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Tra palestinesi ed israeliani questa volta può vincere la pace

di Asem KhalilUn ottimista in un mondo di pessimisti. Questo era il titolo di un articolo di Romi Shakid sul quotidiano israeliano «Yadout Ahraonot», il giorno delle elezioni presidenziali palestinesi il 9 gennaio scorso. L’«ottimista» per Romi Shadik sarebbe Abu Mazen, il nuovo presidente dell’Anp (Autorità nazionale palestinese). Ma aggiungeva: «Il futuro è pieno di punti interrogativi. Per questo dovremmo essere piuttosto realisti e non aspettare cambiamenti radicali. L’ottimismo in una realtà pessimista condurrebbe ad una grande delusione».

Un mese dopo la sua elezione, i segnali positivi stanno piovendo da tutte le parti su Mahmoud Abbas (Abu Mazen): oltre ai 365 milioni di dollari promessi dagli Stati Uniti, il governo israeliano ha approvato il progetto di evacuazione da cinque città palestinesi e la liberazione di 900 detenuti palestinesi. Il vertice con il premier israeliano, l’8 febbraio (nella foto la stretta di mano tra Sharon e Abu Mazen), può essere considerato un successo perché si ammette, finalmente, che un partner palestinese per la pace c’è. Le promesse fatte sono condizionate dal «buon comportamento» dei palestinesi da una parte e dall’ambiente politico interno israeliano dall’altra. Se i gruppi di resistenza palestinesi rompono il cessate-il-fuoco, Israele non rimarrà con le braccia incrociate. Essa potrebbe rimandare i suoi impegni di evacuazione, riprendere l’eliminazione fisica degli «wanted» palestinesi, e rompere il dialogo con l’Autorità Palestinese.

Il rispetto dei palestinesi dei loro doveri imposti dalla «road map», però, non garantirebbero l’applicazione da parte israeliana dei loro impegni; questo non dipende neanche dalla «buona volontà del governo israeliano» oppure dal «pragmatismo del suo primo ministro» ma piuttosto dal rapporto di forza tra i partiti politici israeliani che sono influenzati dall’opinione pubblica e dalla società civile, prigioniera delle sue paure. Questa realtà è il risultato del sistema politico particolare in Israele.

Il rapporto tra diritto interno e diritto internazionale. Israele è un paese dualista; questo significa che il diritto internazionale non è direttamente applicabile in Israele. In altre parole, il diritto interno prevale sul diritto internazionale, anche quello umanitario o convenzionale.

Il sistema elettorale in Israele. Tutto il territorio è considerato come un’unica circoscrizione elettorale dove il partito che ottiene almeno l’1,5% dei voti, secondo il sistema proporzionale, si assicura un posto alla Knesset, il parlamento israeliano. Per garantire la sua sopravvivenza, il partito che ottiene la maggioranza si trova obbligato a coalizzarsi con i piccoli partiti, soprattutto quelli religiosi (24 governi su 29!); l’altra opzione sarebbe un governo di unità nazionale tra i due più grandi partiti, Likud e laburista (Israele ha conosciuto soltanto quattro governi di unità nazionale, di cui l’attuale).

Il sistema di decisione all’interno del governo israeliano. In caso di divergenze all’interno dell’esecutivo, il primo ministro israeliano, eletto à soffraggio universale, sottopone le sue decisioni al voto del governo che potrebbe anche adottare una posizione diversa.

Da parte loro, i gruppi di resistenza palestinese sembrano cominciare a capire che:

Il diritto all’autodeterminazione non basta da solo. Il «diritto» dipende soprattutto dalle relazioni di forza esistenti tra gli stati e/o gli altri soggetti ed attori internazionali in una comunità internazionale priva di un potere esecutivo centrale.

Essere vittima non basta più. In una «società civile», un individuo non può permettersi di farsi giustizia da solo; lo stesso è valido per la comunità degli stati e per i popoli.

I gesti fatti sono positivi per ricostruire la fiducia reciproca. Attenti, però, agli errori del passato perché una vera pace necessita di basi solide. Questa volta, i palestinesi devono essere più sensibili alle necessità israeliana di sicurezza e gli israeliani al miglioramento della situazione economica nei territori palestinesi e a permettervi la libera circolazione. Un giornalista israeliano ha scritto recentemente che i palestinesi e gli israeliani sembrano due pugili esauriti, che aspettano la fine del match, senza preoccuparsi di chi ha vinto e di chi ha perso. Speriamo, però, che questo tempo non si riduca ad una pausa perché le parti riprendano fiato per il prossimo round!asemkhalil@yahoo.com A Sharm El Sheik dichiarato il «cessate il fuoco»All’incontro di Sharm El Sheik – martedì 8 febbraio – palestinesi ed israeliani hanno preso reciproci impegni e hanno dichiarato il «cessate il fuoco». Dalla seconda Intifada, iniziata nel 2000, questo è il tredicesimo «cessate il fuoco». Vediamo in particolare gli impegni presi da entrambe le parti. Abu Mazen• Smettere la violenza contro gli israeliani ovunque siano (Hamas ha dichiarato che questo è un impegno che lega soltanto l’Autorità palestinese).• Ripresa del processo di pace. Ariel Sharon• Israele si astiene da tutti gli atti di violenza contro i palestinesi.• Il trasferimento di responsabilità di alcuni settori palestinesi (cinque città in Cisgiordania).• La liberazione di centinaia di prigionieri palestinesi (in totale 900; i criteri saranno decisi da una commissione comune).• Invita Abu Mazen a visitarlo nella sua casa nel Neguev. Giordania e Egitto • Ritorno degli ambasciatori a Tel Aviv.

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