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Viareggio, un mese dopo

Almeno 10mila persone hanno sfilato la sera di mercoledì  29 luglio a Viareggio per raggiungere via Ponchielli e via Porta Pietrasanta, dove alle
23:48 di un mese prima il deragliamento di un treno merci che trasportava gpl provocò un'esplosione alla stazione ferroviaria che ha ucciso 28 persone. I loro nomi sono stati scanditi da alcuni ferrovieri; le campane hanno suonato a  lutto; tante fiaccole hanno illuminato la notte. Sempre mercoledì, durante una concelebrazione eucaristica, a trenta giorni dal disastro ferroviario, presso la chiesa di S. Antonio a Viareggio, è stato letto un messaggio di mons. Italo Castellani.

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Viareggio, un mese dopo

Almeno 10mila persone hanno sfilato la sera di mercoledì  29 luglio a Viareggio per raggiungere via Ponchielli e via Porta Pietrasanta, dove alle
23:48 di un mese prima il deragliamento di un treno merci che trasportava gpl provocò un'esplosione alla stazione ferroviaria che ha ucciso 28 persone. I loro nomi sono stati scanditi da alcuni ferrovieri; le campane hanno suonato a  lutto; tante fiaccole hanno illuminato la notte. Sempre mercoledì, durante una concelebrazione eucaristica, a trenta giorni dal disastro ferroviario, presso la chiesa di S. Antonio a Viareggio, è stato letto un messaggio di mons. Italo Castellani. Lo riportiamo integralmente.

«Siamo ad un mese dalla tragedia della Stazione, iniziata la sera del 29 giugno ma non certo ancora terminata» scrive mons. Castellani «non terminata nel dolore per i nostri fratelli e sorelle deceduti a causa di quel disastro. Non terminata nella preoccupazione e nell'ansia per i feriti, molti ancora, che necessitano di tante cure. Non terminata nel disagio di chi ha perso la casa e i suoi beni. Non terminata nella riproposta di tanti interrogativi…». E poi condivide una preghiera al Padre perchè «accolga le nostre suppliche e richieste, che ci dia la forza e la gioia di sentirlo accanto, che infonda nei nostri cuori la speranza che i nostri giorni sono nelle sue mani; una preghiera di intercessione per i nostri fratelli defunti e feriti». Infine elogia la forza di volontà della città di Viareggio nel senso che c'è «consapevolezza di questo tempo: un momento che ci vede riuniti tutti insieme, a ricordare che questo è un dramma cittadino e della nostra terra di lucchesia, al quale la popolazione ha reagito con grande compostezza e misura: ad una tragedia fuori misura Voi gente di Viareggio avete reagito con "misura", cioè siete stati più grandi della tragedia e del disastro. A Viareggio tutti abbiamo visto tanti volti segnati dalle lacrime insieme al pudore, alla riservatezza e alla solidarietà di popolo». Poi un invito alle comunità cristiane: «Come ben sappiamo, passato il clamore dell'evento, bisogna essere pronti – soprattutto come Comunità di credenti – a sostenere la quotidianità e in particolare a non tradire la memoria del dolore di tanti nostri fratelli e sorelle ma soprattutto a sostenere il cammino di ripresa sia della Città che delle singole persone: mi immagino che qui ci sarà il valore della nostra testimonianza cristiana e per questo vi chiedo, come padre e pastore, di continuare a impegnarvi nella preghiera, nel servizio e nella disponibilità».

Distrutte intere famiglie
Circa seimila persone hanno assistito al memorial «Viareggio ricorda Viareggio» organizzato da Comune di Viareggio e Fondazione Gaber per ricordare le vittime della strage del 29 giugno. Ed è una lunga catena di famiglie distrutte nell'intimità della loro abitazione quella che emerge un mese dopo l'esplosione del treno nella stazione ferroviaria viareggina. A coloro che sono morti nell'immediatezza dello scoppio, e che hanno avuto funerali solenni allo stadio dei Pini, si sono aggiunti i feriti gravissimi che nei giorni successivi non ce l'hanno fatta e sono deceduti mentre erano ricoverati nei centri grandi ustionati degli ospedali di varie città italiane.

