche dato. Secondo uno studio di Palestinian Central Bureau of Statistics, il reddito di 362 mila capifamiglia palestinesi (il 59.7%) è calato; di questi capifamiglia il 62.5% (226 mila) ha avuto un calo del reddito di oltre il 50%, mentre il 22% dei nuclei familiari di Gaza soffre condizioni di vita critiche.

Il reddito mensile medio in Cisgiordania e Gaza è sceso rispettivamente dai 3.000 NIS e 1.500 NIS (pari a circa $ 660 e $ 330) a 2.000 NIS e 1.200 NIS (pari a circa $ 440 e $ 260).

Secondo lo studio precedentemente citato, il 58.2% dei capofamiglia nei territori palestinesi durante il 2003 ha dovuto limitare il consumo ai soli beni primari. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro, il 54.1% della popolazione dei territori palestinesi nel 2004 ha più di 15 anni; tra di loro il 28.6% sono disoccupati (39.7% in Gaza, e 23.6% in Cisgiordania) contro l’11.8% nel 1999 e il 18.2% nel 1995.

Secondo l’International Crisis Group, i quattro anni di Intifada hanno creato ancora più caos nella società palestinese. Le cause sono da attribuire all’occupazione israeliana ma anche alla «paralisi politica» palestinese; questa paralisi è la consequenza «logica» del ritorno israeliano ad una vecchia strategia sionista. Infatti, il premier israeliano è un uomo estremamente intelligente; egli capisce benissimo che un popolo non muore «fisicamente»: secondo le statistiche officiali, la popolazione palestinese della Cisgiordania e di Gaza nel 2004 è di 3.827.914 contro i 3.150.056 nel 2000 e i 2.783.084 nel 1997. Questo significa che nei quattro anni dell’Intifada è aumentata del 21.5%, contro il 13% dei quattro anni precedenti. Davanti a questo problema, la politica «sharoniana», con la compiacenza della sinistra israeliana, ha un obiettivo ben preciso: la «morte politica» del popolo palestinese. In questo senso, le rappresaglie israeliane contro le istituzioni dell’autorità nazionale palestinese e la costruzione del muro che taglia la Cisgiordania in cantoni sconnessi, accompagnata da un’accelarazione schizzofrenica della costruzione di nuove insediamenti nella Cisgiordania, vanno nella stessa direzione. Non sorprendono, dunque, dichiarazioni come quelle di Dov Weissglass al quotidiano israeliano Haaretz del 6 ottobre. Secondo il consigliere di Sharon, il ritiro da Gaza, previsto per il 2005 ha come scopo «il congelamento del processo di pace» per «impedire la creazione dello stato Palestinese». Una cosa è certa, però: questa politica ha degli «effetti collaterali» desastrosi per tutti i popoli della regione.asemkhalil@yahoo.com