E così appare chiaro che quasi tutte le 28 vittime, tranne pochi eccezioni, facevano parte di nuclei familiari portati via dal fuoco. È il caso di Mauro Iacopini, 60 anni ed Emanuela Milazzo, 63, marito e moglie deceduti a distanza di giorni dopo la figlia Elena, 32, e il genero Federico Battistini, 32. Una famiglia completamente distrutta poco tempo dopo le nozze di Elena e Federico.

Morte a Genova anche Sara Orsi, 24 anni, che gestiva un'agenzia immobiliare, e la madre Roberta Calzoni, 54: avevano provato a salvare il marito costretto da una malattia su una sedia a rotelle, poi illeso perché protetto da una porta; da quella sera l'uomo ha smesso di parlare.

Vicende familiari che si aggiungono a quelle della famiglia Piagentini di cui sono superstiti Leonardo, otto anni, ed il babbo Marco, ricoverato in gravi condizioni a Padova: dei Piagentini non ci sono più Luca, 5 anni, raggiunto dal fuoco nell'auto con cui i suoi volevano scappare, Lorenzo, 2 anni, morto al Meyer di Firenze due giorni dopo, e la mamma Stefania Maccioni, 40. O della famiglia marocchina Ayad di cui è rimasta unica superstite Ibi, 21 anni che, in una tragica successione, ha perduto il fratello Hamza, 16 anni, giovane «eroe» dei primi racconti dei soccorritori per aver tentato di salvare la sorellina Iman, tre anni, morta in ospedale a Roma, il padre Mohamed, 51 anni, e la madre Aziza, 46.

Sopra gli Ayad vivevano i fratelli marocchini Boumalhaf, Nouredine, 29 anni rientrato da poche ore dal Marocco, e Abdellatif, 34. Entrambi sono morti con i loro progetti insieme all'amico Rachid Moussafar, 25, loro ospite.

Circostanze fatali hanno strappato la vita a Antonio Farnocchia, 51 anni, fornaio padre di due figli, raggiunto dall'esplosione nel tragitto di 500 metri da casa al forno dove stava andando a lavorare; a Rosario Campo, imprenditore di 42 anni immobilizzato dal fuoco nella posizione di guida, a cavalcioni, della sua Yamaha 650 mentre stava andando in ufficio a riprendere il telefonino, lasciato lì per una banale dimenticanza; ai coniugi Bonuccelli, cioé Claudio di 60 anni e Nadia Bernacchi, 59, che avevano preso in affitto una casa di via Ponchielli solo per 15 giorni, il tempo dei lavori edili nella propria abitazione.

Morti anche Alessandro Farnocchia, 45, direttore di un negozio di abbigliamento, e, nel suo letto «nonno» Mario Pucci, 90 anni, e la sua badante romena, Ana Habic, 42, ritrovata mentre afferrava la maniglia della porta.

La sfortuna si è accanita sulle sorelle Ilaria e Michela Mazzoni, che già avevano perso i genitori e che il fuoco ha ucciso nella loro casa.

Il dna è stato decisivo per dare un nome ai resti dell'ecuadoregna Magdalena Cruz Ruiz Oliva, 40 anni, per giorni senza nome all'ospedale di Carrara, e per cancellare dalla lista dei dispersi l'ultimo nome, quello di Andrea Falorni, «scarburato» per gli amici del club di appassionati motociclisti, uscito di casa per portare il cane. Falorni è scomparso nell'esplosione che ha ucciso anche la moglie Maria Luisa Carmazzi, travolta dalle macerie della loro casa. Lo hanno riconosciuto ad oltre due settimane dalla strage, col Dna ricavato da un frammento osseo trovato in via Ponchielli.

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